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sabato, Aprile 20, 2024

SETTECENTO SVELATO. Ernesta Mazzella: «Il manoscritto della Casa d’Avalos ci svela notizie inedite sulla vita a Ischia e sul Castello»

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L’importanza del prezioso documento ritrovato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. La figura di Cesare Michelangelo d’Avalos, che commissionò al castellano Giuseppe Donati la relazione sul feudo isolano. Donati «dimostra di essere un uomo erudito e anche con uno spirito imprenditoriale. Sapeva vedere un futuro su quest'isola, sapeva quale zona sviluppare e potenziare». La rivoluzione degli ischitani «con penna e calamaio» e la liberazione dal feudo

Incontriamo la dottoressa Ernesta Mazzella per raccontare quella che è la scoperta di un documento importante, un manoscritto del 1700 che ci svela tante curiosità, qualcuna anche sull’organizzazione sociale e civile che, in qualche modo, caratterizza il popolo di Ischia. E poi anche qualche curiosità sul Castello Aragonese.

Partiamo subito da Cesare Michelangelo d’Avalos e perché ci preoccupiamo del suo agire.
«Ci preoccupiamo del suo agire perché ha governato l’isola d’Ischia, essendo un d’Avalos, ed ha ereditato dal padre Diego la signoria e la castellania dell’isola d’Ischia e ci preoccupiamo di Michelangelo d’Avalos perché ha governato la nostra isola dal 1690 fino alla sua data di morte, che risale al 1729. Cesare Michelangelo d’Avalos, sull’isola d’Ischia, governa per diversi anni e governa con un certo impeto e pugno di ferro e purtroppo per queste modalità il suo governo agli ischitani non piaceva. Possiamo dire che non erano contenti della signoria d’Avalos, ma possiamo pure affermare che gli ischitani nel ‘700 assumono la consapevolezza della loro indipendenza, della loro autonomia. Non dobbiamo dimenticare che l’isola d’Ischia, comunque, era sotto il governo reale del Re e i d’Avalos hanno governato la nostra isola per diversi secoli. Questa famiglia arriva dalla Spagna a seguito di Alfonso d’Aragona, il Magnanimo, e prende possesso dell’isola e del Castello Aragonese grazie a un privilegio proprio voluto da Alfonso il Magnanimo».

Stiamo parlando del ‘700. Qualche anno dopo in Europa scoppiava una rivoluzione, quella più famosa, quella che ricordiamo con la presa della Bastiglia…
«Sì, appunto, la Rivoluzione Francese del 1789 dove gli sfidanti hanno agito diversamente. In Francia la rivoluzione la fanno in tutt’altro modo, I francesi scendono in piazza con i bastoni, le zappe, i picconi. Gli ischitani, invece, la loro rivoluzione la fanno in tribunale, con la carta e con la penna, potremmo dire con penna e calamaio».

ISCHITANI AMANTI DEI TRIBUNALI

Potremmo anche dire che poi i loro discendenti hanno deciso di continuare su questa strada…
«E’ nella nostra indole e quindi non ci dobbiamo meravigliare, perché proprio la storia ci racconta che il popolo ischitano è amante dei tribunali e ci fa anche capire la tempra caratteriale e l’indole degli ischitani, ma anche e soprattutto la preparazione culturale. E come mai gli ischitani cominciano questa grande causa alla Casa d’Avalos, che poi continuerà per diversi anni. Perché alla morte del viceré Michelangelo d’Avalos nel 1729, loro continueranno la causa contro il nipote, perché purtroppo Cesare Michelangelo d’Avalos non ebbe figli. Sposò la cugina Ippolita d’Avalos del ramo di Troia, il secondo ramo della famiglia d’Avalos, e con questo matrimonio Cesare Michelangelo voleva unire i due grandi rami della famiglia d’Avalos. Purtroppo però tutti i suoi programmi furono un po’ come dire scompaginati dal fato, dalla Dea della fortuna, possiamo dire, e non gli furono favorevoli.

Il vento della sua fortuna soffiò fino a un certo punto, perché lui era il secondogenito di Diego d’Avalos e quindi non aveva diritto a prelevare tutti i titoli e tutti i beni del casato. Per una pura coincidenza morirono il fratello primogenito e anche il nipote Diego, figlio del fratello primogenito, e quindi lui si trovò ad ereditare l’intera fortuna della famiglia. Prima, visto che non era il legittimo erede, viveva all’ombra del fratello e ovviamente anche del nipote. Da un certo punto di vista fu graziato, però purtroppo la natura non lo favorì perché non ebbe un erede maschio a cui poter destinare tutti i suoi beni e il suo titolo. Che poi spettò al nipote, però del secondo ramo dei d’Avalos, perché la moglie Ippolita pretese e consigliò al marito di lasciare i beni della famiglia d’Avalos al nipote. Quindi diciamo che con Cesare Michelangelo d’Avalos si estingue il ramo principale della famiglia d’Avalos, per questo gli ischitani continuarono la causa contro il nipote Giovanni. Infatti, quando Giovanni era in Italia, ad Ischia posero una condicio sine qua non. Dissero al collaterale che era in corso una causa, quindi lui diventava sì signore di Ischia, però essendo in corso una causa, era sospeso questo diritto della famiglia d’Avalos sul feudo di Ischia».

UN MISTERO ANCORA DA SVELARE

Abbiamo fatto un quadro generale che racchiude quel periodo storico e i suoi personaggi. Veniamo invece al documento che ha scoperto alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Perché è importante? Cosa ci rivela? Dove è custodito?
«E’ una scoperta fondamentale. E’ anche un manoscritto un po’ misterioso, perché è un manoscritto della Casa d’Avalos che non è custodito nell’archivio d’Avalos. Questa è una prima domanda che ci poniamo noi studiosi e a cui per il momento, alla luce degli studi condotti sino ad ora, non possiamo rispondere. Non possiamo sapere quando esattamente sia arrivato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, custodito ovviamente nella sezione “Manoscritti rari”. Poi è un manoscritto particolare, perché è un manoscritto prezioso, rilegato in pelle con delle lumeggiature d’oro e anche sulla copertina, sul primo piatto, è inciso lo stemma d’Avalos. L’autore del manoscritto è Giuseppe Donati.

C’è una relazione in cui Giuseppe Donati, reale castellano dell’isola di Ischia, governatore per i d’Avalos, descrive l’intero feudo dei d’Avalos. Perché questa relazione e l’inchiesta richiesta a Giuseppe Donati dal marchese stesso? E Donati la scrive dopo un’attenta osservazione condotta su questo territorio per ben due anni. Quindi, il manoscritto è datato 12 febbraio 1721. Pensiamo che qui inizia il suo operato sull’isola di Ischia, due anni prima, in quanto Cesare Michelangelo d’Avalos commissiona la relazione al Donati perché in quel momento il marchese stava tornando dall’esilio. Purtroppo era stato esiliato. Michelangelo scappò in Austria e si rifugiò alla corte di Leopoldo I, il quale investì il marchese d’Avalos di diversi titoli. Addirittura il marchese si prese l’aggio di coniare una moneta che si chiama “la moneta di ostentazione”. Era un personaggio ambizioso che riuscì a carpire le simpatie di Leopoldo I e a vivere veramente alla corte austriaca come un principe.

Tornando al manoscritto, secondo me è interessantissimo perché ci svela delle notizie fondamentali e nuove che noi fino ad ora non avevamo, e penso alla descrizione che il Donati fa del Castello Aragonese. Sappiamo che la tribuna della cattedrale del Castello di Ischia era interamente affrescata dal grande artista De Matteis. Fino a prima della scoperta del manoscritto sapevamo che le opere di De Matteis ad Ischia erano solo due e che conserviamo ancora, per grazia di Dio. Sono l’Immacolata a Serrara Fontana e la Madonna delle Grazie nella Chiesa dello Spirito Santo ad Ischia Ponte. Il manoscritto ci svela anche l’esistenza di una scala segreta nel Castello Aragonese che si trovava al di sotto della guarnigione del quartiere militare. Sappiamo qual era il giardino dei d’Avalos sul cui architrave d’ingresso campeggiava lo stemma della famiglia. E’ veramente una miniera di informazioni.
Ripeto, è un manoscritto interessantissimo, anche se è misterioso che si trovi alla Biblioteca Nazionale e che sia inserito nel catalogo dell’inventario, ma non sappiamo chi lo abbia donato e come sia arrivato alla Biblioteca Nazionale di Napoli».

IL DIRITTO AI “MAGNIFICI ISCHITANI”

«Il manoscritto, tra le altre cose – continua la prof.ssa Mazzella – rivela veramente una chicca. Il Donati, nel momento in cui descrive l’isola di Ischia al suo marchese, consiglia a Cesare Michelangelo d’Avalos di trasferire dei diritti ai “magnifici Ischitani”.

Interessante questo particolare dei “Magnifici ischitani”. Ce lo spieghi meglio.
«I signorotti ischitani chiedevano il privilegio di avere lo scranno con cuscino nelle celebrazioni al primo posto, sia durante le funzioni religiose sia quelle civili, un privilegio fino ad allora riconosciuto solo al castellano. Loro che erano gli eletti dell’isola d’Ischia, ricevuto il privilegio, acquistarono consapevolezza del loro potere. Una consapevolezza che ben presto portò l’Isola ad Ischia ad essere una delle prime terre libere dai d’Avalos. Ischia non fu più un feudo e gli ischitani furono tra i primi a riuscire a liberarsi dal potere feudale. Un dato interessante ed importante che si rivela dalla lettura e dallo studio di questo manoscritto».

IL LAGO DA TRASFORMARE IN PORTO 133 ANNI PRIMA

«Un’altra cosa interessante – spiega ancora Ernesta Mazzella – è che Giuseppe Donati suggerisce al marchese di tenersi il lago e di trasformarlo in porto. Un suggerimento datato 1721 e sappiamo che poi i Borbone lo fecero nel 1854, 133 anni dopo. Giuseppe Donati, oltre ad essere castellano ed essere al servizio dei D’Avalos, dimostra di essere un uomo erudito e anche con uno spirito imprenditoriale. Sapeva vedere un futuro su quest’isola, sapeva quale zona sviluppare e potenziare e, ovviamente, suggeriva al suo signore come sfruttare al meglio il proprio feudo da cui, poi, doveva ricavare, ovviamente, maggiori introiti».

Questo è il suo primo lavoro del genere?
«Questo è il secondo documento che trascrivo ed è custodito, come ho detto, presso la Biblioteca Nazionale. Il primo lavoro in cui mi sono cimentata anni fa è il famosissimo manoscritto conosciuto da diversi studiosi dal titolo “Il ragguaglio e storico topografico dell’isola d’Ischia”, redatto da Vincenzo Onorato. In quell’occasione attribuii, con certezza, che l’autore di questo “Ragguaglio” era Vincenzo Onorato. Lo studio di questo manoscritto non è proprio recente, perché due anni fa l’ho consegnato nelle mani del direttore della rivista “La Rassegna di Ischia”, il professore Raffaele Castagna, il quale ha pubblicato interamente il manoscritto sulla sua rivista. E sempre nel 2022, per “La Rassegna di Ischia” scrissi un piccolo medaglione sul Marchese Cesare Michelangelo d’Avalos. Giovedì 14 marzo, invece, con l’invito della energica Caterina Mazzella, ho accettato con molto entusiasmo e con molto piacere, come avviene ad ogni invito dell’Aiparc, di tenere una relazione o, meglio, una piccola discussione sulla storia della nostra isola.

Ringrazio anche l’associazione Fidapa, con la presidente Lina Tufano e la vicepresidente, la sempre tanto cara avvocato Mariangela Calise, che hanno collaborato alla realizzazione dell’evento e che mi hanno dato la possibilità di poter chiacchierare su questo interessante manoscritto con la preziosissima dottoressa Lucia Annicelli, direttrice della Biblioteca Antoniana, che con grande professionalità e passione conduce e proietta la Biblioteca di Ischia in uno spazio aperto verso il futuro delle nuove scoperte e dei nuovi studi sulla nostra storia».

IL SETTECENTO A ISCHIA

Nel condividere i complimenti alle varie associazioni e persone che ha citato, in conclusione le chiedo, brevemente, di commentare il Settecento che abbiamo vissuto.
«Un Settecento molto particolare. Un secolo che vede l’affermazione di grandi personalità, tra le quali ricordiamo Pietro Regine, l’autore della cappella Regine a Forio. Gli dobbiamo la creazione di una scultura meravigliosa, la “Religione Velata”, che si trovata, appunto, nella sua cappella a Forio. Purtroppo questo capolavoro del Sanmartino, pari al “Cristo Velato”, oggi è nel cimitero di Trieste. Pietro Regine fece realizzare da diversi artisti argentieri, pittori e artisti delle mattonelle tutto l’apparato decorativo della cappella. Un secolo in cui non possiamo non ricordare Buonocore. Un secolo ricco di fatti e di avvenimenti che, purtroppo, si concluse con la rivoluzione che tutti conosciamo. Nel 1799, anche noi ischitani abbiamo vissuto delle pagine di storia terribili e che poi Nino D’Ambra, ha ben documentato. Lo studio sulla “Cappella Regine” e sul personaggio di Pietro Regine lo dobbiamo al professore Agostino Di Lustro. Rispondere alla sua domanda sul Settecento richiederebbe ancora tanto tempo. Possiamo dire che il Settecento è stato il secolo in cui si sono gettate le basi della nostra società. Se oggi siamo in un mondo come quello in cui viviamo, è perché abbiamo vissuto un Settecento particolare che andrebbe ancora studiato e approfondito. Lo abbiamo nel Dna. Chissà, una prossima conferenza o un prossimo lavoro lo dedicherò proprio al Settecento».

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