Procida entra nei novanta giorni che precedono verosimilmente il voto del 24 e 25 maggio con una certezza e una contraddizione. La certezza è (più o meno) il calendario: le liste si presenteranno il 23 aprile e, dunque, di fatto restano due mesi scarsi per definire alleanze, nomi e schieramenti. La contraddizione è politica: si corre, si stringono mani, si rispolverano contatti, si riaccendono telefoni e promesse, ma il terreno su cui si pretende di costruire una scelta “nuova” è lo stesso che ha retto (e spesso impastoiato) l’isola negli ultimi trent’anni.
La macchina acchiappavoti è già in moto e non serve fingere sorpresa. È la liturgia locale: Procida diventa improvvisamente un’arena di progetti, sorrisi e disponibilità “a fare”, dopo anni in cui la parola politica scompare o resta confinata agli atti dovuti, alle schermaglie social, ai comunicati che somigliano più a spot che a visioni.
Non è un’accusa morale: è un dato di fatto. Ed è un dato che pesa, perché ci racconta un sistema in cui l’elettorato viene trattato come risorsa da attivare a scadenza, non come comunità da coinvolgere con continuità.
In questo contesto si muovono i due candidati “in pectore”, entrambi avvocati, dentro una contesa che mostra già crepe evidenti. Crepe che non riguardano solo le persone o i caratteri, ma soprattutto il perimetro dell’offerta politica: l’alternanza, per come si profila, sembra più una rotazione di gruppi, relazioni e famiglie lunghe che un cambio di paradigma.
E qui sta il punto tagliente: se le liste non riescono ad andare oltre il recinto di chi ha amministrato l’isola negli ultimi decenni, la domanda non è “chi vincerà?”, ma “che cosa, davvero, potrà cambiare?”. Perché se il materiale umano, culturale e relazionale resta quello, anche i conflitti si ripeteranno identici: non su idee e scelte strutturali, ma su posizionamenti, equilibri, rivendicazioni.
La disaffezione, allora, smette di essere un capriccio giovanile o una moda dell’apatia. È una forma di giudizio. Molti procidani, non solo i più giovani, hanno smesso di credere che la gestione politica della cosa pubblica possa cambiare il paese e, di riflesso, la vita quotidiana. Non perché Procida sia “irrecuperabile”, ma perché il modello dominante produce la stessa sensazione: la politica appare soprattutto quando serve il voto, e poi torna in un cono d’ombra. Negli ultimi undici anni, per non andare troppo indietro, quante volte la discussione pubblica è stata davvero continua, organizzata, misurabile, non legata all’imminenza elettorale? Poche. Troppo poche.
Le ragioni sono note e anche qui non serve ipocrisia. Chi governa ha l’incentivo a gestire il potere, non a condividerlo: perché mai dovrebbe alimentare un dibattito laterale, diffuso, capace di controllare e indirizzare? “Ci siamo noi, governiamo noi, andiamo avanti.” Dall’altra parte, chi sta all’opposizione spesso è stretto, con margini minimi, senza strumenti: fare politica sul territorio costa tempo, energie, competenze. “Con quali soldi? Con quale gente?”
E così, tra una maggioranza che tende a chiudersi e un’opposizione che fatica a strutturarsi, evapora il concetto stesso di partecipazione: quella che dovrebbe interessare tutti, per tutto l’anno, non solo nelle settimane dei santini elettorali.
Da questo vuoto nasce l’inganno più grande: quando arrivano i 90 giorni, ci si accorge di non avere una classe dirigente alternativa pronta. E allora si corre a cercarla dove è più facile: nei pacchetti di consenso, nelle reti parentali, nei “portatori sani” di voti. Non è politica: è logistica elettorale. È amministrazione del presente, non costruzione del futuro. Ed è qui che la contesa rischia di essere compromessa in partenza: perché non si decide tra due idee di Procida, ma tra due modi di organizzare gli stessi blocchi.
Eppure una via costruttiva esiste, ma richiede un atto di coraggio collettivo: spostare l’attenzione dai nomi alle regole del gioco. Se i candidati vogliono davvero parlare ai cittadini e non solo agli elettori, facciano tre cose, subito, prima del 23 aprile: primo, rendano pubblici pochi impegni verificabili (non slogan) con tempi e indicatori; secondo, aprano momenti di confronto reali e regolari, con domande scomode e risposte documentate; terzo, dichiarino un metodo di trasparenza permanente su atti, spese, scelte e motivazioni. Non “promesse”, ma procedure. Perché Procida non ha bisogno dell’ennesima stagione di entusiasmo a termine: ha bisogno di una politica che resti quando le luci si spengono.







