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1 aprile 2026 · 3 min

Corino esonerato: un’occasione persa per Lauro & C. | #4wd

L’esonero di Simone Corino dalla panchina dell’Ischia Isolaverde Calcio, nonostante il contratto da due anni e mezzo di durata, rappresenta molto più di un semplice avvicendamento in panchina. È, piuttosto, un passaggio che avrebbe potuto assumere un significato simbolico profondo, soprattutto in una fase storica in cui il rapporto tra società e territorio appare quanto meno fragile, se non addirittura incrinato.

La scelta di affidare la guida tecnica a Vincenzo Platone, profilo rispettabile e con un suo percorso, si inserisce in una logica di continuità gestionale che però lascia inevasa una domanda cruciale: quale legame intende costruire, o ricostruire, questa società con l’isola, con il suo popolo e, soprattutto, con la sua storia calcistica? Perché oggi il nodo non è soltanto sportivo. È identitario.

Da tempo si parla di progetti ambiziosi, di prospettive di crescita e di un futuro che dovrebbe poggiare su basi più solide. Tuttavia, queste prospettive restano inevitabilmente sospese a una condizione imprescindibile: la concessione pluriennale dello stadio Mazzella. Un passaggio chiave che dipende dall’amministrazione comunale, la cui inerzia — o, per usare un’espressione più colorita e aderente al sentire comune, quella “freddezza ‘e chiammata” — continua a rappresentare un ostacolo concreto. In questo scenario, la società si trova a operare in un contesto incerto, ma ciò non può e non deve diventare un alibi per trascurare il rapporto con la piazza.

Ed è proprio qui che l’esonero di Corino avrebbe potuto trasformarsi in un’occasione. Un’occasione per mandare un segnale, per accorciare le distanze, per dimostrare che l’Ischia non è soltanto un progetto sportivo, ma una comunità da ascoltare e coinvolgere. La soluzione era sotto gli occhi di tutti: puntare su una figura come Gianni Di Meglio.

Per quel che mi riguarda, chiamarlo in causa non significa sviolinare un amico carissimo, perché il suo proverbiale low profile e i sentimenti che reciprocamente nutriamo non lo rendono necessario. Significa, invece, evocare una bandiera, ma anche qualcosa di più. Significa parlare di competenza, esperienza e, soprattutto, appartenenza. Un uomo di calcio che ha militato in prestigiosi contesti professionistici, che conosce ogni sfumatura dell’ambiente isolano, che ha già dimostrato in passato disponibilità e attaccamento in momenti ben più difficili di quelli attuali. Non una scelta nostalgica, dunque, ma una decisione capace di coniugare cuore e razionalità, magari anche senza “sponsor” a sostegno.

Optare ancora una volta per un profilo esterno, invece, rischia di rafforzare la percezione di una società distante dalla realtà in cui opera, poco incline a riconoscere e valorizzare le risorse locali. Una percezione che, sommata alle difficoltà strutturali e all’assenza di risposte concrete da parte delle istituzioni, alimenta un clima di perdurante scetticismo che non giova a nessuno.

Il presidente Lauro, è giusto riconoscerlo, si muove in un contesto complesso, dove le responsabilità sono condivise e dove le mancanze dell’amministrazione comunale guidata da Enzo Ferrandino e Gianluca Trani pesano come macigni, esattamente come l’ormai sempiterna indisponibilità della tribuna coperta (un chiaro segnale di tutta la loro incapacità nel gestire la cosa pubblica). Ma proprio per questo, ogni scelta assume un valore che va oltre il campo. Ogni decisione diventa un messaggio.

E quello lanciato con l’arrivo di Platone appare chiaro: si prosegue lungo una strada che privilegia logiche interne alla gestione, senza cogliere fino in fondo l’importanza di rinsaldare il legame con il territorio. Un legame che, oggi più che mai, rappresenta la vera sfida per il futuro dell’Ischia.

Perché senza identità, senza appartenenza, senza quel filo invisibile che unisce squadra e comunità, anche il progetto più ambizioso rischia di restare incompiuto. E forse, questa volta, si è persa un’occasione per iniziare davvero a imbastirlo.

Davide Conte
L'autore
Davide Conte

DAVIDE CONTE Classe '66, marito di Catrin, papà di Alessandro e Simone, padroncino di Oliver, Moka, Pepe e Trump. Laureato in scienze della comunicazione, imprenditore pubblicitario e immobiliare, giornalista dal 1997, comunicatore da sempre con la politica nel sangue e l'assertività ad ogni costo. Non fa nulla con la sinistra, neppure guidare. Si definisce "nato pubblico e mai sottrattosi a tale natura. Perché non è facile eludere le predestinazioni".

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