Rubrica
Attori e Spettatori
1 giugno 2026 · 8 min

Onu o militanza? Il “nodo” Francesca Albanese

Per comprendere appieno la controversia che ruota intorno a Francesca Albanese, è utile esaminare i fatti, così come oggettivamente si sono verificati, legati al suo ruolo formale presso l’ONU ed ai suoi atti oltre le dichiarazioni scritte o verbali che hanno scatenato le reazioni internazionali che ci hanno poi portato sino ad oggi.

Dal 1° maggio 2022, Francesca Albanese ricopre l’incarico di Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati dal 1967, una figura tecnica indipendente e non retribuita, nominata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. L’attività istituzionale della Albanese si è concretizzata in una serie di rapporti formali presentati all’Assemblea Generale ed al Consiglio ONU per i diritti umani.

Ebbene, nel suo primissimo Rapporto, quello del 2022 – “Prigione a cielo aperto” – Albanese definisce il regime imposto da Israele nei territori occupati come “apartheid per impostazione predefinita” e descrive la situazione della popolazione palestinese come una segregazione in una “prigione a cielo aperto”. Nel marzo 2024 – con il Rapporto “Anatomia di un genocidio”, presenta nient’altro che l’atto istituzionale che spacca la diplomazia internazionale. Nel rapporto ufficiale ($A/HRC/55/73$), la giurista conclude che vi sono “ragionevoli motivi per credere che la soglia che indica che Israele abbia commesso un genocidio sia stata raggiunta”. Secondo l’analisi, la leadership israeliana avrebbe intenzionalmente distorto i concetti di jus in bello (diritto di guerra) per giustificare la violenza di massa.

Nel Luglio 2025 – “Dall’economia di occupazione all’economia di genocidio” -, la stessa presenta un nuovo rapporto formale incentrato sulle complicità aziendali e accademiche globali, accusando multinazionali del settore tech e della difesa (tra cui Elbit, Lockheed Martin, Microsoft e Google) di trarre profitto dalle infrastrutture militari israeliane.

E’ già a partire dal Febbraio 2024, che i ministeri degli Esteri e dell’Interno di Tel Aviv le vietano dunque, ufficialmente e permanentemente, l’ingresso nel Paese checché lei tentasse di ridimensionare il fatto sul piano pratico, ricordando che dal 2008 Israele nega visti d’ingresso a tutti i Relatori Speciali per quel mandato. Da Luglio 2025 a Maggio 2026 viene ufficialmente inserita nella lista nera degli Stati Uniti su impulso del Segretario di Stato Marco Rubio con l’accusa di ostacolare la sicurezza degli alleati statunitensi per via del suo supporto logistico e d’opinione all’inchiesta della Corte Penale Internazionale contro Benjamin Netanyahu.

Nel corso di questo mese di maggio 2026, un giudice distrettuale ordina la revoca temporanea delle sanzioni ritenendole lesive del Primo Emendamento, ma la Corte d’Appello le congela nuovamente pochi giorni dopo.
Di contro, il 7 maggio 2026 riceve l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al merito civile dal premier spagnolo Pedro Sánchez per il suo lavoro di documentazione a Gaza.
Settimana scorsa, gli Stati Uniti hanno rimosso il nome della relatrice speciale dell’Onu per la Cisgiordania e Gaza, Francesca Albanese, dalla lista delle persone soggette a sanzioni, come riporta il sito del Dipartimento del Tesoro Usa, rilanciato dai media internazionali.

I testi e gli interventi pubblici di Albanese, quelli che hanno generato le maggiori frizioni diplomatiche, riguardano poi principalmente la qualificazione giuridica e la contestualizzazione storica del conflitto.
La frattura più grave con i governi occidentali si consuma nel febbraio 2024, a seguito di un commento della relatrice alle parole del Presidente francese Emmanuel Macron (che aveva definito l’attacco di Hamas del 7 ottobre come “il più grande massacro antisemita del nostro secolo”). La dichiarazione di Albanese (via X) non ha necessità di commenti: «Il “più grande massacro antisemita del nostro secolo”? No, Signor Macron. Le vittime del 7 ottobre non sono state uccise a causa del loro giudaismo, ma in reazione all’oppressione di Israele. La Francia e la comunità internazionale non hanno fatto nulla per impedirlo. I miei rispetti alle vittime.»

Il Ministero degli Esteri francese e il Dipartimento di Stato USA neanche a dirlo, hanno condannato la frase ritenendola una giustificazione del terrorismo di stampo antisemita e di convesso la Albanese ci tenne poi a precisare di aver sempre condannato fermamente i crimini di Hamas come crimini di guerra, ma che rifiutava la lettura puramente religiosa della strage, insistendo sulla necessità di inserire quegli eventi nel contesto di un’occupazione militare che dura da decenni («la violenza di oggi deve essere contestualizzata»).

Tornando al 2022, va anche detto che durante i controlli sul suo profilo prima e dopo la nomina all’ONU, vennero ripescati alcuni suoi post del 2014 (scritti quando non era un funzionario delle Nazioni Unite) in cui affermava che l’opinione pubblica americana fosse «subordinata alla lobby ebraica» e criticava la reazione della BBC sui bombardamenti a Gaza dell’epoca parlando di «lobby israeliana che penetra nei media».

Gli Stati Uniti ed Israele chiesero per questo la revoca immediata del suo mandato ONU per pregiudizio antisemita, ma la replica della giurista fu una presa di distanze da quelle vecchie espressioni, definendole “un errore” e chiarendo che l’intento era criticare la politica estera statunitense e non il popolo ebraico, riaffermando il proprio totale rifiuto di ogni forma di antisemitismo.
Ad inizio 2026 il governo francese ne ha chiesto formalmente le dimissioni dall’ONU accusandola di aver definito Israele un “nemico comune dell’umanità” durante un forum pubblico e la giurista ha respinto fermamente l’addebito, dichiarando pubblicamente e per via legale di non aver mai pronunciato quella specifica espressione, denunciando altresì una campagna di falsificazione e decontestualizzazione mirata a screditare i suoi rapporti sul campo.

Diciamocela tutta, il ruolo di Relatore Speciale delle Nazioni Unite nasce con un obiettivo ben preciso ed ambizioso: documentare i fatti con terzietà, analizzare le violazioni del diritto internazionale e offrire raccomandazioni che possano favorire il dialogo e la tutela dei diritti umani. Criteri che richiedono un rigore diplomatico e un’imparzialità se non chirurgici, quasi tali. Requisiti che, nell’interpretazione del mandato da parte di Francesca Albanese, sembrano essere stati, diciamo, progressivamente sostituiti da un’agenda di aperto attivismo geopolitico.

La recente e caotica battaglia legale attorno alle sanzioni statunitensi, revocate da un giudice distrettuale per motivi procedurali legati al Primo Emendamento e immediatamente congelate dalla Corte d’Appello di Washington, come abbiamo visto, non è che l’ultimo capitolo di una parabola istituzionale controversa. Una parabola che solleva un interrogativo di fondo: un funzionario internazionale può confondere la cattedra diplomatica con la trincea ideologica?

Il nucleo delle critiche mosse alla giurista Albanese non risiede nella legittima condanna delle sofferenze della popolazione civile a Gaza o nelle critiche alle operazioni militari di Israele, posizioni condivise da ampi settori della comunità internazionale e da numerose organizzazioni non governative, ma piuttosto nella radicalizzazione del linguaggio e nella reiterazione di tesi che scivolano troppo spesso fuori dal perimetro del diritto internazionale per entrare in quello della propaganda.

Dall’inizio del suo mandato nel 2022, le sue dichiarazioni pubbliche, riguardandole, hanno accumulato contestazioni non solo da Gerusalemme, ma anche da diverse cancellerie occidentali. L’accusa più grave che le viene mossa è quella di applicare un doppio standard sistematico: una severità inflessibile e massimalista nei confronti dello Stato ebraico, accompagnata da una marcata reticenza o da contestualizzazioni ambigue quando si tratta di condannare le azioni e le responsabilità delle organizzazioni terroristiche palestinesi, a partire da Hamas.

L’episodio del febbraio 2026 con la Francia ne è una plastica dimostrazione. Di fronte alle dure reazioni di Parigi, che ne ha chiesto formalmente le dimissioni a seguito di alcune sue dichiarazioni pubbliche in cui Israele veniva dipinto in termini radicali, la Albanese ha smentito la formulazione letterale contestata, eppure, il fatto stesso che un governo tradizionalmente attento all’equilibrio mediorientale come quello francese sia giunto a una rottura diplomatica di tale portata dimostra come il suo profilo sia ormai percepito come divisivo e incompatibile con la neutralità richiesta dall’ONU.

Badate bene, quando un Relatore Speciale adotta toni da pamphlet e sposa una narrazione unilaterale, il danno principale non viene arrecato soltanto alla propria figura, ma alla credibilità dell’intera architettura delle Nazioni Unite e si da il caso che l’ONU tragga la sua forza dalla capacità di porsi come arbitro sopra le parti, come un mediatore credibile in grado di dialogare con tutti gli attori sul campo.

Se lo strumento del Rapporto ufficiale si trasforma in un atto d’accusa politico precostituito, si ottengono due effetti deleteri: innanzitutto la polarizzazione del dibattito, in quanto si azzera qualsiasi spazio di mediazione, spingendo gli Stati a trincerarsi dietro logiche di blocco contrapposte ed in secondo luogo la svalutazione del diritto internazionale, specie quando termini giuridici di estrema gravità vengono utilizzati con una frequenza e una disinvoltura tali da svuotarne il rigore tecnico, trasformandoli in slogan da dibattito televisivo o da social network.

Le sanzioni finanziarie imposte dall’amministrazione statunitense (e promosse da organizzazioni di monitoraggio come UN Watch) rappresentano senza dubbio una misura drastica e discussa sul piano del diritto interno americano, tuttavia, esse sono il sintomo politico di un rigetto più ampio.
La difesa d’ufficio basata sulla “libertà di espressione”, pur legittima in un’aula di tribunale americana per tutelare il privato cittadino, non può essere lo scudo dietro cui nascondere il fallimento diplomatico di un alto funzionario.
Chi rappresenta le Nazioni Unite non è un commentatore indipendente, ha il dovere della prudenza, dell’equilibrio e del rispetto delle prerogative degli Stati membri. Continuare a confondere la testimonianza dei diritti umani con l’ostilità politica preconcetta non fa avanzare di un millimetro la causa della pace in Medio Oriente, ma contribuisce soltanto ad isolare ulteriormente le istituzioni che dovrebbero garantirla.

Anna Fermo
L'autore
Anna Fermo

Anna Fermo, Laureata in Scienze Politiche presso l’ Università degli Studi di Napoli Federico II. Esperta in storia politica ed economica ed in politiche europee, amministrativista e già funzionario pubblico. Attualmente riveste l’incarico di Responsabile Amministrativo e Finanziario del GAL Terra Protetta S.c.a.r.l. e del GAL Pesca Approdo di Ulisse S.c.a.r.l., società miste pubblico-private che operano nell’ambito dei Fondi europei FEASR e FEAMPA nell'areale della Penisola sorrentina e della Costa d'Amalfi. E’ giornalista pubblicista dal 2009 e scrive per noi dal 2003.

Podcast

Ascolta Il Dispari su Spotify: interviste, approfondimenti e storie dall'isola.

Ascolta ora →
Seguici
Leggi anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *