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venerdì, Giugno 21, 2024

Sei medici alla ricerca delle colpe della morte di Sara Castigliola

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Accolta la richiesta del pm dopo il rigetto dell’archiviazione. e c’era chi pensava di portare i “vetrini” nei laboratori privati. Giovedì mattina il gip De Angelis ha conferito l’incarico ai quattro componenti del nuovo collegio peritale che dovranno rispondere ai quesiti indicati. Indagati i sei medici del “Rizzoli” Francesco Rando, difeso dall’avv. Massimo Stilla; Domenico Loffredo, Mariantonia Galano, Silvia Galletti, Marcella Marino e Roberto Buonanno

Gaetano Di Meglio | Si va all’incidente probatorio per fare luce sulla morte di Sara Castigliola, deceduta nel dare alla luce una bimba all’ospedale “Rizzoli” il 30 ottobre 2021 a seguito di una massiccia emorragia insorta dopo il taglio cesareo. Sulla base della relazione del primo collegio di periti, il pm Ciro Capasso aveva chiesto l’archiviazione nei confronti dei sei medici indagati per omicidio colposo: Francesco Rando, difeso dall’avv. Massimo Stilla; Domenico Loffredo, Mariantonia Galano, Silvia Galletti, Marcella Marino e Roberto Buonanno.

Ma l’opposizione dei familiari della Castigliola, fondata sulla consulenza medica di parte, aveva messo in luce gli errori in cui erano incorsi i periti, tanto da convincere il gip dott. Giovanni De Angelis a rigettare la richiesta di archiviazione, disponendo la restituzione degli atti al pm affinché procedesse alle nuove indagini indicate, nel caso anche ricorrendo a collegio peritale.
E il pubblico ministero ha appunto richiesto che sia disposta perizia medico-legale collegiale con le forme dell’incidente probatorio.
Nell’ordinanza di ammissione il gip rileva che «entro due giorni dalla notificazione della richiesta, sono state depositate deduzioni sull’ammissibilità e fondatezza della richiesta (mentre non sono state depositate cose o documenti) e sono stati indicati altri fatti che debbano costituire oggetto della prova e altre persone interessate».

Una acquisizione di prove fondamentale che poteva essere richiesta solo dalla Procura, come evidenzia il gip richiamando la precedente ordinanza con cui rigettava la richiesta di archiviazione, « rilevando altresì che il giudice, nel rigettare la richiesta di archiviazione disponendo indagini suppletive, non può ordinare al pubblico ministero di richiedere l’incidente probatorio per svolgere un accertamento peritale; ciò perché in tal modo il giudice si surroga all’organo dell’accusa, cui è rimessa in via esclusiva la scelta in ordine all’attivazione di tale procedura; ove non ritenga di accogliere la richiesta di archiviazione, il giudice può solo, con riguardo al caso di specie, indicare al pm le nuove indagini ritenute necessarie, cosi definendo il procedimento incidentale».
Così come fissato nella ordinanza, ieri mattina il giudice De Angelis ha proceduto al conferimento dell’incarico al collegio di periti, composto dai dottori Gaetano Buonocore, Giuseppe Botta, Oscar Nappi, Michele Chiariello, specialisti in medicina legale. ginecologia, anatomopatologia ed anestesia e rianimazione.

DOMANDE ANCORA SENZA RISPOSTA
I quesiti a cui dovranno rispondere i quattro periti sono quelli indicati all’atto del rigetto della richiesta di archiviazione: «1. si accerti se, nel determinismo causale che ha condotto alla morte della Costagliola, siano ravvisabili profili di imprudenza, imperizia ovvero negligenza nella condotta dei sanitari che ebbero in cura la p.o. nell’arco temporale tra l’arrivo in ospedale e il momento in cui la stessa veniva sottoposta a taglio cesareo, che portava alla nascita della bambina, tenendo conto della situazione patologica pregressa di cui era affetta la vittima: segnatamente, obesità, anemia e minacce pregresse di aborto. In particolare evidenziando, tenuto conto di tutta la documentazione sanitaria in atti, si accerti l’idoneità della struttura sanitaria (precisamente il presidio ospedaliero “A. Rizzoli” di Lacco Ameno) a poter far fronte ad un intervento cesareo, quale quello cui è stata sottoposta la vittima, affetta da una seria anemia, alla luce delle riserve di plasma di cui era dotato il citato nosocomio.

Si accerti, ancora, la adeguatezza dell’approccio terapeutico e chirurgico posto in essere dai sanitari che ebbero in cura la donna nella successiva evoluzione dell’operazione chirurgica, tenendo conto di tutte le circostanze che hanno condotto al secondo intervento chirurgico, fino al decesso della vittima. In particolare, si chiarisca se le complicanze che hanno condotto al successivo intervento chirurgico siano ascrivibili o meno ad errori diagnosticoterapeutici dei medici ovvero se fossero da costoro prevedibili ed evitabili nel rispetto delle linee guida in ambito ginecologico e delle buone pratiche clinico-assistenziali. In particolare, se l’intervento in laparoscopia, cui veniva sottoposta la Castigliola, sia stato l’approccio chirurgico più adeguato allo stato di salute della stessa, alla luce della obesità della donna e della progressiva e costante diminuzione della emoglobina in atto.

Si accerti se l’emorragia, manifestatasi a seguito del primo intervento chirurgico, sia stata trattata dai sanitari con tempestività e correttezza tecnica: in particolare, si chiarisca se il quantitativo di sangue somministrato per emotrasfusione alla p.o. fosse adeguato rispetto alla grave anemia della donna.
In ordine a tale ultimo profilo si evidenzia che la Castigliola era una paziente “con una gravidanza a rischio”, anemica e in sovrappeso, la quale aveva più volte subito delle minacce di aborto, che l’hanno condotta a plurimi accessi al pronto soccorso. Da qui, dunque, la necessità di accertare se, oltre alla adeguatezza terapeutica nel ripristino della volemia e nella terapia trasfusionale, l’emorragia post- partum fu gestita dai sanitari adeguatamente dal punto di vista dei trattamenti chirurgici. In caso di valutazione negativa, e quindi di accertata negligenza ed imperizia, occorrerà, ancora, verificare se le insorgenze negative, qualora fossero state correttamente e tempestivamente riscontrate, avrebbero potuto interrompere il decorso causale che ha portato alla morte della paziente».

Alla luce dei dubbi insorti, il gip ha dunque «ritenuto per che, per una valutazione esaustiva, è necessaria una perizia medico-legale che, qualora disposta nel corso del dibattimento, ne potrebbe comportare una sospensione per un periodo superiore a 60 giorni e che nel caso di specie si rivela necessaria onde verificare se gli elementi acquisiti non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna». Una sospensione dibattimentale evitata appunto con l’incidente probatorio nella fase delle indagini.

EVITARE PERDITE DI TEMPO
La richiesta dell’incidente probatorio richiesto del PM tiene anche conto di questo particolare “con riguardo allo specifico ed esclusivo tema di indagine, di natura squisitamente tecnica, questo P.M. ritiene necessario procedere con incidente probatorio ex art. 392, co. 2, c.p.p., trattandosi di un accertamento che, se fosse disposto in dibattimento, potrebbe determinare una sospensione superiore a sessanta giorni. Invero, la complessità della vicenda clinica in esame, la presenza in atti di CT di parte, la rilevante mole di documentazione da analizzare ed infine la circostanza che, originariamente, per la redazione ed il deposito dell’elaborato tecnico redatto dai CC.TT. del P.M. trascorreva più di un anno dalla data del conferimento dell’incarico, per addivenire alle relative conclusioni, elementi da cui si può ragionevolmente presumere che l’eventuale perizia tecnica, avente il medesimo oggetto, qualora fosse disposta in un futuro dibattimento, comporterebbe un periodo di sospensione certamente superiore ai due mesi (60 gg.). D’altro canto, una tale valutazione ha senz’altro operato codesto GIP nel concedere, per le ulteriori indagini, il termine di 5 mesi”

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1 COMMENT

  1. Medici incapaci di assolvere il proprio compito, spesso è successo e succederà ancora che nell’Ospedale Rizzoli di Ischia si entra Vivo e si esce MORTO. Basta controllare le statistiche, e poi quanti parti mal fatti? con problemi per tutta la vita del nascituro?

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