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Scissioni e riunificazioni

Quaderno Italiano di Guido Compagna | Quando al principio degli anni ’60 più o meno quindicenne mi iscrissi al Psi il mio sogno (ero autonomista e nenniano) era la riunificazione socialista: il ricongiungimento con i compagni che avevano seguito Saragat (non a torto) nella scissione di palazzo Barberini. Un sogno solo in parte e per poco tempo realizzato. E per realizzarlo sia pure soltanto parzialmente si passò attraverso una scissione, quella del Psiup (la sinistra di Vecchietti e Valori, i cosiddetti carristi, e purtroppo anche di Lelio Basso). Poi finalmente si arrivò alla riunificazione Psi-Psdi più o meno alle porte delle elezioni del 1968. Che andarono male e così nel 1969 c i fu la nuova scissione. Questa voluta su fronti opposti da De Martino e Tanassi così come l’unificazione l’avevano pensata Nenni e Saragat.
Io non seguii nè il Psi nè il Psdi. Trascurai l’attività politica e dopo essermi laureato mi dedicai principalmente al giornalismo. Prima le collaborazioni a diverse riviste e giornali. Poi arrivai alla “Voce repubblicana” e infine al “Sole 24 ore”. Qui per una trentina d’anni ho cercato di raccontare le vicende politiche italiane e naturalmente non sono stato iscritto ad alcun partito.
Ma la politica è una passione che ti resta cucita addosso (forse è anche un vizio) e così a 66 anni, finalmente in pensione, mi sono iscritto al Pd di Bersani. Partito che riuniva le diverse storie della sinistra prevalentemente riformista che non praticava in tempi di berlusconismo e prima antipolitica la teoria dell’uomo solo al comando. Anzi giustamente la contrastava. Poi le cose sono cambiate. E’ arrivato Renzi, il suo attacco alle regole e alla storia della democrazia repubblicana, le sue pulsioni peroniste e tutto sommato antipartitiche. Poi l’attacco alla Costituzione e l’idea di una legge elettorale che avesse il solo scopo di fare in modo che la sera del voto si sapesse chi ci avrebbe governato per tutta la Legislatura con o senza il 50 per cento più uno dei voti. Il giorno dopo l’approvazione definitiva da parte del Parlamento della cosiddetta riforma ho riconsegnato al mio circolo tessera del Pd. Una scissione (credevo) fatta in perfetta solitudine pensando a quando Salvemini lasciò, all’indomani delle dure polemiche con Turati, il partito socialista (“me ne andai senza dire che me ne andavo”).
Eppure la mia era stata una decisione presa in solitudine, ma non una scelta solitaria. Guardando prima i risultati delle elezioni intermedie e poi partecipando alla campagna referendaria per il no ho scoperto che quella mia era stata una scelta largamente condivisa nel mondo del centrosinistra, un che nel Pd Renzi non si mai riconosciuto.
Per questo credo che il problema oggi dinanzi a chi si riconosce in questo mondo è quello di ricongiungersi ad esso e che le prossime ormai indilazionabili scelte non possano che essere quelle di riunirsi a quel mondo. Una riunificazione dunque. Anche se altri la chiameranno scissione.

 

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