Da tempo in Italia sembra che il giornalismo abbia smesso di servire il paese dilettandosi nell’intrattenere il pubblico insinuando sospetti. Cosa che tra l’altro sembra fare con una certa leggerezza! Va da se che seppur sia chiaro che la libertà di stampa è sacra, essa tuttavia non dovrebbe mai trasformarsi in libertà di deformare i fatti come invece sta avvenendo.
Il diritto di critica è sempre imprescindibile, ma che non lo si voglia giammai far equivale alla licenza di insinuare come è invece accaduto nella puntata di Report che ha tentato di costruire un vero e proprio “romanzo criminale” attorno a Giorgia Meloni, alla sorella Arianna, al partito di Fratelli d’Italia e persino al Garante della Privacy.
Non giriamoci intorno: questa è l’ennesima prova di un corto circuito ormai strutturale nel nostro giornalismo che voglia dirsi d’inchiesta.
La formula tra l’altro è sempre la stessa: si parte da un dettaglio neutro, un video senza contesto, una frase decontestualizzata, e si costruisce un caso politico. È lo stile House of Cards per chi si diletta con Netflix e le sue interessanti serie, applicato alla realtà. Peccato però che la realtà di cui parliamo, a differenza della fiction, registri conseguenze serie sulla reputazione, sulle istituzioni e sulla serenità di persone che non dovrebbero essere processate in prima serata.
Agostino Ghiglia, militante di destra negli anni ’80, come centinaia di migliaia di giovani dell’epoca, entra nella sede di Fratelli d’Italia. Basta questo, uno scatto, e Report insinua legami impropri tra un’autorità indipendente e il Governo. La narrazione è chiara: suggerire che ci sia un legame tra il Garante e il partito, insinuando che la sanzione dell’Autorità alla trasmissione stessa possa essere “inquinata” da rapporti personali. Ma i fatti raccontano altro. Ghiglia diffidò la Rai prima della messa in onda per violazione della privacy, puntualmente disattesa. Di qui, nessuna “irregolarità”, solo doverosa tutela di legge.
Report funziona così: suggerisce, evoca, lascia immaginare; ma, al contempo, Report non dimostra mai. Il racconto del nulla, l’ennesima fotografia distorta di un giornalismo prestato alle opposizioni politiche. Dalle Sorelle Meloni, ancora più grave è la pressione esercitata su Antonella Giuli. Giornalista, dipendente della Camera, accusata vagamente di occuparsi di comunicazione del partito durante i fine settimana. Per difendersi, una madre è stata costretta a confessare pubblicamente il dramma del figlio gravemente malato. Ma ci rendiamo conto? Ma in che Paese Viviamo?
Come si può accettare che il rispetto della privacy venga concesso solo a giorni alterni, a seconda del bersaglio politico?
Ma cosa ancor più grave, come si è arrivati al punto di scatenare l’attenzione mediatica trasformandola in intrusione costante nelle vite private di chicchessia?
La solidarietà bipartisan che Giuli ha ricevuto è la prova di un cortocircuito cui non tutto il sistema politico è disposto a prestarsi. Questo gioco al massacro tra l’altro, non piace più nemmeno ai lettori più vili.
Le chat private, la politica nuda, ma resa pornografia morale è poi il resoconto del libro “Fratelli di chat” , un libro che rappresenta un terreno ancora più scivoloso. Conversazioni private, rubate e pubblicate senza consenso, diventano materiale di gogna nel pieno divertimento dell’autore e di un Travaglio che abbraccia Ranucci!
E’ stato presentato come “la storia mai raccontata del partito di Giorgia Meloni attraverso le chat dei parlamentari, ministri e dirigenti di Fratelli d’Italia. Dalla guerra a Matteo Salvini al parricidio nei confronti di Silvio Berlusconi fino ai litigi tra compagni di partito a colpi di insulti, tradimenti e “infami” che passano le notizie ai giornali. Ma anche i retroscena inediti sulla caduta di Mario Draghi e la formazione del governo di destra nel 2022, le giravolte sulla guerra in Ucraina e il rapporto con Ursula von Der Leyen e con gli Stati Uniti di Donald Trump. Com’è stato possibile che il partito di Giorgia Meloni in pochi anni sia passato dal 4% al potere?”. Prefazione di Marco Travaglio.
Ebbene, è stato necessario l’intervento del Garante Privacy per ricordare ciò che dovrebbe essere ovvio: la sfera privata non è un Luna Park mediatico.
Tutti noi abbiamo chat in cui esageriamo, ci sfoghiamo, ironizziamo. Un’arena release della rabbia, dell’irritazione, della frustrazione politica.
Pretendere purezza candida dalla conversazione privata equivale a condannare l’intera umanità. Per cui, la vera notizia, è semmai il tradimento: qualcuno dentro Fratelli d’Italia ha consegnato anni di confidenze riservate ai giornalisti. È come un coltello nella schiena, non un sintomo di degenerazione del partito, ma della miseria umana.
Come si dice, quando si arriva al Governo, i parassiti del potere escono dalle crepe. La narrativa del “sistema familiare Meloni” che la sinistra e buona parte del giornalismo militante, da due anni a questa parte, tenta di costruire è in gergo giornalistico un frame comunicativo: Giorgia Meloni e la sorella presentate, descritte e raccontate come registe di un sistema opaco, in un mantra ripetuto ad oltranza, chiaramente senza prove. Ormai ci troviamo davanti ad un cliché comodo solo per chi non riesce a contestare sul piano delle azioni e dei risultati, ma soprattutto dei programmi e delle idee.
I fatti che raccontano la realtà sono chiari: crescita economica sopra la media UE, credibilità internazionale ristabilita, gestione rigorosa dei conti pubblici, controllo dell’immigrazione irregolare rafforzato. Ed il tutto, nel bel mezzo di un deserto culturale che affligge certa informazione.
Ed allora è comprensibile, quando non si hanno argomentazioni serie, è molto più facile insinuare un “sistema” che riconoscere una leadership.
Il caso Vannacci e il caso della magistrata Apostolico come se non fosse, mostrano un’altra cosa ancora: in Italia il principio della libertà di parola si invoca secondo la convenienza politica del momento.
Quando serve, la libertà d’espressione diventa un totem. Quando non serve, un delitto. Quando il giudice condivide post violenti contro Salvini, è “opinione personale irrilevante”. Quando Giambruno parla fuori onda, è “corresponsabilità familiare”. Da quando l’ipocrisia è diventata dottrina?
Come ricordato dal ministro Crosetto, “chi detiene potere coercitivo, ovvero, magistrati e alti ufficiali, ha un dovere di terzietà maggiore. Non per censura, ma per imparzialità”. Eppure, anche Crosetto, perché si chiama per l’appunto Crosetto, probabilmente per questo tipo di giornalismo, non dovrebbe non solo dirle queste cosa, ma probabilmente nemmeno pensarle visto che non è di sinistra, di quella sinistra giustizialista e soprattutto televisiva ancorata all’unico schema che conosce: demonizzare l’avversario.
Non potendo e non riuscendo a contestare la Meloni sui risultati, ripetiamo, non hanno altra strada che quella di minarne la reputazione.
Fino al 2022, la sottovalutavano a tal punto che non faceva mai notizia. Oggi che governa, la temono, e questa paura produce un’informazione assurda connessa a quella sindrome della destra al Governo che non è mai considerata legittima.
Eppure, in soli due anni, Giorgia Meloni non solo è rimasta politicamente intatta, consolidando la sua leadership interna ed esterna, ma anche alle europee, oltre che alle amministrative, gli indici di gradimento lo confermano.
I cittadini italiani non si lasciano imbambolare, ormai sanno ben distinguere tra un’inchiesta e un montaggio, un fatto e un’allusione, una critica e un linciaggio. Il cittadino medio italiano si informa più di quanto certi editorialisti immaginino, e non si lascia più ipnotizzare dal sospetto in HD alla Report maniera.
Come si dice, “la verità non teme il tempo”, per cui, la narrazione costruita contro Giorgia Meloni e sua sorella, ne siamo certi, non potrà fare altro che si sgretolarsi a contatto con la realtà.
Una guida il Paese e l’altra organizza un partito complesso. Entrambe con una dote che fa impazzire gli avversari: resilienza.
Cambia la stagione, ma non il copione, eppure, se la Rai vuole tornare ad essere servizio pubblico, deve ricordarsi che l’informazione non è teatro, non è insinuazione, non è processo popolare.
L’informazione è racconto dei fatti e Report potrà anche montare cento puntate su Giorgia Meloni, ci sarà sempre una cosa che non potrà montare: il consenso degli italiani. E, finché questo resta saldo, ogni processo mediatico rimarrà un fallimento spettacolare.
