C’era un centro diurno, c’erano sei animatori sociali e una quotidianità fatta di attività, ascolto e relazioni. Oggi, invece, nella RSA “Villa Mercede” di Serrara Fontana restano interrogativi pesanti sul futuro dell’assistenza sociale agli anziani ospiti della struttura. A raccontarlo è una lettera che ripercorre, con toni amari ma concreti, il progressivo ridimensionamento di quello che per anni è stato considerato un servizio di riferimento per l’isola d’Ischia.
Il racconto parte da un passato non troppo lontano. “Diversi anni fa Villa Mercede possedeva un centro diurno e contava ben sei animatori sociali”, si legge nella testimonianza. Poi, nel tempo, il ridimensionamento: il centro diurno viene eliminato, gli animatori scendono a tre e anche le ore lavorative vengono ridotte. Fino all’ultimo passaggio, quello che nella lettera viene descritto come il punto di rottura: “Oggi sono state licenziate tutte le figure sociali”.
Da qui nascono le domande poste dall’autrice della lettera, che non riguardano soltanto l’organizzazione interna della struttura ma il senso stesso dell’assistenza agli anziani fragili. “Come una struttura possa andare avanti senza supporto psicologico”, si domanda il testo, chiedendosi anche chi accompagnerà i nuovi ospiti nell’inserimento in comunità, chi li aiuterà a socializzare, chi spezzerà “la monotonia di giornate l’una identica all’altra” attraverso attività ludiche e creative.
Il tema affrontato non riguarda soltanto l’assistenza sanitaria in senso stretto ma anche la qualità della vita degli anziani ricoverati. Nella lettera si fa riferimento ai momenti di festa, ai compleanni, alle ricorrenze come Natale e Pasqua, vissuti negli anni come occasioni per creare partecipazione e mantenere vivi legami emotivi e relazionali.
L’autrice pone l’accento anche sull’aspetto umano del lavoro svolto dalle figure sociali, raccontando episodi concreti vissuti accanto agli ospiti della struttura. Tra questi, la storia di “A.”, un anziano ultra novantenne affetto da demenza senile. “Una mattina mi esprime il desiderio di voler fare un tatuaggio”, racconta la lettera. Non si trattava però di un vezzo estetico. L’uomo spiegò di avere paura di dimenticare il nome della pronipote appena nata e di volerlo scrivere sul braccio “così da averlo sempre a mente”.
Un desiderio semplice, trasformato in un gesto quotidiano di cura. “Le scrissi il nome sul braccio con la promessa che ogni mattina l’avrei ricalcato in modo che non si sarebbe cancellato”, si legge ancora. Un dettaglio che nella testimonianza diventa simbolo di un’assistenza fatta anche di ascolto, sensibilità ed empatia. “La sua felicità ogni volta che con lo sguardo incrociava quella scritta e le tornava in mente il nome della bambina…”.
La conclusione della lettera è affidata ad un auspicio che suona anche come un appello: “Mi auguro che ci sia qualcuno che si dedicherà ancora a questi piccoli ma grandi gesti”. Dietro il racconto personale emerge così una riflessione più ampia sul modello di assistenza nelle residenze sanitarie assistite, soprattutto in un territorio insulare dove la fragilità sociale degli anziani spesso si accompagna alla lontananza dalle famiglie, alla solitudine e alla necessità di un supporto umano continuo.
Perché in strutture come Villa Mercede non si misura soltanto la capacità di garantire cure mediche, ma anche quella di preservare relazioni, memoria e dignità. Una cosa tremendamente complicata da quantificare in un bilancio. E infatti spesso è la prima a sparire.
