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4ward
25 maggio 2026 · 3 min

Ischia, l’isola che galleggia a vista | #4wd

Oggigiorno Ischia continua a vivere di turismo mentre, contemporaneamente, sembra fare di tutto per scoraggiarlo. Eppure parliamo di un territorio che il mondo ci invidia: mare, terme, paesaggi, tradizioni, enogastronomia, clima. Una cartolina permanente. Ma una cartolina, da sola, non basta più. Perché il turismo moderno pretende organizzazione, servizi, mobilità, sicurezza, decoro, visione. Tutte parole che sull’isola sembrano ormai appartenere più alla letteratura fantasy che alla pubblica amministrazione. Ne parlavo ieri mattina con un imprenditore serio e solido come Giovanni Lombardi, mio assiduo lettore ed estimatore (bontà sua), che mi ha chiamato per condividere il senso del mio editoriale sulla recente riunione in Regione tra il sindaco d’Ischia e l’assessore ai trasporti.

La verità è che Ischia non solo non possiede un adeguato sistema di trasporti marittimo, ma le manca soprattutto un vero e proprio sistema turistico locale, in sei municipalità che spesso ragionano come sei piccoli feudi medievali separati da confini invisibili ma invalicabili. Sei comuni che dovrebbero cooperare e che invece troppo spesso si limitano a convivere, ciascuno impegnato a difendere il proprio orticello elettorale.

Nel frattempo il mondo cambia e l’isola arranca. Il disagio dell’insularità continua a essere affrontato con la stessa filosofia con cui si affronta il maltempo: sperando che passi. I trasporti marittimi sono diventati una roulette emotiva fatta di corse soppresse, ritardi cronici, costi elevati e collegamenti insufficienti. Arrivare a Ischia, a volte, somiglia più a un pellegrinaggio penitenziale che a una vacanza.

E poi, la sanità, altro grande nervo scoperto di un territorio che continua a raccontarsi come eccellenza internazionale dell’accoglienza ma che fatica perfino a garantire serenità ai propri residenti. Reparti in sofferenza, personale insufficiente, cittadini costretti troppo spesso a trasferimenti sulla terraferma.
Nel frattempo, l’economia reale manda segnali inquietanti. E non si tratta più di semplici oscillazioni stagionali o di fisiologiche difficoltà legate ai tempi moderni: qui si avverte una lenta ma costante perdita di fiducia nel futuro dell’isola. Molti giovani vanno via, chi investe lo fa con crescente prudenza e persino il commercio storico sembra aver smarrito entusiasmo e prospettiva. Basta passeggiare nei centri principali per accorgersi della quantità crescente di locali sfitti, serrande abbassate, attività storiche che chiudono nel silenzio generale. E la cosa più preoccupante è forse proprio questa: l’assuefazione al declino.

Perfino il mercato immobiliare, da sempre simbolo del valore dell’isola, comincia lentamente a perdere smalto. Case invendute, proprietà svalutate, investimenti congelati. Perché il valore di un territorio non si misura soltanto con la bellezza naturale, ma con la qualità della vita che riesce a garantire. E invece il territorio appare sempre più abbandonato a sé stesso. Strade dissestate, manutenzione intermittente, aree degradate, traffico anarchico, rifiuti fuori orario e parcheggi creativi quanto selvaggi, degni di installazioni artistiche contemporanee.

In un contesto simile, la domanda vera è se esista ancora una classe dirigente disposta ad affrontare seriamente questi problemi. Perché troppo spesso la politica locale sembra concentrata esclusivamente sulla “manutenzione del consenso”: gestire equilibri, distribuire rassicurazioni, evitare conflitti e rinviare decisioni. Servirebbe una visione comune. Servirebbe il coraggio di ragionare come un unico territorio e non come sei condomìni litigiosi affacciati sul mare.

Servirebbero programmazione, infrastrutture, una gestione seria del territorio, politiche realmente coordinate sul turismo e una classe dirigente capace di porsi domande scomode invece di limitarsi alle passerelle di circostanza.
Perché Ischia continua a essere meravigliosa, certo. Ma la bellezza, da sola, non governa. E nemmeno salva.

Davide Conte
L'autore
Davide Conte

DAVIDE CONTE Classe '66, marito di Catrin, papà di Alessandro e Simone, padroncino di Oliver, Moka, Pepe e Trump. Laureato in scienze della comunicazione, imprenditore pubblicitario e immobiliare, giornalista dal 1997, comunicatore da sempre con la politica nel sangue e l'assertività ad ogni costo. Non fa nulla con la sinistra, neppure guidare. Si definisce "nato pubblico e mai sottrattosi a tale natura. Perché non è facile eludere le predestinazioni".

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