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Attori e Spettatori
2 febbraio 2026 · 8 min

La diplomazia del “Buonsenso” di Giorgia Meloni

“Spero che potremo dare il Nobel per la pace a Trump e confido che possa fare la differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina, e quindi finalmente anche noi potremo candidare Donald Trump al Nobel per la pace”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni, rispondendo ad una domanda sul presidente americano, dopo il vertice intergovernativo Italia-Germania.

Sul Board of Peace per Gaza a Donald Trump “ho detto che per noi ci sono oggettivamente dei problemi di carattere costituzionale per come l’iniziativa è stata configurata, chiedendo anche la disponibilità a riaprire questa configurazione per andare incontro alle necessità non solo dell’Italia ma anche di altri Paesi europei. Noi dobbiamo tentare di fare questo lavoro. La presenza di Paesi come i nostri può fare la differenza. Questa è la nostra posizione, poi si vedrà quali sono i margini per trovare posizioni condivise”, ha aggiunto poi la premier.

Ebbene, il ritorno di Donald Trump sulla scena internazionale non ha portato solo una ventata di dinamismo, ma ha scosso le fondamenta della diplomazia globale con proposte che dire audaci e senza precedenti sarebbe una diminutio. Va da se che in questo scenario in rapida evoluzione, l’Italia di Giorgia Meloni si stia dimostrando davvero di una maturità politica straordinaria: sa essere un alleato leale e convinto senza mai rinunciare al rigore istituzionale e alla difesa dell’interesse nazionale!

Auspicare infatti il Premio Nobel per la Pace a Donald Trump non è una provocazione, ma un atto di realismo politico. Se il leader americano riuscirà a imprimere quella svolta decisiva per una “pace giusta e duratura” in Ucraina, un dossier che l’Italia segue con estrema attenzione e fermezza, il riconoscimento internazionale sarebbe la naturale conseguenza di un successo che l’Europa intera attende.
L’Italia dunque si pone come il ponte naturale tra le istanze di pace e la forza pragmatica della nuova amministrazione USA, riconoscendo a Trump il merito di voler rompere gli indugi su fronti troppo a lungo rimasti in una situazione di stallo sanguinario.

Al centro del dibattito internazionale attuale c’è il Board of Peace (BoP), l’organismo multilaterale ideato da Trump per la ricostruzione di Gaza. Ebbene, mentre alcuni Paesi fuggono dal confronto e altri aderiscono senza riserve, Giorgia Meloni ha scelto, come dire, la strada della serietà.
Il Governo italiano non ha ditto un “no” tout court all’iniziativa, ma ha sollevato questioni di carattere costituzionale che dimostrano quanto Roma prenda sul serio i propri impegni.

L’Articolo 11 della nostra Costituzione parla chiaro: l’Italia partecipa a organizzazioni internazionali che assicurano la pace e la giustizia tra le Nazioni, ma “in condizioni di parità con gli altri Stati”.

Il Board of Peace, ufficializzato di recente da Donald Trump al World Economic Forum di Davos, è un organismo internazionale unico nel suo genere. Sebbene nasca sotto l’egida della Risoluzione 2803 dell’ONU per gestire il post-conflitto a Gaza, la sua struttura, allo stato, ricalca più quella di una grande holding privata che quella di un’istituzione diplomatica tradizionale.

Innanzitutto, la Leadership di Trump come “Presidente a vita”, in una indipendenza totale dalla Casa Bianca e dunque in un ruolo slegato dalla sua carica di Presidente degli USA è intollerabile. Nello statuto si prevede che egli possa restare alla guida a tempo indeterminato. Tra l’altro, avrebbe l’ultima parola su ogni decisione, come bloccare risoluzioni, sospendere membri e stabilire l’ordine del giorno delle riunioni oltre ad avere l’autorità esclusiva di nominare il proprio successore. Il Board introduce poi un concetto rivoluzionario di accountability finanziaria (o “diplomazia transazionale”): Mandato Standard per ogni Stato invitato (circa 60 i paesi selezionati) che può sedere al tavolo per 3 anni senza costi obbligatori; Membri Permanenti che per ottenere un seggio senza scadenza di mandato, devono versare un contributo di 1 miliardo di dollari entro il primo anno, fondi tra l’altro destinati prioritariamente alla ricostruzione di Gaza. Diciamo che tra i paesi che hanno già accettato figurano Emirati Arabi Uniti (membro fondatore), Ungheria, Israele, Argentina, Turchia, Qatar e Marocco.

Sotto la presidenza di Trump, poi, il potere è distribuito in comitati tecnici e consultivi: l’Executive Board, un comitato ristretto che gestisce la strategia quotidiana composto da Marco Rubio (Segretario di Stato), Jared Kushner, Steve Witkoff e l’ex premier britannico Tony Blair; il Gaza Executive Board, Guidato dall’Alto Rappresentante Nickolay Mladenov, che coordinerebbe il comitato tecnico palestinese per l’amministrazione civile della Striscia, con l’obiettivo di escludere Hamas dalla governance; ed infine una
Forza di Stabilizzazione (ISF), ovvero, un braccio militare/operativo autorizzato per supervisionare la sicurezza sul campo durante la ricostruzione.

Trump ha di fatto descritto il Board come uno strumento per sbloccare il “potenziale inespresso” delle Nazioni Unite, ma è come se volesse agire in modo parallelo. I sostenitori lo vedono come un’alternativa pragmatica a un’ONU spesso paralizzata dai veti incrociati mentre Paesi come Francia e Gran Bretagna hanno declinato l’invito, temendo che il Board mini le basi del diritto internazionale e trasformi la pace in un “servizio a pagamento”.

Di qui anche le perplessità italiane sulla struttura del Board ed in particolare sulla distinzione tra membri triennali e membri permanenti legata a contributi finanziari (il cosiddetto “gettone da un miliardo”), ma comunque l’intenzione di non ostacolare Trump, ma piuttosto di dare un contributo costruttivo.
Chiedendo di “riaprire la configurazione” dell’organismo, la Meloni sta lavorando per rendere il BoP più inclusivo e compatibile con le democrazie europee. L’Italia rimane dunque al tavolo e la strategia della nostra Premier è davvero molto lucida: punta a smussare gli angoli del progetto Trump per permettere anche ad altri partner UE di partecipare e la presenza di Roma può fare la differenza nel garantire che la ricostruzione di Gaza sia non solo un affare economico, ma un reale processo di stabilizzazione. Evidenziando i dubbi sui costi di adesione, il Governo Meloni sta tentando di tutelare le casse dello Stato senza però rinnegare l’appoggio politico al piano di pace statunitense.
Giorgia Meloni vuole riscrivere il ruolo dell’Italia nel mondo e non intende dunque agire da follower passivo dei diktat internazionali, piuttosto come attore che propone soluzioni, corregge le storture e parla da pari a pari con le superpotenze.

Sostenere la visione di Trump per la pace, pur mantenendo i piedi saldamente piantati nel solco della legalità costituzionale italiana, è il capolavoro diplomatico di un Governo che guarda al futuro. L’obiettivo è chiaro: una pace che non sia solo uno slogan, ma un progetto concreto di ricostruzione, dove l’Italia possa essere protagonista con le sue imprese, la sua diplomazia e i suoi valori.

Ecco perché ché l’Italia “Prende Tempo”. Non si tratta di un’esitazione politica, ma di un atto di tutela giuridica. L’articolo 11 della Costituzione è la bussola: se lo statuto del Board of Peace (BoP) prevede una gerarchia basata sul potere di nomina del Presidente (Trump) e sulla capacità finanziaria (il seggio permanente da 1 miliardo), l’ Italia non può accettarlo perché si tratterebbe di una limitazione di sovranità incostituzionale. Tra l’altro, un’adesione a un organismo di tale portata richiederebbe una ratifica parlamentare e la Meloni, agendo con prudenza, evita strappi istituzionali, chiedendo invece a Washington di “riaprire la configurazione” dello statuto per renderlo compatibile con le democrazie parlamentari europee.

Nonostante il “congelamento” politico, va tuttavia confermato che il comparto industriale italiano è già in prima linea per la ricostruzione di Gaza, stimata in circa 80 miliardi di dollari.
Giorgia Meloni sta giocando una partita solitaria, ma ambiziosa all’interno dell’UE.
Dinanzi ad un Macron (Francia) ed un Cooper (UK) che hanno espresso un rifiuto netto per timore che il BoP mini l’autorità dell’ONU, l’Italia ha suggerito una terza via: non opposizione, ma evoluzione.

Non è necessario abbattere il progetto di Trump, ma “europeizzarlo”, rendendolo un braccio operativo più trasparente e meno elitario.
Mantenendo aperto il dialogo, Giorgia Meloni si accredita sempre di più presso la Casa Bianca come l’unica leader europea capace di comprendere la logica transazionale di Trump, cercando di smussarne i lati più controversi (come l’invito a Putin) a favore di una stabilità mediterranea.

Tra il pragmatismo del Nobel e la fermezza della Costituzione, è come se Roma si candidasse a “mediatore intelligente” di un ordine mondiale che non premia più i burocrati, ma i coraggiosi.
Il mondo della diplomazia tradizionale, fatto di felpati corridoi e risoluzioni ONU scritte in un linguaggio che nessuno comprende più, rischia davvero di essere travolto dall’ uragano chiamato “Board of Peace” rispetto al quale solo il realismo di chi non vuole regalare il futuro ad altri, pur senza svendere i propri principi, può avere la meglio.

C’è chi ha arricciato il naso quando la nostra Premier, dopo il vertice con la Germania, ha evocato la candidatura di Donald Trump al Premio Nobel per la Pace. Ma guardiamo ai fatti: se il ritorno del “The Donald” riuscirà davvero a sbloccare l’impasse ucraina portando a una pace “giusta e duratura”, il premio sarebbe solo la constatazione di un successo che l’Europa non è stata in grado di ottenere da sola. La Meloni quindi non sta lodando un uomo, sta lodando il risultato. In un mondo in fiamme, il Nobel a Trump sarebbe il simbolo di una diplomazia che torna a produrre fatti, non solo post. Così va detto che la realtà è che anche per ricostruire Gaza servono miliardi, non solo buoni sentimenti e che non si può dire solo “no” a Trum, ma piuttosto, “facciamolo meglio”.

La diplomazia del “buonsenso” della nostra premier, Giorgia Meloni è al momento davvero l’unico antidoto alla paralisi europea. Chiedere di modificare lo statuto del Board è pertanto un tentativo di “civilizzare” la forza d’urto di Trump, portando l’Europa dentro il processo decisionale.
Se il Nobel per la pace sarà il traguardo finale, la strada per arrivarci passa a questo punto solo da Roma. Giorgia Meloni lo ha capito: in questa nuova era, chi non sta al tavolo è nel menu. E l’Italia, oggi, non ha intenzione di farsi mangiare da nessuno.

Anna Fermo
L'autore
Anna Fermo

Anna Fermo, Laureata in Scienze Politiche presso l’ Università degli Studi di Napoli Federico II. Esperta in storia politica ed economica ed in politiche europee, amministrativista e già funzionario pubblico. Attualmente riveste l’incarico di Responsabile Amministrativo e Finanziario del GAL Terra Protetta S.c.a.r.l. e del GAL Pesca Approdo di Ulisse S.c.a.r.l., società miste pubblico-private che operano nell’ambito dei Fondi europei FEASR e FEAMPA nell'areale della Penisola sorrentina e della Costa d'Amalfi. E’ giornalista pubblicista dal 2009 e scrive per noi dal 2003.

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