Un piede saldamente piantato nel cuore delle potenze tecnologiche d’Oriente e l’altro impegnato in un delicatissimo esercizio di equilibrismo sulla faglia che sta rischiando di spaccare l’asse atlantico. E’ questa l’immagine plastica della nuova postura internazionale italiana a conclusione del terzo tour asiatico di Giorgia Meloni.
Il tour si è concluso ieri a Seoul, ma l’eco delle sue parole è rimbalzata tra Washington e Bruxelles, segnando quello che molti analisti definiscono il punto di massima distanza diplomatica tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca di Donald Trump. Quella che doveva essere una missione economica si è trasformata in un delicato “test di resistenza” atlantica, con la Premier italiana impegnata a disinnescare una potenziale guerra commerciale globale. Sul tavolo c’è finito il dossier Groenlandia e la nostra Premier ha sentenziato: “le decisioni unilaterali sono un errore”.
“Condivido l’attenzione che la presidenza americana attribuisce, come ho detto molte volte, alla Groenlandia e in generale all’Artico, che è una zona strategica nella quale chiaramente va evitata una eccessiva ingerenza di attori che possono essere ostili. Ma credo che in questo senso andasse letta la volontà di alcuni Paesi europei di inviare le truppe, di partecipare a una maggiore sicurezza, non nel senso di un’iniziativa fatta nei confronti degli Stati Uniti.
Semmai”, ha puntualizzato, “nei confronti di altri attori”. “Per quello che mi riguarda continuo a insistere sul ruolo della Nato”. Ed è proprio “la Nato il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili in un territorio che è chiaramente strategico. E credo che il fatto che la Nato abbia cominciato a lavorare su questo sia una buona iniziativa”. Quanto all’eventuale partecipazione dell’Italia alla missione “Arctic Endurance”, come segnale di unità con gli europei, la premier frena: “adesso è prematuro parlarne perché sto lavorando per cercare di abbassare la tensione e di tornare a dialogare”.
Ebbene, dalla sala riunioni al 15° piano del Lotte Hotel di Seoul, Giorgia Meloni ha rotto gli indugi anche sulla minaccia di Trump di imporre dazi del 10% (pronti a salire al 25% entro giugno) contro i Paesi europei presenti militarmente nell’Artico. “La previsione di un aumento dei dazi nei confronti di chi ha scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore che non condivido”, ha dichiarato la Premier senza se e senza ma. Meloni ha confermato di aver avuto un colloquio telefonico diretto con Trump: “Gli ho espresso le mie perplessità. È necessario riprendere il dialogo ed evitare un’escalation”.
La strategia italiana è chiara: ricondurre il confronto nell’alveo della NATO. Meloni ha infatti sentito anche il Segretario Generale Mark Rutte, ribadendo che la presenza europea non è “un’iniziativa contro gli Stati Uniti, ma semmai contro attori ostili” (Cina e Russia) che mirano alle rotte e alle risorse del Grande Nord.
E’ dunque così che il viaggio tra Tokyo e Seoul, che doveva essere una missione di “diplomazia economica”, si è trasformato in un test di leadership politica globale, anche perché la Groenlandia non è affatto una barzelletta. Anzi, tutt’altro!
Il caso Artico, innescato dalle assertive pretese di Donald Trump, ha rischiato di trasformarsi in effetti nell’ennesimo terreno di scontro tra Europa e Stati Uniti, così, mentre il Ministro Crosetto usava l’arma dell’ironia per bollare come “una barzelletta” l’invio di manipoli di soldati europei tra i ghiacci, la Premier ha scelto una linea più istituzionale e strategica.
Meloni con le sue dichiarazioni non ha negato la serietà del problema sicurezza posto dagli USA, ma spostato il baricentro della soluzione: non iniziative frammentate dei singoli Stati, che Trump legge come atti di sfida, ma un coordinamento sotto l’ombrello della NATO. È questa la “terza via” italiana: riconoscere che l’Artico è una zona strategica minacciata da Russia e Cina, ma insistere affinché la risposta sia corale.
Definire i dazi di Trump come un “errore”, d’altro canto, è una presa di posizione netta, forse senza precedenti nei confronti del tycoon, ma serve alla nostra Presidente del Consiglio per accreditarsi come l’unica mediatrice capace di parlare con la Casa Bianca senza rinunciare alla solidarietà europea.
E mentre gestiva i focolai atlantici, Giorgia Meloni non ha perso tuttavia di vista l’obiettivo di lungo periodo: il protagonismo italiano in quadranti non tradizionali: “Da tre anni cerco di lavorare a una postura internazionale più ambiziosa, in linea con il ruolo e le potenzialità dell’Italia. Europa, Usa e Mediterraneo restano i nostri riferimenti essenziali, ma è fondamentale il nostro protagonismo anche su altri quadranti”, dal Golfo all’Asia centrale, dall’America Latina all’Africa. Diversificare i mercati di sbocco e attrarre investimenti sono obiettivi strategici in uno scenario globale tanto complesso, anche per mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento, in particolare di minerali critici e terre rare.
L’incontro a Tokyo con i CEO di 17 colossi giapponesi, un gruppo da oltre mille miliardi di fatturato, e i memorandum firmati a Seoul su semiconduttori e intelligenza artificiale dicono chiaramente che l’Italia sta cercando di mettere in sicurezza le proprie catene di approvvigionamento.
In un mondo dove “l’instabilità è diventata sistema”, diversificare non è più un’opzione, ma una necessità di sopravvivenza e attrarre investimenti da giganti come Toyota, Sony o Mitsubishi significa di fatto legare il destino industriale italiano alle economie più avanzate del mondo, riducendo la dipendenza da partner meno affidabili. L’appello dunque agli investitori: “Investite in Italia, questo è il momento giusto. Offriamo stabilità politica e riforme strutturali come la ZES Unica”; parola di Giorgia Meloni. Al centro dei colloqui dunque la resilienza delle catene del valore e l’approvvigionamento di terre rare e minerali critici, fondamentali per sottrarre l’industria italiana al monopolio delle forniture cinesi.
Il vertice finale con il Presidente sudcoreano Lee Jae-Myung ha prodotto non a caso un nuovo Piano d’Azione 2026-2030 con un accordo che si focalizza su settori dove la Corea del Sud è leader mondiale: Semiconduttori con collaborazione per la sicurezza dei microchip; aerospazio, con cooperazione tra ASI e l’agenzia coreana per missioni civili; AI e Quantum Science con programmi congiunti di ricerca e mobilità per scienziati.
L’Asse Indo-Pacifico, tra sicurezza economica e “soft power”, per Giorgia Meloni è fondamentale se si vuole trasformare l’Italia da spettatore a partner strategico in Asia Orientale, e punta su due concetti chiave: il De-risking tecnologico, come abbiano accennato, con la Corea del Sud ed il Giappone, oltre che su di un partenariato strategico speciale proprio con quest’ultimo. La Premier giapponese Sanae Takaichi e Giorgia Meloni hanno firmato pertanto un accordo che unisce il “Mediterraneo allargato” all’Indo-Pacifico. Roma si offre a Tokyo come porta d’accesso all’Europa e al Nord Africa (tramite il Piano Mattei), mentre Tokyo offre all’Italia un aggancio alle tecnologie di frontiera (progetto caccia GCAP).
Tra una telefonata e l’altra, è arrivata anche l’ufficialità di un ruolo di primo piano per l’Italia nello scacchiere mediorientale: Roma farà parte del Board of Peace, l’organismo internazionale voluto dagli USA per gestire la transizione e la ricostruzione di Gaza. “Sono felice di annunciare che l’Italia è stata invitata. Penso che possiamo giocare un ruolo di primo piano; siamo un attore attivo nella regione e in buoni rapporti con tutti i protagonisti. Faremo la nostra parte nella costruzione del piano di pace”.
L’Italia siederà al tavolo con Egitto, Qatar e Regno Unito. Geopoliticamente, questo significa che Roma è considerata l’interlocutore europeo più affidabile per gestire la fase post-conflitto, grazie ai suoi legami storici con il mondo arabo e la sua lealtà atlantica. La partecipazione al Board garantisce alle aziende italiane come Eni e WeBuild un ruolo centrale nella ricostruzione e nella gestione delle risorse energetiche offshore del Mediterraneo Orientale.
E’ chiaro che la formalizzazione della presenza dell’Italia nel Board of Peace per la ricostruzione di Gaza accanto a figure come Tony Blair e Jared Kushner è anche l’ulteriore conferma che la “postura ambiziosa” rivendicata dalla Premier sta producendo frutti diplomatici permettendo al nostro Paese di agire come ponte tra le istanze occidentali e le necessità di stabilità regionale.
L’Italia infatti viene vista sempre più come un partner affidabile, capace di dialogare con il mondo arabo, come dimostra la tappa in Oman, e con le potenze occidentali.
Da un lato c’è dunque la fermezza nel difendere l’ordine internazionale basato sul diritto, un messaggio rivolto a Mosca e Pechino, ma anche un ammonimento a un Trump troppo transazionale, e dall’altro, l’apertura pragmatica a nuovi mercati.
D’altronde, anche nella dichiarazione congiunta adottata venerdì al bilaterale con la premier giapponese Sanae Takaichi le due leader sottolineano la volontà di coordinarsi per difendere un ordine internazionale «giusto, libero, aperto e fondato sul diritto».
Mentre Meloni rientra a Roma, lo sguardo è già rivolto a giovedì, quando il Consiglio Europeo straordinario dovrà decidere come rispondere ai dazi di Trump.
La Premier si presenta con una posizione di forza: è l’unica leader europea ad aver mantenuto un canale di comunicazione aperto e cordiale con il tycoon, pur contestandone apertamente le scelte economiche.
La sfida sarà ardua: convincere gli alleati europei a non reagire d’impulso alle provocazioni americane e, contemporaneamente, mantenere aperto quel canale con Trump che oggi sembra essere l’unico vero freno a una guerra commerciale globale.
Se Meloni scommette sulla NATO come collante, noi speriamo con lei che i ghiacci dell’Artico non finiscano per congelare definitivamente i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico.
