Rubrica
Attori e Spettatori
19 gennaio 2026 · 8 min

Dal Pane alla Libertà

Quello che era iniziato alla fine di dicembre come un moto di protesta contro il carovita ed il tracollo del rial si è trasformato, nel giro di due settimane, nella sfida più radicale e sanguinosa al regime teocratico degli Ayatollah dalla sua fondazione nel 1979.
L’Iran è oggi un Paese spaccato, avvolto nel silenzio di un blackout digitale quasi totale, mentre le strade si macchiano del sangue di centinaia di manifestanti.

La scintilla è scoccata il 28 dicembre 2025: il crollo della moneta nazionale, schiacciata da anni di sanzioni e da un’inflazione galoppante, ha spinto inizialmente i cittadini in strada per protestare contro l’insostenibile costo della vita, poi, la rabbia economica è evaporata, lasciando il posto ad una furia politica senza precedenti.

Secondo i dati raccolti dal “Guardian” e dalla “BBC”, la protesta si è estesa a macchia d’olio in tutte le 31 province del Paese, coinvolgendo oltre 180 città. Non si chiede più solo “pane e lavoro”, ma la fine del potere clericale.”Morte a Khamenei” e “Lunga vita allo Scià” sono gli slogan che risuonano da Teheran a Mashhad (città natale della Guida Suprema), dove i falò dei manifestanti illuminano le notti in segno di aperta sfida.

La risposta del regime è stata immediata e spietata.
Da giorni, l’Iran è vittima di un blackout internet totale. La connettività con il mondo esterno è precipitata all’1%, rendendo quasi impossibile la diffusione di notizie e l’agenzia HRANA ha già stilato un primo report agghiacciante sul numero delle vittime: almeno 538 morti, tra cui 490 manifestanti. Gli arresti avrebbero tra l’altro superato quota 10.000. Video clandestini, fatti uscire grazie a connessioni satellitari d’emergenza come Starlink, mostrano pile di cadaveri avvolti in sacchi neri negli obitori di Kahrizak e cecchini appostati sui tetti dei quartieri bene di Teheran. Il Procuratore Generale ha già annunciato che i manifestanti saranno perseguiti come “nemici di Dio” (Moharebeh), un’accusa che nell’ordinamento iraniano comporta la pena di morte.
In questo vuoto di potere e speranza, sta emergendo la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, in esilio negli Stati Uniti. A 65 anni, Pahlavi è diventato il punto di riferimento simbolico per una generazione che non ha mai conosciuto la monarchia, ma che rigetta l’oscurantismo degli Ayatollah. In un video diffuso sui social, Pahlavi ha esortato il popolo a passare alla fase successiva: “Dobbiamo prendere il controllo dei centri delle città e tenerli”. Molti analisti, tra cui il professor Pejman Abdolmohammadi dell’Università di Trento, sottolineano come il 90% della popolazione non appoggi più il regime, vedendo in Pahlavi una figura capace di traghettare il Paese verso un futuro laico e moderno.

Come era da aspettarsi, la crisi iraniana adesso non è più una questione interna. Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha alzato drasticamente il tiro, promettendo aiuto militare ai rivoltosi: “L’Iran guarda alla libertà come mai prima. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!”.
Le Opzioni sul Tavolo di Washington sono diverse. Attacchi mirati con Raid contro i centri di comando dei Pasdaran, Cyber-warfare con operazioni informatiche per abbattere i sistemi di sorveglianza del regime, supporto tecnologico con la fornitura massiccia di terminali Starlink per rompere il blackout informativo. Chiaramente, la reazione di Teheran è stata una dichiarazione di guerra aperta.

Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito che, in caso di attacco americano, Israele e le basi USA nella regione diventeranno “bersagli legittimi”. Tel Aviv è attualmente in stato di massima allerta e l’attuale debolezza del regime deriva anche da un contesto regionale mutato. Gli storici alleati e “proxy” di Teheran sono in crisi: Hezbollah e Hamas sono drasticamente indeboliti dai conflitti recenti, la Siria ha intrapreso un percorso di transizione verso un governo meno radicale e gli Houthi nello Yemen faticano a mantenere le posizioni. L’unico alleato rimasto all’Iran è la Russia, che tuttavia sembra più propensa a garantire una via di fuga a Khamenei e ai suoi fedelissimi piuttosto che impegnarsi in una difesa militare del regime.

Il Punto di Svolta? Nulla sarà più come prima! Perché anche se il regime dovesse riuscire a soffocare nel sangue questa rivolta, l’incrinatura nel tessuto sociale e politico dell’Iran è ormai insanabile. La “Primavera Iraniana” del 2026 ha segnato ormai il punto di non ritorno.

Ebbene, dinanzi a tutto quanto sta accadendo, Giorgia Meloni non poteva che affrontare la questione con dichiarazioni innanzitutto improntate alla fermezza, definendo la repressione del regime come “inaccettabile e ingiustificabile”. D’altro canto, le sue posizioni si sono evolute dal 2022 fino agli eventi più recenti del 2025-2026, mantenendo però alcuni punti fermi. Ha dichiarato sempre che le battaglie portate avanti dalle donne in Iran per rivendicare il proprio ruolo nella società devono essere sostenute con determinazione e in diverse occasioni ha sottolineato come la libertà che noi in Occidente diamo per scontata sia, per i giovani iraniani, un rischio per la vita. Di qui la posizione netta del nostro Governo che ha definito “indegna” l’esecuzione di manifestanti ed avvertito che, se le repressioni non cessano, l’atteggiamento dell’Italia nei confronti dell’Iran “cambierà radicalmente”, passando da un dialogo critico ad una chiusura più netta.

Se dunque, per Giorgia Meloni, la rivolta iraniana non è solo una questione interna, ma una battaglia per i diritti universali che mette l’Italia e l’Occidente di fronte al dovere di non restare indifferenti, la posizione della sinistra italiana è invece ambigua ed oscilla tra accuse di “indignazione selettiva” e paralisi ideologica.

Mentre le piazze si riempiono a Teheran, in Italia il fronte progressista si muove con estrema cautela, attirandosi critiche feroci da parte di osservatori esterni e di alcune sue stesse componenti interne.
Per mesi, la sinistra e i movimenti sindacali e studenteschi hanno riempito le piazze italiane per protestare contro l’intervento israeliano a Gaza e chiedere il cessate il fuoco. Poi, di fronte a un regime che uccide centinaia di manifestanti e dichiara “nemici di Dio” i giovani che lottano per la libertà, il silenzio “assordante”. Una “morale a due velocità” dove la condanna scatta solo se il nemico è l’Occidente o un suo alleato.

Un fattore di paralisi per la sinistra italiana è forse il dichiaratissimo appoggio di Donald Trump ai manifestanti? Forse perché manifestare a favore della rivolta significherebbe, per paradosso, trovarsi sullo stesso fronte geopolitico di Trump e della destra conservatrice americana quando non con quella di Giorgia Meloni?

La sinistra italiana senza alcun dubbio, sta anteponendo il proprio “anti-americanismo” ed “antimelonismo” viscerale alla difesa dei diritti umani universali, temendo che la caduta degli Ayatollah diventi un trofeo politico per Washington e Giorgia.

Va da se che una Elly Schlein o una Laura Boldrini checché abbiano espresso solidarietà al popolo iraniano, abbiano tuttavia subito aggiunto un freno: “no ad azioni militari unilaterali e no all’intervento straniero”.
Si, perché per i Dem, “La democrazia non si esporta con le armi”, si invoca il ruolo dell’ONU (sempre più paralizzato dai veti) e della diplomazia. Peccato che gli iraniani in esilio hanno chiaro che questa posizione è solo una forma di “non-aiuto” che, di fatto, lascia campo libero alla repressione letale dei Pasdaran.

Dire “no alle armi” mentre il regime usa proiettili veri contro i civili che cos’è? E’ la responsabilità della sinistra semmai Elly salisse al governo?
Nonostante le proteste in Iran vedano le donne in prima linea contro l’obbligo del velo e l’oscurantismo religioso, si nota una scarsa o meglio nulla mobilitazione anche da parte di collettivi come “Non Una Di Meno”, che in Italia si sbatte a combattere il patriarcato occidentale, e chissà perché fatica a condannare apertamente un patriarcato teocratico che impicca le donne e gli omosessuali, per timore di alimentare sentimenti “islamofobi” o di sostenere agende “imperiali”.

Di fronte al massacro in corso in Iran il “rifugio nella retorica” da parte della nostra sinistra è avvilente.
Di fronte ad oltre 500 morti e ad un regime che minaccia esecuzioni di massa, le risposte ufficiali sono solo esercizio di equilibrismo diplomatico, distanti anni luce dalla veemenza mostrata in altre crisi internazionali. Perché?
Una solidarietà “a tempo perso” quella della segretaria del PD che ha espresso vicinanza al movimento “Donna, Vita, Libertà” con esternazioni ridicole oltre che generiche: “Saremo parte delle mobilitazioni che organizzeranno nei prossimi giorni… l’Europa deve agire subito”. Bha!

Perché il PD non organizza una grande manifestazione nazionale “propria”, invece di promettere la sua partecipazione a eventi altrui?
Schlein che ha immediatamente alzato un muro contro l’ipotesi di aiuti concreti proposti dagli USA: “No a iniziative unilaterali, servono sedi multilaterali”; lo sa che invocare le “sedi multilaterali” (spesso bloccate dai veti russi e cinesi) equivale a dare tempo al regime di finire il massacro?

Giuseppe Conte dal canto suo, non è che sia da meno della sua amica di campo: ha mantenuto una linea improntata alla massima cautela, evitando accuratamente ogni parola che potesse suonare come un appoggio a un cambio di regime guidato dall’esterno. Chiede un “deciso e rapido lavoro diplomatico per porre fine al massacro”. Insiste sulla “diplomazia” dinanzi ad un regime che sta sparando sui civili! Una posizione che a buona ragione qualcuno ha ben definito, “evanescente”: condanna la violenza, ma non propone alcuna sanzione concreta che possa realmente colpire i Pasdaran.
La posizione di Alleanza Verdi e Sinistra poi, “che te lo dico a fare”, è forse la più controversa, poiché le condanne al regime iraniano vengono quasi sempre accompagnate da un richiamo a Gaza, nel tentativo di difendersi dall’accusa di ipocrisia. Bonelli ha denunciato lo “sciacallaggio politico”, sostenendo che la loro posizione è coerente perché denunciano “sia Teheran che il massacro a Gaza”. Eppure, mentre per Gaza i leader di AVS scendono in piazza ogni settimana con toni durissimi contro il governo italiano e Israele, per l’Iran si limitano a comunicati stampa. La loro preoccupazione principale sembra essere quella di evitare che la rivolta iraniana venga “strumentalizzata” dalla destra o dagli Stati Uniti, finendo per risultare tiepidi nel sostegno diretto ai manifestanti che gridano “Morte al dittatore”.

E’ molto chiaro, i sindacati e i partiti di sinistra sanno portare mezzo milione di persone in piazza per i palestinesi, ma non per i ragazzi e le ragazze iraniane uccisi dai cecchini di Khamenei e sapete perché? Perché se il “carnefice” non è un alleato dell’Occidente, la sinistra italiana fatica a trovare le parole e, i suoi manifesti, per condannarlo con la stessa forza.
Io sto con l’Occidente, con il nostro Governo e con quanto stanno combattendo per la Libertà dell’Iran.

Anna Fermo
L'autore
Anna Fermo

Anna Fermo, Laureata in Scienze Politiche presso l’ Università degli Studi di Napoli Federico II. Esperta in storia politica ed economica ed in politiche europee, amministrativista e già funzionario pubblico. Attualmente riveste l’incarico di Responsabile Amministrativo e Finanziario del GAL Terra Protetta S.c.a.r.l. e del GAL Pesca Approdo di Ulisse S.c.a.r.l., società miste pubblico-private che operano nell’ambito dei Fondi europei FEASR e FEAMPA nell'areale della Penisola sorrentina e della Costa d'Amalfi. E’ giornalista pubblicista dal 2009 e scrive per noi dal 2003.

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