Caro Sant’Antonio,
Ti scrivo dandoTi del Tu, con quella confidenza un po’ impertinente che nasce quando ci si accorge che, in fondo, non ci si è mai davvero persi di vista. Eppure, a conti fatti, erano passati più di dieci anni dall’ultima volta che sono venuto a trovarti “a casa tua”, nel tuo Santuario, a Padova. Dieci anni: un tempo lungo abbastanza da cambiare molte cose, ma non abbastanza da cancellare certe abitudini del cuore.
La verità è che, anche senza venire fin qui, ho avuto spesso la sensazione che fossi Tu a venire da me. Non importa dove: al di là delle occasioni nella Tua chiesa a due passi da casa mia, eccoTi due domeniche fa a Mestre, come anni fa in una chiesa qualunque in Spagna, o in una parrocchia incontrata quasi per caso negli Stati Uniti. Ogni volta, puntuale, eccoTi lì.
Una statua, un’immagine, un angolo dedicato a Te che sembrava dirmi: “benvenuto Davide, Ti aspettavo”. E io, ogni volta, a sorridere tra me e me, quasi commosso, come si fa con un vecchio amico che ha il vizio delle sorprese e che riesce a prenderTi in contropiede toccando le corde emotive più sopite. Allora ho pensato che forse era arrivato il momento di smettere di rincorrerci così, a distanza, e di tornare a guardarTi negli occhi nel posto che più Ti appartiene. Così eccomi qui, nel giorno del terzo martedì prima del 13 giugno, tra volti raccolti e passi lenti, con quella strana emozione che si prova quando si torna in un luogo che non è solo un luogo, ma… la casa del Santo.
Non so bene cosa mi sarei aspettato da questa visita, se non il piacere di essere io a venirTi simbolicamente incontro. Invece, pur disinteressatamente perché di certo non ero qui a cercare miracoli, ho trovato qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più difficile da spiegare: una presenza familiare. Come se il tempo, qui dentro, avesse deciso di non correre. Come se quei dieci anni fossero rimasti fuori dalla porta, insieme al rumore e alla fretta. Durante la messa mi sono scoperto a osservare più che a chiedere, ad ascoltare più che a parlare, a far finta che la Parola che ascoltavo venisse dalla Tua lingua così intatta e gelosamente custodita a pochi passi.
E ho capito che, forse, il senso di questo ritorno non era tanto dirTi qualcosa di nuovo, quanto riconoscere ciò che, silenziosamente, non è mai cambiato. La fede che si accende e si spegne, è vero, ma non si spegne mai del tutto perché proviamo in tutti i modi a tenerla viva.
La speranza che si nasconde, ma non sparisce. E quella strana certezza che, in qualche modo, Tu ci sei sempre ad aiutarmi a compiere questa missione così difficile per un comune mortale come me. Sai, mi fa sorridere pensare che io abbia impiegato più di dieci anni per tornare qui, quando Tu, nel frattempo, non hai perso occasione per farTi trovare lungo la mia strada. Forse è proprio questo il Tuo modo di fare: non invadente, mai rumoroso, ma ostinatamente presente, che Ti si invochi o no. Uno che non si impone, ma che non molla.
E allora grazie, davvero. Non tanto per le cose straordinarie – che pure mai Ti mancano – o per quella rinomanza di essere in grado di aiutare i Tuoi devoti a ritrovare le cose perdute, ma principalmente per quelle piccole coincidenze che collimano fin troppo bene per essere casuali. Per quella sensazione di essere atteso, anche quando si arriva in ritardo. Per quel filo invisibile che, a quanto pare, non si spezza mai.
Oggi sono tornato a trovarTi. Ma ho il sospetto che, in fondo, non me ne sia mai andato davvero. Del resto, il mio amico Padre Mario Lauro me lo ha sempre detto: “Sant’Antonio è ovunque e non Ti lascia mai, specialmente quando -sapendolo o meno- hai bisogno di Lui”. E anche Tu, caro Mario, quanto manchi qui a Ischia nei nostri giorni…
A presto, Sant’Antò! Con un sorriso e un po’ di stupore ancora addosso, nella speranza che non servano altri dieci anni, a partire da questo in cui, se Dio vorrà, ne compirò sessanta, per rivederci ancora una volta in quel di Padova.
