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30 maggio 2026 · 5 min

Lettera a Giacomo Retaggio: un anno dopo, il rumore e la misura

Caro Giacomo,
qui sotto, sull’isola, è passato un anno. Un anno intero: di giorni che si somigliano e giorni che si sbriciolano, di piccoli guasti e piccole feste, di mare calmo e mare che ti fa capire quanto siamo provvisori.
Lo dicevi spesso quando ti affacciavi dalla tua casa a via libertà. Un anno che, se lo guardi da fuori, potrebbe sembrare normale.

E mi ritrovo a scriverti come se il “paradiso” fosse un indirizzo vero: una via alta, senza traffico, dove le cose arrivano lo stesso anche se non sappiamo bene come. Una di quelle strade che immagino con un nome semplice, quasi pudico, come piaceva a te: niente effetti speciali, niente insegne luminose. Solo una porta che si apre piano, senza cigolare.

Qui, intanto, il mondo continua a fare il mondo. Non ha pietà né cattiveria: semplicemente va avanti. In questi giorni, per dire, si è anche votato per le elezioni comunali. C’è stato quel brusio tipico: promesse, discussioni, analisi improvvisate, entusiasmi e delusioni, la sensazione che tutto dipenda da domani e che domani, poi, ci dimenticheremo di metà delle cose dette oggi. La gente parlava come se bastasse alzare la voce per mettere a posto la realtà. E io guardavo quei gruppetti, quelle facce tese, quelle frasi lanciate come sassi… quasi imbarazzanti nella loro evidenza.

Io non so come funzioni lassù, se ci sia un posto per chi ha vissuto così: con una serietà gentile che non pesava mai sugli altri. Però ti immagino spesso. Ti immagino su una nuvoletta, sì, proprio così: una nuvoletta piccola, discreta, una di quelle che passano e nessuno ci fa caso. Affacciato come a quei finestroni al tuo studio alla Madonna della Libera, che per arrivarci dovevi salire alcuni scalini, e già quei gradini sembravano un avvertimento: “Non correre. Sali con rispetto.” Ti immagino lì, a guardarci nelle nostre vite affaccendate.

Non come un giudice, non come un santo da immaginetta. Piuttosto come eri tu: con quello sguardo che non metteva ansia e non concedeva alibi. Uno sguardo che sembrava dire: “Va bene, correte pure… ma ricordatevi perché correte.” E io, Giacomo, quel “perché” me lo chiedo più spesso da quando non ci sei.
Qui, Giacomo, non manca solo il medico, lo scrittore, lo storico. Manca un modo. Manca un patto che tu facevi firmare senza carta e senza enfasi: il patto della “cura” come rispetto. La cura come attenzione. La cura come parola esatta, detta a bassa voce. La cura come domanda fatta con pazienza, senza fretta di chiudere una porta e passare oltre.

Oggi mi accorgo che ciò che manca non è soltanto una competenza: manca la misura. Manca il limite, come ho scritto qualche giorno fa sul mio profilo social. E lo so, sembra una parola piccola, “limite”, ma dentro ci sta tutto: il rispetto, la decenza, l’umiltà di chi sa che non è onnipotente. Manca l’eleganza di chi sa e proprio per questo non ha bisogno di mostrarsi.

E poi manca la tua cultura, che non era mai ornamento. Era un modo di respirare. Tu riuscivi a fare una cosa rara: mettere ordine nel caos senza ridurlo a una battuta. Portare chiarezza senza ferire. Dissentire senza disprezzare. In un tempo in cui tutti cercano tifoserie, tu cercavi ragioni. In un tempo in cui tutti urlano, tu avevi una voce che non gridava, e forse per questo la gente la ascoltava davvero. Non perché tu imponessi, ma perché tu convincevi senza umiliare. E che differenza c’è, Giacomo, tra convincere e imporre: sembra sottile, e invece è un abisso.

Ah ti devo dire anche un’altra cosa, una cosa più piccola. Sai, Giacomo: mi hanno nominato per la carica di socio onorario dei “Ragazzi dei misteri”. E sono a quattro associazioni che mi onorano di questo riconoscimento. Vuol dire che sto invecchiando anche io. E l’ho pensato con un sorriso amaro, perché c’è un’età in cui i riconoscimenti smettono di essere medaglie e diventano promemoria: “Guarda che il tempo non aspetta”.

Qualcuno, con quella leggerezza un po’ maldestra che a volte usiamo per non sentire troppo, ha detto che ho preso il tuo posto. Ma non è così. Non si prende il posto di una persona come te. Non si subentra. Non si eredita quella presenza. Quando la sento, certo mi inorgoglisco, ma provo anche un certo fastidio. Non contro chi l’ha detta, perché so che è un modo per fare ordine nella mancanza, ma contro l’idea stessa che le persone siano caselle da riempire.

E allora mi viene quella domanda che non riesco a far diventare più gentile: dove finiscono le persone come te? Dove va a posarsi la loro presenza quando non c’è più il corpo, o quando il telefono non suona più? Dove va a finire quella calma, quella decenza, quel modo di stare al mondo senza strafare?
Io mi rispondo così: finite nei luoghi che avete amato, ma non come fantasmi. Come tracce. Tracce che si accendono all’improvviso: in un gesto preciso, in una frase detta bene, in un silenzio rispettoso. Tracce che non fanno rumore e che però ci chiedono una cosa difficile: essere all’altezza.

E dunque, se davvero ci guardi da quella tua nuvoletta discreta, spero tu riconosca almeno questo: che proviamo, a modo nostro, a non sprecare quello che ci hai insegnato. Che ci proviamo, anche quando siamo stanchi, anche quando il rumore ci trascina, anche quando il mondo ci chiede di scegliere in fretta. E il compito, Giacomo, è questo: imparare a non essere peggiori. Imparare a non sporcare le parole. Imparare a non usare gli altri come strumenti. Imparare a non trasformare la vita in una gara, la sofferenza in uno spettacolo. Imparare, e questa è la parte più difficile, a essere gentili senza essere deboli, seri senza diventare duri, presenti senza invadere. Io non so se ce la faremo sempre. A volte no. A volte ci scapperà la frase sbagliata, il giudizio affrettato, la stanchezza che ci rende ingiusti. Ma se davvero ci guardi, spero tu veda anche questo: che quando ce ne accorgiamo, ci viene da vergognarci. E quella vergogna, che oggi molti non conoscono più, è già una forma di fedeltà a te.

Ti saluto come si saluta qualcuno che non è lontano, ma in un’altra stanza. Con quella fiducia un po’ infantile che un giorno, in qualche modo, ci si rivede. E con una gratitudine che non smette di pungere: perché ci hai voluto bene senza farlo pesare, e ci hai insegnato a stare al mondo senza farci paura.

Leo Pugliese
L'autore
Leo Pugliese

Leo Pugliese, nasce a Napoli ma vive e risiede a Procida. Giornalista da oltre 20 anni, è laureato in Scienze Politiche ed è stato giovane Ricercatore Universitario. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche, diverse TV e programmi televisivi. E' padre di Michela, la gioia della sua vita.

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