Ischia e la verità

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Il mio 4WARD dei primi di luglio in cui definii senza mezzi termini Enzo Ferrandino “il peggior sindaco d’Ischia da Vincenzo Telese ad oggi” continua ad ottenere riscontri particolarmente qualificati ed insospettabili. L’altro giorno, alla cassa del Supermercato Conad di Ischia, ho salutato un illustre consigliere comunale col quale ho condiviso i miei nove anni di permanenza tra la Giunta e il civico consesso.

Dopo esserci stretti la mano rimasta libera dalla busta della spesa, mi ha detto: “Oltre ad essere un ottimo sindaco mancato, la tua penna, caro Davide, è sempre più sottile e pungente, ma scrivi cose più che condivisibili. Mi riferisco -prosegue- a un tuo articolo in particolare, di cui condivido parola per parola. Ovviamente non potrei mai confermartelo pubblicamente, ma avevi perfettamente ragione: è proprio il peggiore!”

Bene, amici carissimi: la presa di coscienza dell’impossibilità di proseguire il cammino intrapreso poco più di due anni or sono, lasciando il Comune di Ischia nelle mani di questi sprovveduti (oggi sono buono e mi limito a questa definizione), diventa sempre più un fenomeno underground, cioè… si pensa ma non si dice, per nulla al mondo. Ognuno ha qualcosa da difendere, che sia il piccolo interesse di bottega, il posticino per il parente o la poltrona di cui non si può stare senza. Il nostro Paese, sul piano locale come su quello nazionale al cui squallore stiamo assistendo proprio negli ultimi giorni, è ostaggio di una becera concezione della cosa pubblica che proprio non riusciamo a scrollarci di dosso, né noi cittadini elettori né i nostri eletti sempre più improvvisati.

Ma il problema più grave è che questo genere di atteggiamento omertoso ha ormai infestato tutti i gangli vitali della nostra società: a scuola ci sono docenti che penalizzano gli studenti per non mettersi contro un collega scomodo di cui avallano i metodi e dirigenti scolastici che, per amor di pace, tollerano le alzate di testa e le ripicche inaccettabili e al limite del Codice di alcuni loro insegnanti; nello sport, l’allenatore capotico esclude il ragazzino dalla squadra giovanile di calcio per non aver accettato di giocare con lui l’anno prima, mentre l’atleta meno meritevole, figlio di un amico del dirigente, si frega il posto in squadra di qualcun altro ben più forte di lui, mentre nessun genitore parla (magari, “poi se la prendono anche con mio figlio, che per ora ha il posto assicurato”); al lavoro, i turni più comodi e le mansioni meno pesanti vengono concesse sistematicamente agli “amici degli amici”, proprio come le promozioni e quelle autorizzazioni amministrative che rappresentano un diritto di tutti e che, invece, trovano la strada totalmente spianata per quelli del bottone, lasciando quella lunga, dura e tortuosa a chi non ne fa parte. E anche in quest’ultimo caso, nessuno parla, per paura di finire “nu punt e ‘ppeggio”.

Ecco, l’esempio che stiamo trasmettendo ai nostri giovani, chi più chi meno, è quello di una società condizionata all’ennesima potenza dagli interessi personali perseguiti ad ogni costo, anche quello di calpestare la dignità di chi ci sta accanto e finanche la nostra. Pretendiamo che le nuove generazioni diventino migliori della nostra, ma senza neppure avere il pudore di ragionare con loro secondo il metodo “fate quel che dico ma non quel che faccio”, pronti a puntare il dito contro senza accorgerci degli altri tre che, da soli, rivolgiamo contro noi stessi, con tanto di pollicione neutrale, a mo’ di inconsapevole autocritica. Ci meravigliamo che chi ci sta succedendo, più che mai, sia diventato preda dell’antipolitica, quando se ci fermiamo a riflettere, riesce impossibile anche a noi allontanarci da certi schemi mentali del nostro “sociale” che ormai sono parte integrante di noi stessi e del modo di essere ed agire.
Ma quel che è peggio, è che a farne le spese è un valore assoluto ed inestimabile come la verità, un monile sempre più sacrificato sull’altare del tradimento, dell’incoerenza, della menzogna, adeguatamente rispettato ormai solo da pochi eletti e calpestato sovente da chiunque abbia bisogno di badare a sé stesso e ai propri comodi, piuttosto che alla propria morale, quella che più che essere predicata andrebbe invece praticata.

San Bellino da Padova diceva che “la coscienza dell’uomo non ha riposo se non nella verità”, mentre oggi essa è diventata una semplice forma di protezione dalla realtà e dalle conseguenze che può comportare, occultandola all’occorrenza per evitare di compromettersi oltre misura. La verità potrebbe costituire un aiuto essenziale a condurre i nostri giorni all’insegna della massima serenità, senza timore di essere sbugiardati nei nostri comportamenti mendaci, ma soprattutto una guida perfetta per vivere in pace col prossimo in una società condita da ordine e rispetto. Un valore, la verità, che proprio partendo da una piccola realtà come Ischia, dovrebbe essere riscoperto ogni giorno di più per sentirci tutti più sereni, per farci star bene gli uni con gli altri e, perché no, anche molto meglio con noi stessi. Ischia, come l’Italia (e forse oltre), ha sete di verità.

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