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venerdì, Giugno 21, 2024

Roberto Vecchioni “è tutto iniziato dopo quel canneto di San Montano”

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Il mito, la poesia, le stelle, il romanticismo, la passione, l’amore, la musica, noi stessi. Le parole di Roberto Vecchioni agli studenti di Ischia e Procida partono da Lacco Ameno. Dal canneto che portava alla spiaggia di San Montano.
Una platea attenta, curiosa e pronta a prendere appunti ha seguito il professore di “Samarcanda” nel suo viaggio meraviglioso tra parole, antichi greci, realtà e sapere.
“Le parole hanno attraversato i secoli in una fuga all’indietro” ha detto Vecchioni che poi ha aggiunto: usiamo 600 parole al posto delle 6000 di qualche anno fa” per poi demolire (per fortuna!) il sistema delle emoticon: “La parola è tutto e ci servono le sfumature”.
Il racconto di Vecchioni è morbido, pieno di spunti soprattutto nella chiusura quando, da vero maestro (e la cronaca recente lo conferma), ha raccontato ai ragazzi di come si può “inculare” (testuale) il dolore.
Il dolore è necessario per riscattarsi, per trovare altre vie, per non fermarsi ad una imbecille felicità. Il dolore verrà e verrà grosso. Dovete preparavi e sapere che non potete niente contro il dolore. Il prendere uno alla volta, il dolore ha una persona sola e il “voler bene” dà fastidio al dolore. E noi ce lo inculiamo così”
Una lectio magistralis che ha toccato il “mito” della crocifissione di Gesù fino alle “cieche speranze” di Prometeo.

Ma tutto è partito da Ischia. Da Lacco Ameno…
«Quando avevo 11 anni, nel 1955, sono venuto per la prima volta in vacanza a Ischia. Mio papà e mia mamma erano napoletani. A Ischia non c’era nessuno, c’erano un albergo e due pizzerie. E io ero a Lacco Ameno, non a Porto d’Ischia, e l’avrei conosciuta come le mie tasche. Quell’anno ero un ragazzino, 11 anni, e mi ricordo che avevo male allo stomaco, alla pancia e dopo ventiquattr’ore di indigestione presi l’olio di ricino. Insomma, allora non c’erano tutti i rimedi di oggi, c’era l’olio di ricino e basta. Poi si scoprì che era un’appendicite, cosa gravissima, E io stavo malissimo, avevo sempre 37, 37,3.
Andavamo a mare a San Montano. C’era un canneto, canne da tutte le parti e poi si arrivava a mare. A San Montano si andava avanti, avanti e si toccava sempre.
E sulla montagna di San Montano c’era un fermento tremendo e io non capivo di cosa si trattasse, ero curiosissimo. E allora lo chiesi, una volta tornato a Lacco: che cosa stava succedendo? “Mi pare che il signore che si chiama Buchner abbia trovato una cosa meravigliosa”. Io non capivo, avevo 11 anni.
Ha trovato una tazza, una specie di coppa, tanto di coppe ce ne sono tante in giro. “Questa è una cosa di tanti anni fa”. E’ una cosa così importante? Perché è così importante?
E allora io che sono uno curioso cominciai a chiedere che cos’è questa roba? Mi dissero che era una coppa antica, antichissima, di otto secoli prima di Cristo e che era una coppa trovata in una tomba, in una tomba su a San Montano, che fu importantissima perché ci spiegava che in quest’isola erano arrivati da tanto lontano dei greci dall’Eubea. Cos’è l’Eubea? E’ un’isola a est della Grecia.
E ho pensato che tutto sia stato fatto, presumibilmente perché sono partiti pesanti sulle navi che avevano 20 rematori, al massimo 30 non di più. Non erano come quelle fenicie, che avevano 50 rematori, con 30 fecero tutta la strada. Arrivarono fin qui a Ischia, che non aveva un nome particolare, i fenici che erano passati prima l’avevano chiamata Scheria che significa nera e scura perché era nera, scura.
Se ne ricorderà Omero? Perché quanto dirà che Ulisse è arrivato ad un’altra isola dei Feaci, dice che è arrivato a Scheria e toglietevi dalla testa che Scheria sia dalla parte di Itaca. L’isola di Scheria, cioè dei feaci, è questa.
Poco alla volta, capii cosa c’è in questa coppa che stranamente ebbi modo anche di vedere. Che chiamerò Coppa di Nestore, perché alcuni dei versi, due versi, conducevano proprio ad Omero. Dicevano un cosa semplicissima: “se bevi da questa coppa l’amore ti prenderà e tu sarai tutto per Afrodite”. Ed era morte e vita perché era una coppa votiva, il nome di un bambino che era morto ed era stato seppellito lì. Alla montagna di San Montano. Io cominciai a sentire questo brivido.
In questi giorni compio 80 anni ma le funzioni ci sono ancora tutte, comprese quelle sotto la cintura. Avete visto che abbraccio ho dato alle signore. La forza me la danno i ragazzi? Sempre, sempre e sempre. Mi hanno insegnato tante di quelle cose. Sono cinquant’anni che faccio questo. E allora ho voluto imparare questa lingua, questo greco, a 11 anni e mio padre diceva “tu si pazz (in napoletano), questo non lo sa nessuno, è una cosa complicatissima”, è invece io no, e con vicino mio padre, guardavamo questi segni strani.
E così poi ho cominciato a imparare e c’era un’armonia meravigliosa dentro. Cioè i versi avevano un andamento, erano già musica loro stessi. E non capivo perché. Alcuni versi erano affrettati, altri erano rallentatati e non capivo che c’era in questa duplicità il senso della vita che i greci ci hanno portato e che è importantissimo per i napoletani, a Napoli e a Ischia.
Sono tutte voci che procedono in questo senso, il senso del ritirarsi e dello sporgersi, il senso della malinconia e della gioia che deve essere interpretato con un’accentuazione particolare che è già nella Coppa di Nestore
Perché il primo verso è un inciampo? Un inciampo è un rock, perché ha una accentuazione dispari. Molta, tanta, tanta, tanta, tanta è musica di per sé. E poi è diversa. Quando vuoi esprimere rabbia, forza, volontà, voglia, desiderio, anche dannazione. Forse questa tradizione esprime invece la tua malinconia? Un’altra tristezza. Quando non hai più il mondo dentro di te sei tu che esci e vai nel mondo, allora c’è un altro verso usato con dei piedi contrari.
Tutto quello che è musicale è la poesia greca antica e anche quella tragica, tutto quello che è musicale diventa musica. Tutto quello che suoniamo oggi, che sia rap, indi, quello che volete voi, che sia musica elettronica, che sia slow, viene dalla Grecia antica, non è stato concepito oggi. Era già conceito prima perché questo era il senso che c’è ancora in noi, c’è ancora a Napoli, c’è ancora in molto Sud. Il senso del prendere la vita. La vita va presa nella sua armonia.
E armonia è un verbo greco che significa mettere insieme le parti. Quando si mettono insieme le parti.
Ho capito lentamente, ma con grande gioia infinita, che la vita è fatta di armonie, per stare dietro alle situazioni del mondo. Perché vedete, non ce ne usciremo mai con la verità, con la giustizia o la realtà. Però le circonderemo, le assalteremo ci daremo contro e verso finché quelle piccole cose, quelle piccole luci che riusciamo a beccare della verità, della giustizia, del bello ci consentiranno di portare avanti la vita. Queste piccole luci si chiamano cultura. Non c’è altro nome, non esiste altro nome. La cultura non è sapere le cose, quelle sono stronzate mai viste. La cultura è immergersi, averle dentro, saperle, avere un rapporto preciso, convivere con la natura, con gli altri, con la mente delle persone, con le armi, con tutto. La cultura è tornare a casa a sera e dire oggi è un capitolo importante. Non ho capito tutto. Ho capito, ho compreso perché questo era il senso.
Qui siamo tutti invischiati nel dolore, nel buio dell’incertezza, dell’insicurezza. Siamo nel mistero. Non possiamo eliminarlo. I greci capiscono che è la morte dell’autore, cioè il destino, ma per noi è l’unico modo per combatterlo. Noi non possiamo avere questi motivi. Il dolore non vince mai. Noi dobbiamo sapere, circuire, circondare, guardarlo in faccia e dirgli Tu puoi fregare una persona alla volta.
Io sono qui con 500 persone e del dolore me ne frego, mi fa una pippa.
Perché so che la cosa essenziale è che non si può vivere senza amore. Non si può assolutamente. I pezzi che vanno a confrontarsi sono gioie e dolori. Servono tutti e servono tutti per la forza che possiamo avere, per la voglia che possiamo avere, per distinguerci dal resto del mondo che vive di sovrastrutture, di piccole cose, di cose che vanno avanti per anni, per non avere un mondo di formiche e per avere un mondo di persone che fanno altre cose, non soltanto sempre le stesse per andare avanti, perché noi dividiamo il mondo in due direttive precise. Una è quella della umanistica e l’altra è quella dell’umanesimo. A noi non ce ne frega niente di cosa lasciamo indietro oggi come oggi. Basta andare avanti, basta che i più forti oppure i più ricchi o i più potenti o quelli che hanno vinto in borsa e hanno anche l’inclinazione economica del mondo, vadano avanti; gli altri vadano a farsi fottere.
Questo è il concetto del mondo. Perché andare avanti, costruire per fare cose sempre nuove, che ci tolgano responsabilità, che ci tolgano fatica, che ci tolgano tutto. Per cui noi dobbiamo essere padroni del mondo ma lasciando indietro le cose essenziali, le cose essenziali che abbiamo già detto e che non abbiamo ancora scoperto. Questa roba che è la psiche e l’anima, che è molto di più di quello che inventiamo, quindi è un proliferare di quello che inventiamo o riferiamo di oggetti e di cose per stare sempre meglio.
Ma il vero progresso economico è continuamente e sempre di più la propria anima».
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