Il voto di settembre tra riflessioni e considerazioni

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Gino Finelli | Attendevo da tempo di comprendere come si sarebbe orientato il governo per la data delle elezioni comunali e regionali. E finalmente un comitato di esperti e di grandi statisti ha prodotto il risultato. Si vota il 20 settembre, molto probabilmente, giorno in più giorno in meno. 

Si vota cioè subito dopo l’estate in pieno periodo di ripresa delle attività anche scolastiche, in una data che per qualsiasi competizione elettorale è non solo singolare, ma ridicola solo nell’averla pensata e progettata.  Significa infatti che le liste andranno presentate all’inizio di agosto, che la campagna elettorale dovrà essere svolta in pieno periodo vacanziero, che i comizi e quant’altro necessario per esporre i programmi e le iniziative da intraprendere, dovranno essere tenuti sotto l’ombrellone, davanti al bar, in costume da bagno o la sera nei ritrovi o nei ristoranti, naturalmente quelli aperti.

Un modo e, a mio avviso anche un trucco, per rendere difficile se non addirittura impossibile per le liste civiche o per le opposizioni, presentarsi agli elettori per un confronto democratico e realmente competitivo.

Una sorta di schermo protettivo ideato volutamente per far dimenticare la vergogna della pandemia, le scelte inappropriate, le lacune comportamentali, l’ignoranza, l’arroganza e l’ipocrisia di questi ultimi mesi.

Una gestione a dir poco vergognosa di una emergenza sia sanitaria che economica con provvedimenti illeggibili e con scelte populiste di scarso valore sociale e soprattutto economico.

Abbiamo assistito in questi mesi ad un talk -show del governo coadiuvato spesso da decine di esperti di epidemiologia, di infettivologia e di virologia, che tentavano di spiegare quello che non sapevano, che erano utilizzati e, lo sono ancora, per esprimere pareri e ipotesi, spesso devastanti,  tutte finalizzate ad ammortizzare una incapacità gestionale soprattutto nella sanità, in quella sanità che trenta anni di politica scellerata e inadeguata al suo ruolo, avevano contribuito a devastare attraverso la costante riduzione di posti letto e l’occupazione matematica di posizioni di comando affidati spesso a incompetenti e soprattutto decisi da una politica ignorante.

Hanno coperto attraverso la paura e l’informazione devastante, l’inefficienza di un sistema da loro stessi mutilato, attribuendo ai medici il ruolo di eroi e sviluppando nelle coscienze collettive l’idea della capacità, attraverso l’apertura di nuovi reparti, posti letto specifici per la patologia, della loro grande efficienza e del determinismo nel saper affrontare una così devastante situazione, a cui nessun governo aveva mai dovuto far fronte. E così abbiamo assistito a conferenze stampa in cui il politico diveniva unico attore in una rappresentazione senza spettatori che potessero fischiare o applaudire. Una sorta di arrogante presenza su un palcoscenico sul quale si poteva interpretare liberamente qualsiasi commedia dell’arte.

E con questo stesso sistema si è coperto il vuoto enorme di liquidità nella economia, oramai devastata e pronta al collasso. E così la sceneggiata, ha avuto inizio con un balletto con l’Europa che, attraverso la copertura della pandemia, ha dovuto cedere, solo temporaneamente, a concessioni elargitive, coprendo così quel vuoto incolmabile di liquidità e concedendo ulteriori debiti che nessuna generazione potrà mai pagare.

Una pandemia è sempre stata per l’umanità una catastrofe sia sanitaria, che economica. Molte di esse hanno cambiato o influenzato, spesso in modo decisivo, il corso della storia e il destino dell’umanità. Sono state un monito per insegnare all’uomo il comportamento con la natura, il miglioramento delle condizioni di vita, lo stile sociale, contribuendo a far evolvere, spesso in senso positivo, oltre che le conoscenze anche l’evoluzione sociale e l’assetto demografico.

Vaiolo, spagnola, asiatica, aids ecc – ecc, sono solo alcuni degli ultimi esempi di pandemie che dal’800 ad oggi hanno colpito l’umanità provocando morti, paura e desolazione, ma ad ognuna di esse l’uomo ha riposto con forza affrontando l’immediato e progettando una rinascita. Ci si è sempre riusciti per le capacità di uomini che hanno, attraverso ricerca e sacrificio personale, aperta la strada alla risoluzione del problema. Uomini che hanno fatto la storia e a cui l’umanità dovrebbe essere sempre profondamente grata.

Questi uomini che da sempre hanno lavorato nell’ombra e continuano a farlo ci sono ancora e sono solo loro che a breve ci porteranno fuori da quel tunnel di incertezze e di false parole che in questi ultimi tempi ha invaso il nostro pensiero.

Bisogna per questo che si diventi consapevoli che ciò che è successo non puo’ e non deve essere dimenticato, cosa che accade spesso nelle menti del popolo Italiano che ha una scarsissima capacità di ricordare. Questa volta dobbiamo ricordare che questa classe politica, non ha avuto e, a mio avviso non ha, quelle capacità di statista che rendono vero un politico e non ha quella consapevolezza della necessità, soprattutto nelle grandi sciagure dell’umanità, di quella collegialità decisionale che è alla base di un a grande democrazia. In questi ultimi mesi mi sono sempre chiesto dove era il Capo dello Stato e me lo chiedo ancora oggi, dove è quando ci si accinge a decretare una elezione il 13 settembre nel totale disprezzo delle normi più elementari della democrazia partecipativa.

Chi ha la coscienza e la sensibilità di comprendere deve oggi esprimere il proprio pensiero e alzare la voce della protesta per riaffermare i valori della libertà che è solo quella partecipativa.

Ricordiamoci che l’impero Romano non cadde difronte ad una pandemia di indicibile violenza, anche per l’assenza di capacità scientifiche dell’epoca, e non cadde per la virtù dei suoi cittadini che capirono la necessità della disciplina per un interesse comune. Capirono che la conoscenza era forse l’unica arma possibile per affrontare un futuro incerto e imprevedibile. Oggi noi dobbiamo, come allora, capire che il nostro futuro può essere affidato solo alla conoscenza. E proprio a quella conoscenza, competenza e cultura che la politica in questi ultimi anni aveva decretato morta.

Bisogna che si ritorni alla fiducia verso coloro che per qualità dovranno gestire il nostro futuro.

Entra dunque in gioco il rapporto tra politica e scienza, quel rapporto che in questi anni ha subito una campagna di svalutazione della conoscenza, mortificando il lavoro di scienziati e di uomini di pensiero a vantaggio di un relativismo epistemico della conoscenza. Nessuno per inseguire consenso e potere ha compreso che il ruolo dello statista è quello di progettare il futuro, di renderlo sostenibile di garantire un prosieguo di benessere e di sviluppo alle future generazioni. Nessuno ha compreso che “la cura del mondo implica anzitutto, specie in una situazione di pandemia, conservazione della vita e garanzia della sopravvivenza, ma soprattutto impone di trasformare quella che è solo una “universalità di mercato” in una “universalità di senso.”

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