Ieri e l’altro ieri, tra Ischia, Procida e Napoli, la normalità è diventata ancora una volta un percorso a ostacoli. Non per un evento eccezionale e imprevedibile, ma per una catena di decisioni e disfunzioni che, a forza di ripetersi, somiglia sempre meno a un’emergenza e sempre più a un sistema. Il risultato è il solito: cittadini lasciati nell’incertezza, coincidenze saltate, ore buttate, tensione nei porti e un diritto fondamentale, la mobilità, trattato come una concessione, non come un servizio.
Le due giornate sono state segnate da soppressioni di corse riconducibili a vettori Caremar. In un contesto già appesantito da altri disagi, fra cui quelli legati al pontone a Pozzuoli e alle difficoltà operative che da tempo gravano sui collegamenti del Golfo, il colpo è arrivato dove fa più male: nelle fasce orarie che reggono l’intera organizzazione quotidiana di residenti e pendolari.
L’elenco delle corse coinvolte, con le relative coincidenze, non lascia spazio a interpretazioni. Si parla di una sequenza che, nella pratica, costituisce l’ossatura dei movimenti tra le isole e la terraferma: alle 07:25 Ischia–Procida con prosecuzione alle 07:55 per Napoli; alle 08:55 Napoli–Procida con prosecuzione alle 09:45 per Ischia; alle 10:15 Ischia–Procida con prosecuzione alle 10:45 per Napoli. Poi ancora: 13:10 Napoli–Procida con prosecuzione alle 13:55 per Ischia; 14:30 Ischia–Procida con prosecuzione alle 14:55 per Napoli; infine 17:45 Napoli–Procida. Non sono numeri su un tabellone. Sono ore e appuntamenti reali: turni di lavoro, esami, visite, terapie, consegne, rientri. Ogni soppressione non cancella soltanto una corsa: sposta una giornata intera, quando non la fa letteralmente saltare.
A chi vive sulle isole, infatti, non serve un collegamento “quando capita”. Serve continuità, regolarità, alternative credibili quando qualcosa si rompe. Ed è qui che emerge la questione più discussa di queste 48 ore: la sensazione, riferita da più utenti e interpretata come ricostruzione plausibile dei fatti, che per sopperire a vettori in avaria si sia scelta, almeno in questa circostanza, una strada che penalizza Ischia e Procida, trasferendo capacità operativa verso la linea di Capri. Una scelta che, se confermata, pone un problema serio: quale gerarchia guida la gestione dell’emergenza? Quale criterio stabilisce chi deve essere garantito e chi può essere sacrificato?
Il nodo non è soltanto tecnico. È politico e morale. Perché la continuità territoriale non è uno slogan buono per i convegni: è un principio che dovrebbe tradursi in priorità operative. Se un mezzo va in avaria, la domanda corretta non è dove “rende” di più, ma dove serve di più. E ieri e l’altro ieri la risposta è sembrata rovesciata: a pagare sono stati, ancora una volta, i residenti, i pendolari e chi non ha alternative. Non tutti possono “prendere un’altra corsa” o “aspettare la successiva” senza conseguenze: per molti significa perdere ore di lavoro, rinviare cure, saltare appuntamenti, rientrare tardissimo. In termini economici e sociali, quelle ore non tornano più.
Il punto emerso con forza è un altro: non esiste, o quantomeno non viene percepito, un piano sostitutivo automatico, chiaro e verificabile. Quando un servizio pubblico o in convenzione si interrompe, il minimo sindacale è la gestione trasparente dell’imprevisto: avvisi tempestivi, orari alternativi, priorità d’imbarco per residenti e categorie fragili, rimodulazione delle coincidenze. Invece, nelle due giornate, la sensazione dominante nei porti è stata l’opposto: informazioni frammentarie, tempi incerti, persone costrette a improvvisare e a inseguire un aggiornamento dietro l’altro.
Non si tratta soltanto di “disagio”. Il linguaggio dei comunicati usa spesso questa parola come un anestetico: un modo per rendere accettabile ciò che non lo è. Ma quando l’insicurezza del collegamento diventa ordinaria, non si parla più di disagi: si parla di compressione di diritti. Le isole non sono un parco giochi stagionale da servire a corrente alternata e non sono nemmeno un bancomat da cui incassare biglietti e abbonamenti lasciando poi gli utenti soli davanti alla cancellazione dell’essenziale.
Queste due giornate rendono evidente una fragilità strutturale: basta l’avaria di alcuni vettori, e la gestione conseguente, per scomporre l’intero equilibrio dei flussi. Questo significa una cosa precisa: il sistema non ha ridondanza. Non esiste un “mezzo jolly”, non esiste un accordo di sostituzione rapido, non esiste un protocollo di emergenza capace di impedire l’effetto domino. E dove manca la ridondanza, la fiducia evapora. Perché la comunità smette di poter pianificare: non si pianifica un turno, non si pianifica una visita, non si pianifica una giornata di scuola se la variabile principale è il caso.
Da qui la domanda che resta sospesa, più pesante delle cancellazioni stesse: chi risponde, in modo formale e pubblico, di ciò che è accaduto ieri e l’altro ieri? Chi spiega le ragioni delle soppressioni con atti verificabili? Quali misure correttive vengono predisposte e con quali tempi? E soprattutto: quali tutele vengono riconosciute agli utenti che pagano il prezzo di queste scelte?
Perché la responsabilità non può essere diluita nell’aria come una nebbia. Se la causa è tecnica, serve un cronoprogramma di ripristino e manutenzione. Se la causa è gestionale, serve una revisione immediata delle priorità e delle procedure. Se, come molti sospettano, la coperta corta viene tirata verso Capri, allora serve una parola definitiva: si decide di privilegiare una linea rispetto a un’altra? Con quale legittimità, se si parla di continuità territoriale?
Ieri e l’altro ieri non sono stati due giorni “sfortunati”. Sono stati una fotografia. E ogni fotografia, se ignorata, diventa un presagio. Per evitare che il prossimo scatto sia identico, non bastano scuse standard. Servono regole: penali automatiche quando il servizio non viene garantito, indennizzi semplici e non umilianti, obbligo di corse sostitutive, un protocollo che stabilisca senza ambiguità che le isole abitate non possono essere l’ultima voce della lista. Serve, soprattutto, una scelta: trattare Procida come comunità con diritti, non come variabile sacrificabile nelle giornate in cui la macchina si inceppa.
