Il prossimo 22 e 23 marzo l’Italia sarà chiamata ad un appuntamento storico. Ne abbiamo già parlato in queste pagine e giacché più i giorni passano e più lo scontro politico e giuridico s’infiamma, è bene confermare che non si tratta solo di una consultazione tecnica ormai, ma di un bivio fondamentale per la nostra democrazia.
Visti i toni, la domanda è chiara e netta: è il caso di restare ancora ostaggi di un sistema giudiziario incrostato da logiche correntizie o invece, piuttosto, di restituire dignità e imparzialità alla magistratura?
La Riforma Nordio, al centro del dibattito referendario, di fatto rappresenta l’intervento più coraggioso degli ultimi decenni per spezzare il legame tossico tra potere politico e carriere giudiziarie. Inutile negarlo.
Uno dei pilastri della riforma è non a caso la creazione di due CSM distinti: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri.
Oggi, la contiguità tra chi accusa e chi giudica mina la percezione di imparzialità. Così, contrariamente alle narrazioni allarmistiche del fronte del “No” che paventa una magistratura sotto il controllo del governo, la riforma in realtà intende mantenere ferma l’indipendenza costituzionale della magistratura.
Separare le carriere significa semplicemente garantire che il giudice sia davvero un “terzo” sopra le parti, come richiesto dal giusto processo.
“Se un giudice è un ciuccio non diventerà Ribot con la riforma,” ha sostenuto di contro l’avvocato Franco Coppi, ma la riforma non serve a creare “campioni”, bensì a garantire che il cittadino non trovi davanti a sé un giudice che condivide la stessa “casacca” associativa della pubblica accusa.
Lo scontro sul referendum era ovvio che scivolasse sempre più sul piano squisitamente politico, benché Fdi avesse più volte auspicato un confronto sui contenuti della riforma, eppure, nulla lasciava presagire che si addivenisse ad un livello di scontro a tratti sconcertante.
Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, appena domenica, ha di fatto scosso le coscienze parlando di un meccanismo “para-mafioso” e di un “verminaio correntizio” all’interno del CSM. Parole forti, certo, ma che poggiano su una realtà che lo scandalo Palamara ha mostrato in tutta la sua crudezza: un “mercato delle vacche” dove le nomine dei vertici degli uffici giudiziari vengono decise in base all’appartenenza a questa o quella corrente, piuttosto che per meriti oggettivi.
Ma perché queste dichiarazioni del Ministro-Guardasigilli ?
Ebbene, tutto ha avuto inizio con alcune affermazioni del Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, schieratosi per il “No”.
Durante la campagna elettorale referendaria, giovedì scorso, Gratteri ha sostenuto che a favore della riforma voterebbero «gli indagati, gli imputati e la massoneria deviata». Parole di un certo peso e gravità che sono state percepite come un tentativo piuttosto maldestro ed offensivo di criminalizzare chi sostiene il “Sì”, quasi a voler dire che votare la riforma Nordio favorisca la criminalità organizzata.
A nulla è valsa la difesa di Gratteri che ha poi pensato male, anzi, malissimo, di accusare i media di “malafede”, precisando di non aver mai dato del mafioso a chi vota sì, ma di aver indicato chi, dal suo punto di vista, trarrebbe vantaggio dal nuovo sistema. “Io ho detto che i mafiosi, la massoneria deviata, voteranno sì. Io non ho detto che chi vota sì è mafioso, è massone. Sono gli altri che in malafede hanno voluto riportare un dato, una cosa che io non ho assolutamente detto né pensato”. “E’ stato chi non ha argomenti, chi non riesce a spiegare qual è il vero motivo per cui è stata creata questa riforma della Costituzione. Ora purtroppo per loro bisognerà andare a votare perché, purtroppo per loro, ci vuole il referendum”. Difesa piuttosto arzigogolata!
Dinanzi a tutto questo, era alquanto ovvio che il Ministro Nordio rispondesse, seppur non se ne potesse immaginare il modo, ovvero ribaltando completamente la narrativa del procuratore.
In un’intervista rilasciata appena domenica, Nordio non le ha mandate a dire ed ha sostenuto che è proprio l’attuale sistema delle correnti all’interno del CSM ad essere “para-mafioso”. Si, perché per il Ministro, il meccanismo per cui un magistrato deve avere un “padrino” (la corrente) per fare carriera o ottenere nomine ricalca logiche di tipo clientelare e spartitorio.
Attaccando i membri togati del CSM, che tra l’altro, venerdì avevano chiesto di non “trascinare” il Consiglio “nel dibattito referendario” dopo le parole di Gratteri, Nordio ha sottolineato che “Nel suo documento sul caso Gratteri il CSM è riuscito a comprimere il massimo numero di espressioni contorte nella minima credibilità del loro contenuto”, pur di non pronunciarsi contro lo stesso Gratteri. Perché?
Da tener presente che si è espresso contro il procuratore di Napoli anche il presidente emerito della Corte Costituzionale, Augusto Barbera, uno degli esponenti più autorevoli della Sinistra per il sì: le parole di Gratteri sono “indecenti”, “ai limiti dell’eversione” perché pronunciate da un magistrato.
L’attacco di Nordio al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM, l’organismo di autogoverno della magistratura che decide sulle nomine, le carriere e le sanzioni dei magistrati), era chiaramente riferito al suo funzionamento, quello che la riforma propone per l’appunto di modificare.
Al momento il CSM è composto da 33 membri: 3 sono di diritto, cioè il presidente della Repubblica (che ne è il capo), il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione. Poi ci sono 30 membri eletti. Di questi 20 sono “togati”, cioè sono eletti dalla magistratura stessa, e 10 sono “laici”, quindi non appartenenti alla magistratura ed eletti dal parlamento in seduta comune. La riforma prevede che questi 30 membri del CSM non siano più eletti, ma nominati per sorteggio (oltre a prevedere come su citato la creazione di due CSM, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici).
Il governo ritiene che il sorteggio sia il metodo più semplice ed efficace per evitare le logiche delle correnti che stanno alla base del meccanismo di elezione attuale, e che da anni sono degenerate in pratiche clientelari e corporative, a volte illecite. Nella magistratura ci sono infatti varie associazioni a cui i magistrati aderiscono per affinità di idee: una logica che dovrebbe favorire il confronto e il pluralismo, ma che di fatto si traduce da tempo in una “politicizzazione” di giudici e pm, divisi in correnti che rispondono grosso modo a partiti o aree politiche di riferimento: Area di centrosinistra, Autonomia e Indipendenza più vicina al Movimento 5 Stelle, Unicost di centro, Magistratura Indipendente di centrodestra. Spesso le nomine, più che sulla base del merito, vengono fatte sulla base di ripartizioni tra correnti: un certo numero a una, un certo numero all’altra, e così via.
Nella sua intervista Nordio ha detto che «il sorteggio rompe questo meccanismo “para-mafioso”», che ha definito come citato, anche «mercato delle vacche» e «verminaio correntizio». Il sorteggio aggirerebbe infatti queste logiche, toglierebbe potere negoziale e politico ai leader delle varie correnti, e quindi disincentiverebbe le pratiche clientelari. Al tempo stesso però, per il fronte del NO, annullerebbe qualsiasi principio meritocratico: verrebbero promossi nelle posizioni più alte della magistratura non i magistrati con una carriera più prestigiosa o con titoli più solidi, ma i più fortunati. In più, secondo Gratteri e altri contrari alla riforma, il metodo diverso con cui verrebbero sorteggiati i membri “togati” e quelli “laici” creerebbe uno squilibrio tra le due componenti. Del merito e dell’ equilibrio allo stato tuttavia non ci sembra di vederne nemmeno l’ombra! Bha!
Lo scontro va da se che s’infiammasse coinvolgendo di tutto un po’: l’ANM ha detto che Nordio (che peraltro è un ex magistrato) «ha deciso di avvelenare i pozzi» e che paragonare il funzionamento del CSM ai comportamenti della criminalità organizzata offende «la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia nel corso della storia d’Italia». La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha definito le parole di Nordio «gravissime» e ha chiesto al ministro di scusarsi coi magistrati. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha detto che Nordio «getta fango sulle istituzioni». Etc. etc. etc..
Nordio a questo punto, con una nota c’ha tenuto a chiarire le motivazioni delle sue dichiarazioni ed ha sostenuto che l’accostamento al metodo mafioso in realtà sarebbe una citazione di Nino Di Matteo, un noto magistrato siciliano che lavora soprattutto nella lotta alla mafia ed è per questo da anni sotto scorta (ed è stato peraltro membro del CSM). Nordio ha detto che fu proprio Di Matteo a parlare di «mentalità e metodo mafioso. Altri esponenti del “partito del No” si sono espressi, a suo tempo, in modo anche più brutale. Ne faremo un elenco e lo pubblicheremo». Apriti cielo!
Diciamo che quella di citare dichiarazioni di magistrati e politici molto noti e apprezzati dall’opinione pubblica è diventata ormai un’abitudine di questa campagna elettorale referendaria, anche se in realtà spesso chi cita finisce non solo per dare letture fuorvianti ma anche per prendere dichiarazioni false e non verificate che girano in rete. È successo per esempio proprio a Gratteri, che durante un’intervista a DiMartedì, su La7, lesse delle dichiarazioni che avrebbe fatto in un’intervista Giovanni Falcone, il magistrato palermitano ucciso dalla mafia nel 1992. L’intervista non esisteva e Gratteri dovette scusarsi.
Il tentativo di entrambi gli schieramenti di “arruolare” figure storiche come Falcone e Borsellino, tra l’altro, ha costretto anche la Presidenza della Repubblica a chiedere di lasciare il Presidente Mattarella e i simboli della lotta alla mafia fuori dalla contesa politica.
Per cui, andando oltre le varie citazioni che fanno scena, ma nient’altro, possiamo confermare che la polemica tra il Ministro Nordio, il procuratore Nicola Gratteri e le opposizioni rappresenta allo stato lo scontro frontale più acceso di questa campagna referendaria e che non si tratta solo di una divergenza tecnica sulla riforma, ma di una vera e propria “guerra di parole” che tocca i nervi scoperti della storia istituzionale italiana.
I sondaggi per il momento mostrano una forbice che si chiude. Il fronte del “Sì” è in rimonta perché i cittadini percepiscono che il sistema attuale non garantisce più la necessaria fiducia.
Per cui, dopo queste ultime polemiche, ne sono ancora più convinta: Votare “Sì” non significa attaccare i magistrati, ma difendere i magistrati onesti e laboriosi (la stragrande maggioranza) che oggi sono costretti a piegarsi alle logiche di corrente per non restare isolati.
La riforma Nordio è l’occasione per uscire dal fango delle polemiche e costruire una giustizia moderna, veloce e, soprattutto, veramente autonoma da ogni pressione, interna ed esterna.
