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sabato, Aprile 20, 2024

Vescovo Villano: “Chiamati ad essere esperti in umanità. Niente è più come prima”

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Carlo Villano, il nuovo vescovo di Ischia, continua a regalarsi come uno di noi. L’aspetto semplice, in alcuni tratti, forse, anche troppo, restituisce al capo della chiesa cattolica di Ischia e di Pozzuoli, la dimensione umana che, purtroppo, avevamo smarrito. Come la pecorella.
Una dimensione umana che, però, fa da contraltare ad uno spessore spirituale diametralmente opposto. Alto, sincero, profondo, diritto. Certo, chi scrive troverà sempre quegli ingredienti cattolici che guastano la pietanza, ma facendo uno sforzo di selezione, si riceve un messaggio centrato, diritto, condivisibile.
Senza sfarzi e senza quegli echi sguaiati del passato, pubblichiamo (dopo averlo chiesto!) un ampio stralcio del contenuto dell’omelia del Vescovo Carlo alla S. Messa Crismale che si è svolta Mercoledì Santo alla Chiesa di Portosalvo ad Ischia. Un messaggio attuale che riesce a dare contenuto ad una Pasqua che, altrimenti, sarebbe rimasta solo sceneggiate e rappresentazioni.

LA PAROLE DI VILLANO
“Carissimi fratelli e sorelle del popolo di Dio, siamo questa sera riuniti nella chiesa di santa Maria di Portosalvo per la celebrazione della Messa del Crisma, celebrazione del Giovedì Santo, del giovedì mattina, ma come buona tradizione da qualche anno anticipata il mercoledì sera per favorire la partecipazione di tutto il popolo di Dio. Questa celebrazione ci introduce, in pienezza con la Messa domani in Coena Domini, al triduo pasquale, al triduo della Santa Pasqua, i tre giorni che sono il centro di tutta la vita liturgica della Chiesa. In questa celebrazione, siamo chiamati a rendere grazie al Signore per tutto il bene che ci dona, per tutto il bene che possiamo fare come figli di Dio; in maniera particolare, carissimi confratelli sacerdoti (la missione restoratrice del clero di Ischia di Villano, continua, ndr) per tutto il bene che noi possiamo fare per grazia di Dio per mezzo del sacerdozio, dono che il Signore ci ha fatto.

Ci accompagna la Parola di Dio che abbiamo ascoltato e la stessa liturgia che stiamo celebrando. Accogliamo questa parola come racconta Gesù nel Vangelo di Luca: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura”. Sono queste le parole che l’evangelista Luca pone sulle labbra di Gesù e che stanno ad indicare la fedeltà di Dio alla sua Parola, alla sua promessa di salvezza. Anche noi questa sera siamo chiamati ad accogliere questa parola che oggi si compie anche nella nostra vita. È Parola di chi porta ai poveri il lieto annunzio, la Parola di chi proclama la liberazione, di chi annunzia la vita: è la Parola di chi proclama una vita nuova; quella vita nuova che a noi viene donata per mezzo della fede in Gesù. È vita nuova che viene donata a chi crede in Gesù, figlio di Dio.
Carissimi fratelli presbiteri, il nostro rendere grazie al Signore per il dono del sacerdozio, per il dono di averci chiamato a qualcosa di grande, a seguirlo come suoi discepoli, ci richiama all’impegno, oggi urgente e costante più che mai, e che non deve mai venire meno, di “pregare il Signore della Messe perché mandi operai nella Sua messe!” (Mt 10, 38).

Questa Parola che noi questa sera accogliamo vuole diventare lo stile che sempre più deve caratterizzare la nostra vita sacerdotale; è lo stile della vicinanza e della prossimità, come abbiamo avuto più volte occasione di richiamare, è lo stile della attenzione e della cura reciproca. Come presbiteri siamo chiamati ad essere vicini alle nostre comunità, come comunità siamo chiamati a chi nelle nostre comunità si sente messo ai margini e a chi non vive l’avventura bella, esaltante, stupenda, del nostro essere Chiesa del Signore (ancora un insegnamento ai preti locali che, è evidente, lo dimenticano spesso, ndr). Si, carissimi fratelli, perché oggi questa Parola che si compie è per noi motivo di gioia e, questa sera, il rinnovo delle nostre promesse sacerdotali, diventa motivo di gioia per il dono del sacerdozio, è la gioia stessa di stasera che davanti a tutto il popolo di Dio vogliamo dire nell’essere presbiteri, nell’aver accolto nella nostra vita questo dono di Dio.

LA CHIESA PER LA PACE
Come sacerdoti siamo chiamati a curare il popolo che il Signore ci affida ma non possiamo non avere un cuore grande, ampio: il cuore di chi non ha soltanto a cuore le nostre Chiese di Pozzuoli e di Ischia, ma ha a cuore la Chiesa intera, anzi, l’intera umanità. Non possiamo non mettere nelle mani di Dio la nostra preghiera per la pace. Certo, siamo invitati a pregare in maniera particolare per l’Ucraina, per questa guerra che sembra entrare nel cuore stesso dell’Europa, quasi a piccoli passi, in un’escalation di violenza graduale. Siamo chiamati a pregare per la Terra Santa, per la terra in cui la Parola è diventata carne. Ma ci sono altre decine di guerre sparse per il mondo, ed anche queste sofferenze, la sofferenza di questi popoli, noi vogliamo mettere nelle mani di Dio; di una guerra che è mondiale perché in tante parti del mondo.

CRISI CLIMATICA
Vogliamo ritornare al motivo della nostra gioia, una gioia che ci caratterizza dal profondo, perché fonte di questa gioia è il dono della vocazione, fonte di questa gioia è la consapevolezza di aver dedicato tutta la vita al Signore. Oggi, lo riconosciamo, viviamo in un mondo lacerato, in un mondo in cui anche la crisi climatica ci spinge verso orizzonti tutti da scrutare e, come ricorda papa Francesco nella Laudato Si’, richiama tutti noi ad un senso di responsabilità e corresponsabilità nelle nostre azioni quotidiane.

Come ebbe a scrivere, qualche anno fa, Jacques Maritain, autore con il quale siamo chiamati a riscoprire l’attualità di un umanesimo integrale, che dopo un lungo percorso spirituale e intellettuale approdò al pensiero tomista dopo la sua conversione al cattolicesimo, “dopo aver studiato con tanta passione tutte le filosofie moderne […] sempre con il desiderio di conoscere sempre più profondamente le ricerche, le scoperte, le angosce del pensiero moderno, [siamo chiamati a] farvi penetrare sempre più la luce che ci viene da una sapienza elaborata nel corso dei secoli e che resiste allo scorrere del tempo”. In un’epoca come la nostra, sempre più caratterizzata da cambiamenti così profondi da farci stare pienamente in un cambiamento d’epoca, siamo sempre più chiamati a fondare la nostra azione pastorale nella Parola; siamo chiamati a ‘tornare a Dio, a riscoprire il significato teologico della nostra esistenza’, chiamati a valorizzare la ricchezza della storia, delle tradizioni delle nostre chiese in un mutato contesto ecclesiale e sociale.

ESPERTI IN UMANITA’
Siamo chiamati, ed è lo stesso papa Francesco a ricordarcelo, ad essere esperti in umanità. Noi sacerdoti siamo chiamati ad essere insieme con la gente, con il popolo che il Signore per sua grazia ci ha affidato. Sentiamo in noi la responsabilità di una comunità che ci viene affidata per annunciare il Vangelo. Come Chiesa siamo chiamati a riscoprire il significato della nostra vita come incontro con il Signore: è solo l’incontro con Cristo che può dare senso e significato alla nostra vita.

NIENTE È PIÙ COME PRIMA
Carissime sorelle, carissimi fratelli, di questo essere chiamati ad essere esperti in umanità vogliamo assumerne l’impegno: vogliamo sperimentare la gioia e la bellezza di pregare gli uni per gli altri, nella consapevolezza che senza il dono della preghiera reciproca siamo “come una canna sbattuta dal vento” (Mt 11, 7): è solo attraverso il dono della preghiera che possiamo sperimentare quella dimensione così profonda dell’amore che è il prendersi cura, prendersi a cuore, gli uni degli altri; un prendersi a cuore che, in maniera particolare, per me vescovo e con voi cari presbiteri, significa condividere, prendere a cuore le gioie ma anche le fatiche del nostro ministero.

In un contesto in cui ci diciamo più di una volta “niente è più come prima”, soprattutto in questo cambiamento d’epoca che stiamo vivendo e nel quale ci siamo pienamente immessi, permettetemi di aggiungere, se niente è più come prima, “meno male che niente è più come prima”, perché è la storia dell’umanità, fin dai tempi antichi, per noi che abbiamo fede nel Dio unico, che mai niente è stato più come prima. Mai l’oggi è stato uguale al ieri e non sarà uguale al domani. Il sacerdote è l’uomo che è alla ricerca, è l’uomo che quando dice sì al Signore lascia le proprie sicurezze, segue colui che non ha nemmeno dove posare il capo, e che sull’esempio dei pescatori della Galilea, si mette alla sequela di Gesù, fidandosi di niente altro che della Sua Parola, dell’invito a seguirlo. Noi non siamo tra coloro che rimpiangono le cipolle dell’Egitto a fronte della speranza di una vita nuova che ci viene dal Risorto e nel compimento della sua Scrittura, della sua Parola. Noi siamo chiamati a lavorare per il Regno, siamo chiamati ad accompagnare gli uomini e le donne di oggi nel complesso e mai scontato cammino della esistenza, con gioia e senza stancarci.

Carissimi confratelli, tutto questo lo possiamo vivere e sostenere soltanto nella misura in cui permettiamo che si realizzi nella nostra vita quanto abbiamo invocato e pregato nel giorno della nostra ordinazione e che oggi rinnoviamo nelle promesse: ci rivolgiamo a Dio Padre riconoscendo la sua presenza nella storia della salvezza. Invochiamo lo Spirito, ancora oggi come lo abbiamo invocato nel giorno della nostra ordinazione sui candidati al sacerdozio, perché possa santificarli e renderli idonei al dono che viene loro affidato: Gesù, il Figlio è per la mediazione che ha presso il Padre per il dono dello Spirito. In tal modo è il mistero della Trinità che è all’origine di ogni ministero ordinato. Possiamo certamente affermare che l’identità del sacerdote è identità trinitaria: siete chiamati a vivere la vostra vita, il vostro ministero, ad immagine e somiglianza della trinità di Dio. È Dio incarnato che ha dato la sua vita per noi con amore e per amore sino alla fine, delle sue forze e della sua stessa vita. È Gesù che non ha considerato un tesoro geloso, un privilegio l’essere uguale a Dio ma, come ricorderemo domani sera nella messa in Coena Domini, ha assunto, fino in fondo, la condizione di servo, chiedendo a noi di farci servi gli uni degli altri.
La messa crismale, con la benedizione del crisma, da cui ne mutua il nome, sta ad indicare, sempre più, la nostra appartenenza a Cristo, colui che è l’unto. Sull’esempio di Cristo, nel rito di ordinazione anche noi veniamo unti, consacrati, con l’unzione del crisma: questa unzione per noi sacerdoti significa la piena appartenenza a Cristo, la nostra piena disponibilità a riporre la nostra vita nelle mani di Cristo. È questo, e soltanto questo, il motivo della nostra gioia. Insieme con il crisma, benediciamo l’olio dei catecumeni e l’olio degli infermi; la benedizione degli oli per noi sta a significare che il Signore, per mezzo dei suoi sacramenti, ci accompagna per tutta la nostra vita; ci accompagna e ci sostiene nella gioia ma anche nel dolore, partecipa della nostra vita, delle gioie e delle sofferenze.

L’OLIO DEL GIARDIO DI “CAPACI”
L’olio di quest’anno ci è stato donato da parte della Polizia di Stato e dall’Associazione “Quarto Savona 15”. Questo olio è stato ricavato dagli ulivi piantati nel ‘giardino della memoria’ a Capaci, dove c’è stata la strage di Falcone e della sua scorta, dedicato alle vittime della lotta alla mafia (La quarto Savona 15 era la sigla dell’auto su cui viaggiavano gli uomini della scorta a Falcone). Tale olio si aggiunge, come da tradizione, all’essenza del bergamotto che la Diocesi di Locri-Gerace in Calabria dona alle Chiese che sono in Italia. Una preghiera particolare chiediamo questa sera per le diocesi della Calabria, che sono sotto l’attenzione pericolosa della malavita locale. Una Chiesa, questa, per davvero sotto pressione, ma che sta tentando di riportare sentimenti e azioni di legalità al territorio purtroppo martoriato: a loro, ai sacerdoti, ai vescovi di quella terra siamo vicini con il nostro affetto e la nostra preghiera.

CHIAMATI AD ESSERE CUSTODI DI LEGALITÀ
In un territorio come il nostro, tutto questo si connota di un significato particolare: noi come pastori siamo chiamati ad essere custodi di legalità e stare sempre dalla parte del bene, avendo cura del bene comune che ci viene affidato. Viviamo in un territorio bellissimo ma anche fragile. Gli eventi tragici degli scorsi anni ci hanno rimandato alla responsabilità verso questo territorio che ci viene affidato. Papa Francesco ci ricorda come il creato, la bellezza della natura, è un dono che ci viene affidato perché noi possiamo preservarlo, custodirlo e affidarlo alle generazioni che vengono dopo di noi. Siamo tutti diventati più consapevoli che le conseguenze delle nostre scelte hanno ricadute non solo personali, ma su tutta la comunità. Questo impegno per il bene e per la legalità ci rimanda a due sacerdoti che hanno ripagato con la vita il loro impegno per la testimonianza del vangelo nei nostri complessi territori e che questa sera vogliamo ricordare come confratelli nel trentesimo anniversario della loro uccisione: don Pino Puglisi e don Peppino Diana.

Vorrei concludere con le parole di papa Francesco in occasione dell’anniversario della morte di don Peppino Diana e che pongo alla attenzione ed alla sensibilità di tutti quanti voi: “i cristiani sono coloro che annunziano il Vangelo e vivono la vocazione ad essere con Cristo segno di un’umanità nuova, fecondata dalla fraternità e dalla comunione”.

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