L’OLIO NON FINIRA’. San Sebastiano a Forio, parrocchia abbandonata

Nel 400esimo anniversario della sua fondazione, un grido di dolore per lo stato di abbandono della chiesa Parrocchiale di San Sebastiano in Forio.

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Luciano Castaldi | In quella “periferia esistenziale” che è diventato il centro storico di Forio, cresce il disappunto di tanti cattolici (e non cattolici), per lo stato di totale abbandono in cui versa la Chiesa Parrocchiale di San Sebastiano Martire. E pensare che nel 2020 si sarebbe dovuto ricordare il quattrocentesimo anniversario dalla sua fondazione, avvenuta per l’appunto nel 1620 per decisione dell’Università di Forio su ordine del Vescovo dell’epoca. Se la sede parrocchiale vanta 400 anni, ben più antico è il primo nucleo dell’edificio sacro. Risalente, addirittura, al 1300. Ebbene, non solo nessuna iniziativa è stata pensata per celebrare dignitosamente questo straordinario evento storico-religioso da parte delle autorità ecclesiastiche e neppure da quelle civili (ah, sono lontani i tempi della “Officina della Memoria), ma pare proprio che si intenda provocatoriamente (sottolineo il provocatoriamente) abbandonare quella antica e un tempo splendente (ah, carissimo don Michele!) sede parrocchiale nella indifferenza e nella incuria più totale.

Una desolazione, una decadenza, non solo strutturale, sotto gli occhi di tutti, nel mentre si discetta di “ospedali da campo”, “contenitori esistenziali” e di altre bergogliate simili. Una situazione intollerabile (ah i foriani di una volta!) che mi fa soffrire spiritualmente e fisicamente. E, insieme a me, soffrono tutti coloro che in quella Chiesa hanno lasciato i loro ricordi più dolci e più belli. Perché sì, in quella Chiesa hanno gioito e sofferto, pregato e sperato decine e decine di generazioni che – in una prospettiva cristiana- rappresentano quella “comunione dei santi” di cui parla il canone che il prete legge (ma capisce?) durante la Santa Messa. No, non importa quanto essa sia antica o artistica, bella, grande, prestigiosa, centrale, ricca… perché in quella chiesa palpitano i cuori, gli affetti personali e familiari di migliaia di foriani.

E mentre monta la polemica, tocca al sottoscritto – seppure con dolore, anzi con fastidio perché dedicherebbe volentieri il suo tempo ad altro– mettere metaforicamente la mano alla spada e dare battaglia per difendere ciò che gli è di più caro, in attesa anche che gli piovano addosso i soliti schizzi di fango (già mi sembra di scorgere la solita letterina di sostegno incondizionato nei confronti del parroco) che, puntualissimi, arriveranno a raffreddare gli ardori del “solito chiesano”, rigido e, soprattutto, incapace di aprire il cuore alle “novità”, che poi, altro non sono che mode destinate presto a finire nell’immondezzaio della storia.
Sappiatelo: considero ogni singola macchia del vostro fango, come una medaglia! Ma una medaglia molto relativa, diciamo pure d’argento, perché quella tutta d’oro, e d’oro zecchino, spetta certamente a C. la vecchina del borgo antico di Forio che ogni mattina entra in quella chiesa per accendere le lucine dell’altare maggiore e per verificare, se dinanzi al Tabernacolo, è sempre accesa la fiamma della lampada che sa secoli, notte e giorno, non ha mai smesso di ardere.

Lo so. Gli altri, tutti gli altri, almeno tutti quelli che, come me, ora soffrono passivamente e silenziosamente, un giorno, forse, troveranno il coraggio di parlare, alzare la testa e dimostrare che il sangue che ribolle nelle vene dei foriani è leggermente più caldo di quello di altri cittadini dell’isola che pure hanno subito analoghe “campagne di rieducazione”. Vedasi – sia detto senza offesa- Barano e in particolare Fiaiano. Laddove cioè l’incendio focolarino (ovvero protestantico) ha bruciato ogni radice con il passato. E, dopo ettolitri di diserbante anticattolico lanciato a piene mani, chissà quando quel triste deserto tornerà a rinverdire per far nuovamente risplendere quei fiori di devozione popolare, così belli e così profumati da riuscire a commuovere il Cielo!
Ma, insomma – mi permetto di chiedere- quanto è diffusa e profonda l’ignoranza nel clero? Ma perché i preti non tornano, finalmente, a leggere, senza i deturpanti e deformanti occhiali della ideologia, il Vangelo così come è e specialmente quelle parti in cui nostro Signore si compiace della fede dei semplici? Eccolo qui il nocciolo del discorso. Che fine ha fatto la Parola di Dio? Che fine ha fatto il riferimento alla storia del popolo, quello vero, fatto di sentimenti, tradizioni, consuetudini? Dov’è quel tanto decantato “odore di pecore”? Dov’è quella tenerezza, quella “inclusione”, quella “parresia”… se la gente ha paura di parlare e di esprimere le proprie opinioni? Il cristianesimo non è forse la storia di un popolo salvato da Cristo, il cui cammino si dipana nel corso della storia e si confronta con essa? Perché allora la si distrugge? Perché la si disprezza? Perché se ne ha paura?

Ma sti benedetti preti si rendono conto del disorientamento che arrecano? E della confusione che creano? E delle divisioni che provocano, proprio mentre parlano tanto di unione, dialogo, ammmmorre?
A scanso di equivoci, precisiamolo: questo non è, né vuole essere un attacco personale a chi ha la responsabilità di “amministrare” (notare il verbo) quell’edificio sacro e quella porzione di chiesa locale. Ho già detto che nutro umana simpatia e affetto per Don Emanuel Monte che è vittima unicamente di una formazione sbagliata (lo dico con pudore e senza ipocrisie). Ma la chiesa, i suoi beni non sono una cosa “privata”. Appartengono a Cristo e al popolo che gli ha reso onore nel corso dei secoli. Sono “sue” di Cristo, non del prete. Sue sono le “pecorelle”. Suo l’“ovile”. Sua “la Vigna”. Forte di questa consapevolezza, una Comunità cristiana deve girare intorno all’altare, non intorno al prete! Anche perché questi può sicuramente commettere degli errori, o prendere fischi per fiaschi…

Ecco: abbiamo assistito a sin troppi oltraggi e sacrilegi: il furto dell’ostensorio d’oro, l’idea di chiudere in una teca del fantomatico “Museo del Soccorso” l’antico piviale della parrocchia, la cancellazione della Santa Messa domenicale e delle Solenni Quarant’ore (non mi si dica che si sono svolte nella Basilica, perché ci sono stato ed è stata una pugnalata al cuore. Povero Gesù! Quante ne deve sopportare!).
Perché, perché, perché tanta violenza? Perché, perché, perché, tanta fredda indifferenza? Perché tanta pusillanimità?
Don Emanuel torni dunque sui suoi passi. La Parrocchia di San Sebastiano non va spostata, tantomeno, cancellata. Al restauro della chiesa ci penseremo dopo e il covid non può essere una scusante! Si riprendano immediatamente le celebrazioni in San Sebastiano, ad iniziare proprio da quelle in onore del santo protettore il 20 di gennaio e tutte le altre festività e solennità (come il Santo Natale o la Pasqua!) La si smetta di modificare continuamente l’orario delle messe creando solo confusione e sfiducia, specialmente tra le persone più anziane. In quel luogo sacro si torni subito a respirare il soave profumo dell’incenso! Soprattutto, non si lasci più incustodito il SS Sacramento. NO! L’olio che alimenta quella piccola lampada di fede, speranza e carità non può finire. E non finirà!

2 Commenti

  1. Luciano come si vede che non è scritto da te questo articolo , non fare da prestanome oramai la conosciamo, sappiamo che scrive benissimo ed è forbitissima nel vocabolario ma comunque rimangono come diceva una bellissima canzone…parole ,dettate da nessuna verità . L olio vivo di cui parli è sempre li che si rigenera ogni qual volta ci pentiamo specialmente di tante cattiverie dette che puntualmente arrivano senza forma e fondamento. Un forte abbraccio

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