La libertà è Giulia. La libertà è la rosa

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ANDREA ESPOSITO | Cosa ci lascia questo periodo atroce che, lentamente e imponendoci ancora le dovute cautele, sembra abbandonarci? Ci lascia tanto, tantissimo: la maggior parte di esso è un crogiuolo di dolore, paura e insicurezza. Ma c’è dell’altro, c’è una grande opportunità di riflessione che – giustamente, perché siamo umani, ci spaventa e ne vorremmo rifuggire. Ma non possiamo. Ci lascia innanzitutto il senso di caducità della nostra libertà, il fatto che essa sia – ed il virus in ciò è stato solo un megafono, non la causa prima – incredibilmente caduca, fragile, insicura. La nostra libertà è un bene che va difeso con dedizione e amore, non con i sentimenti estremi, con gli istinti e gli impulsi alla negazione e alla distruzione.

La libertà, così come la sopravvivenza con la quale si è intimamente mischiata in questi mesi, è uno dei beni “da coltivare” nel futuro con tutta una serie di azioni che sono faticose, impegnative e di difficile raggiungimento, prima di tutto a causa della ritrosia degli esseri umani – e ancor di più di chi li governa – a concepire il sacrifico come parte di un comune sentire: il famoso senso civico, la responsabilità collettiva, di cui ci siamo riempiti la bocca durante il lockdown ma di cui siamo già assolutamente insofferenti oggi. La libertà moderna, quella messa in discussione non più solo dalle guerre, dalla sopraffazione, dalle diseguaglianze sociali e dai razzismi, ma anche dalla natura (nella spaventevole rappresentazione del virus) è la rosa del personaggio-simbolo di Saint Exupery: bisogna prendersene cura ogni giorno, innaffiarla. Se non lo facciamo, potremo aizzare contro il potere o contro il contropotere, tutte le rivoluzioni di questo mondo.

Sarà inutile. La libertà da oggi non è più declinabile in forma anarchica, poiché anarchizzare la libertà significherebbe oggi – non solo riguardo al virus, ma a tutti gli immani problemi del mondo – condannare a morte altre persone, destinarle all’oblio per il solo fatto che “IO ME NE FREGO”. Non si può, non sarà più possibile non solo perché ingiusto dal punto di vista etico e morale, ma perché quelle stesse persone di cui ce ne freghiamo rivendicheranno lo stesso diritto a fregarsene di noi: ecco l’America in fiamme, ecco la reazione animale e irrazionale, violenta e sanguinaria, dei neri born in USA all’omicidio di Floyd e di tutti quelli prima di lui. Eppure questa vita forzosa, segregata, viziata dalla quarantena non ci lascia solo sudore e sangue, ma anche speranza. Speranza e spunti di riflessione: un’analisi dell’Università di Parma, che ha studiato il nostro lockdown, è arrivato alla conclusione – assolutamente teorica e matematica ma difficilmente smentibile – che il nostro comportamento durante il periodo più drammatico e pericoloso, quello in cui eravamo sotto il fuoco di bombardamento pandemico da nord a sud, è stato il più virtuoso tra gli stati del mondo intero. Il lockdown e non altro ha evitato il doppio dei decessi e all’incirca il 46% in più dei contagi: la ricerca mostra che l’informazione sullo status della malattia nella comunità (in particolare i dati sui ricoverati in ospedale e in isolamento domiciliare) ha avuto un ruolo chiave, determinando non solo attenzione ma allarme sociale e facendo aderire le persone in modo significativo alle restrizioni del lockdown. Anche questa non è una verità assoluta ed anche questa possiamo modellarla per eccesso o per difetto a seconda del nostro sentire. Ma c’è una differenza enorme e dirimente, rispetto alle variegate innumerevoli e folli teorie complottiste: l’efficacia della quarantena è PROVATA, c’è stata, l’abbiamo vissuta davvero, forse sbaglieremo di qualche decimale ma il fatto che ci abbia salvato la vita è un dato di fatto. Le altre teorie invece no: piaccia o meno, le si condivida o meno, restano nell’alveo della pura ipotesi. Dunque quando vogliamo siamo virtuosi e facciamo sacrifici: la dimostrazione di quanto sia vero questo assunto ce l’ha data la nostra martoriate e sottopagata sanità pubblica, composta da medici ed infermieri che hanno dovuto fare miracoli. Molti di essi non ce lo possono neppure raccontare, altri lo fanno con rabbia e dolore.

E’ il caso di Giulia Oriani, 30 anni, infermiera a Milano, positiva per quasi 30 giorni senza nessuna drammatica evoluzione della patologia, che mette l’accento su ciò che le è capitato DOPO, quando il virus l’ha abbandonata lasciandole in regalo vari dolorosi strascichi che sono uno sputo in faccia a tutti i generali arancioni che buttano a terra mascherina e dignità delle persone, una pedata in culo alle varie teorie negazioniste secondo le quali “è stato poco più di niente e comunque ormai è tutto finito!”. Giulia ci racconta in una lettera pubblicata sui suoi social: «Li vorrei guardare in faccia tutti quelli che mi hanno riempito di insulti sui social per aver raccontato la mia esperienza di malata e non lo vorrei fare per rispondere loro per le rime ma per dialogare: copiare e incollare dai siti è facile mentre esprimere e argomentare le proprie opinioni di persona che l’ha vissuto è molto più difficile». Giulia per altri 58 giorni dopo la negativizzazione, ha combattuto contro una trombosi probabilmente scatenata proprio dal virus. «Lo dedico a voi maledetti complottisti, che sostenete che il virus non esista, che sia stato creato per far guadagnare soldi a Bill Gates, che vi stiano mentendo e la situazione non sia così grave come sembra, che non volete mettervi la mascherina perché vi farà morire di ipercapnia (che manco sapete cosa sia), che vi ammassate nelle piazze perché non avete paura di un virus che uccide solo i vecchi, che sostenete che il virus sia un problema solo per chi ha malattie gravi e invalidanti e tante altre puttanate. A voi che pensate che tanto non vi capiterà mai niente, dedico la foto della terapia che ho dovuto prendere negli ultimi due mesi e che continuerò a prendere non so per quanto tempo. Vi porterei tutti a visitare un reparto di terapia intensiva, faccia a faccia con i pazienti ricoverati e vi farei parlare con loro oppure vi farei assistere a una videochiamata con i figli che piangono perché non sanno se rivedranno mai più i loro genitori. Forse basterebbe anche solo parlare con chi è stato estubato e chiede di avere aiuto psicologico per superare il trauma».

Giulia è un simbolo: è la rosa del Piccolo Principe, Giulia è la nostra rosa. E’ il momento di ripensare il mondo intero poiché siamo ad una di quelle curvature della Storia che finira’ nei libri, senza appello. E tutto ciò ci sconvolge, lo capisco, è normale. E’ molto più comodo liquidarla come una parentesi, ma sarebbe male. Sarebbe un dramma. Abbiamo invece l’enorme opportunità, gravida di possibilità e buone intenzioni ma del tutto sterile se non prendiamo coscienza “CHE QUESTO E’ STATO” (parafrasando Primo Levi). Ma prima di ripensare l’economia, i rapporti tra gli Stati, l’Europa e i tiranti che premono utilizzati dalle fazioni estreme per distruggere tutto; prima ancora di ripensare il modello-Italia e – nel nostro piccolo – il modello-Ischia, come comunità virtuose nelle quali la qualità della vita (…quella di tutti e dunque in primis gli investimenti pubblici e privati nella sanità pubblica invece che in altre cazzate), dell’imprenditoria, dei servizi, della cultura, della tutela dell’ambiente, diventino minimo comun denominatore per fare qualsiasi cosa, come diceva benissimo qualche mese fa l’architetto Giovannangelo De Angelis sui media locali…prima di tutto questo, c’è bisogno di ripensare NOI STESSI.

E ripensare non significa necessariamente “cambiare tutto di noi perché siamo cattivi”, no. Ripensare noi stessi significa modificarsi, migliorarsi dove serve, aprirsi, considerare opzioni fino a ieri ritenute impensabili, imboccare strade difficili e impervie ma vitali. E’ il tempo che dedicheremo a tutto ciò, ovvero alla nostra rosa, che farà di essa la rosa più importante di tutte.

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