Dal 6 al 14 dicembre torna il tradizionale appuntamento di Atreju, la più grande manifestazione della destra italiana che quest’anno giunge alla sua ventiseiesima edizione. La manifestazione si terrà nei giardini di Castel Sant’Angelo, nel cuore della città di Roma. Per l’occasione, visto il clima, sarà allestito un grande villaggio natalizio con un’intera area destinata al mercatino di Natale, prodotti tipici e una pista di pattinaggio per adulti e bambini. Atreju viene presentato come l’evento del confronto, un evento di parte ma non di Partito. Per valorizzare il confronto sui grandi temi del momento, ospita sempre personalità provenienti da qualsiasi sensibilità politica e culturale.
“Sei diventata forte – L’Italia a testa alta” è il titolo scelto per quest’edizione che, come da tradizione, vedrà in calendario dibattiti, mostre, musica e approfondimenti culturali. Al centro della manifestazione il dibattito sulle principali questioni di attualità, dalla riforma della giustizia al premierato, dalla sicurezza alla ritrovata centralità dell’Italia nel contesto internazionale.
Atreju tuttavia non è più la festa dell’immaginario giovanile della destra, di fatto, non lo è più da tempo.
Da ritrovo identitario, appuntamento militante, oggi è diventato un palcoscenico complesso: oseremmo dire, metà kermesse natalizia, metà arena di potere, metà teatro simbolico della destra italiana. Le metà sono tre volutamente, come nelle parabole politiche che funzionano per davvero.
Così, ogni dicembre, la macchina si riattiva: musica, stand, foto opportunity, ministri pronti a sorridere anche mentre spiegano riforme pesanti, esponenti dell’opposizione invitati come “ospiti” ma in realtà chiamati a esame pubblico, militanti entusiasti, influencer del centrodestra, e un’atmosfera che mescola propaganda, narrazione e celebrazione.
Quanto accaduto tuttavia negli ultimi giorni ha fatto si che Atreju si rivelasse qualcosa di più di un evento della destra, ovvero, un vero e proprio test della tenuta del sistema politico italiano che ha già prodotto questo esito chiarissimo: la destra unita, il fronte progressista incerto, la premier dominante, e il resto costretto a inseguire.
Così, la festa che doveva essere una vetrina si è rivelata ancor prima di iniziare lo specchio crudele della politica italiana dove la destra appare compatta e padrona della scena e l’opposizione un cantiere aperto ed in totale disordine.
Manfredi “o’ saggio”, a domanda risponde: Schlein ad Atreju? “Credo che non bisognava entrare nella trappola di Meloni”. Conte che va? “Penso che Schlein e Conte dovessero coordinarsi prima”. Da Montepulciano, il sindaco di Napoli continua a rispondere: Sindaco lo sai che Schlein all’assemblea del Pd vuole farsi incoronare come candidata premier? “Mi sembra la soluzione naturale”. Sindaco ma cosa ne pensi del cambio di legge elettorale ? “Non va cambiata ma se si cambia…”. Si faranno le primarie ? “Eh. Manca un anno e mezzo vediamo. La priorità è la costruzione dell’offerta politica sulla base di quella di sceglie il leader e non il contrario. La leadership deve essere rappresentata da chi meglio può interpretare quest’offerta politica. Viviamo in un periodo in cui il leaderismo è un elemento sempre più fondamentale, ma dobbiamo partire dai contenuti, da cosa vogliamo fare”. E tu che fai? “Sindaco di Napoli”. E ad Atreju ti hanno invitato ? “Meloni non mi hai invitato”. Se ti invita ? “Vado”. Ecco, Manfredi parla di una trappola nella quale lui non sarebbe cascato probabilmente, ma chiariamo i termini della questione.
La storia inizia con una frase che, in qualsiasi altro Paese europeo, sarebbe sembrata il preludio a un talk show di mezzanotte: «Ciao Elly, vuoi venire ad Atreju?». Che cosa poteva andare storto? Tutto.
Donzelli, regista formale dell’invito, non ha fatto altro che lanciare il classico amo della politica spettacolarizzata. Un invito amichevole, disarmante, che però è una trappola: la sinistra non può rifiutare senza apparire chiusa al dialogo, non può accettare senza finire sotto le luci di una festa altrui.
Schlein lo capisce, ma risponde con un contropiede: “sì, verrò, ma solo se sarà un faccia a faccia diretto con Meloni”. Un modo per trasformare l’invito in un’occasione utile alla propria narrativa: il duello, l’alternativa, la contrapposizione frontale. La leader del Pd vuole imprimere un marchio: essere riconosciuta come la vera, principale antagonista della premier.
Ma Meloni non fa duelli, piuttosto fa geometrie, gioca ad un gioco diverso, a scacchi, e, questa volta, prima ha mosso il cavallo e poi ha fatto scacco matto.
Accetta il confronto, ma aggiunge un “dettaglio”, ovviamente decisivo: ci sarà anche Giuseppe Conte.
Le motivazioni ufficiali sono perfette per la cornice comunicativa: Conte ad Atreju c’è già stato — perfino da presidente del Consiglio — senza imporre condizioni. Non spetta alla premier decidere chi sia il leader dell’opposizione. Anche perché, nell’opposizione, il leader non è stato ancora scelto.
Detto diversamente, Schlein voleva un palco e Meloni le ha sbattuto in faccia la realtà: non basta voler essere leader, bisogna dimostrarlo.
Il confronto a due diventa così una foto a tre e quella foto, Meloni lo sa benissimo, avrebbe mostrato non la forza dell’opposizione, ma la sua concorrenza interna.
Colta in contropiede, Schlein alza la posta che però le si rivela un boomerang: se deve essere confronto di coalizione, allora Meloni porti Salvini e Tajani e l’opposizione risponderà con Fratoianni e Bonelli.
Una mossa polemica, ma di fatto politicamente è una ritirata mascherata.
Schlein ha rifiutato il terreno indicato da Giorgia Meloni ed in politica si sa che chi cambia campo all’ultimo minuto sta di fatto scappando.
Conte, invece, fa l’opposto: accetta e rilancia. Nel suo “io ci sono” c’è tutto: sfida, calma apparente, e soprattutto una posizione di forza. Quando poi aggiunge: “Mi dispiace che Schlein si sia ritirata”, finisce per tagliare definitivamente le gambe alla narrazione del Pd.
Morale?
Conte si è accreditato come il leader coraggioso mentre la Schlein solo come un’ acerba attendista.
La destra? Si gode lo spettacolo.
Così, mentre il centrosinistra si divide ancora sulle presenze ad un evento della destra, il colpo finale arriva da Rocco Casalino, con la sutura perfetta: “Schlein ha commesso un errore politico, tentando di autoproclamarsi leader dell’opposizione”.
Atreju ha acceso un faro su una verità che tutti conoscono ma che pochi dicono o vogliono ammettere, ovvero che il centrosinistra non ha un leader riconosciuto e non ha un metodo per sceglierlo.
Il vero nocciolo della questione è qui. Da mesi, forse da anni, il centrosinistra gira intorno a questa domanda senza trovare una risposta. Atreju, paradossalmente, ha solo accelerato ciò che era inevitabile: una resa dei conti sul tema della leadership.
Schlein sostiene che il leader debba essere scelto “in base ai voti” o tramite primarie. Conte replica che è pronto a partecipare, ma non a farsi da parte in nome di automatismi. Non esclude nulla. Non concede nulla.
E poi c’è la base degli altri partiti: AVS spaccata (Bonelli sì, Fratoianni no), Renzi e Calenda nel loro eterno ruolo di alleati-critici, amministratori locali che commentano con ironia (“Il capo dello Stato non si tocca”, “Se mi invitano vado”).
E’ un mosaico, più che un campo largo e nei mosaici ogni tessera ha una forma che non coincide mai con le altre. E’ normale che se tutti si muovono come cani fantasma che non vogliono essere trascinati nella rissa, il risultato sia un campo largo costruito su linee di faglia ove ad ogni passo scatta la scossa tellurica.
La destra ha un’idea del Paese, discussa o discutibile ma solida. Il centrosinistra ha tante idee del Paese, spesso incompatibili.
La cosa più ironica? E’ che la destra non ha bisogno di mostrare unità. Ce l’ha già, con tutte le sue tensioni interne, perché non ha bisogno di nascondere le proprie differenze avendo un vantaggio enorme, il fatto che la leadership non è in discussione. Meloni è il baricentro, il punto focale ed il riferimento. Atreju tra l’altro è il luogo dove questa narrativa viene amplificata: una convention nazionale del melonismo. Il titolo scelto — “Sei diventata forte. L’Italia a testa alta” — cos’è se non un forte manifesto ideologico, quasi elettorale.
Questa storia, iniziata con un invito e finita in un pasticcio, dice davvero molto della politica italiana di oggi.
Innanzitutto, che l’opposizione non ha un leader checché Schlein e Conte sembra non lo sappiano e che la Premier, consapevole del tutto, resta il personaggio politico più lucido della scena.
Il punto adesso come adesso, non è chi avrebbe parlato sul palco di Castel Sant’Angelo, ma chi sarebbe sceso da quel palco più forte. Bhè, dopo questo psicodramma politico, la risposta è chiara:
la Sinistra è caduta nella rete di Giorgia.
