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domenica, Marzo 3, 2024

Bradisismo, terremoto e le vittime della frana: la lettera di Villano alle chiese di Ischia e Procida

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Lettera alle Chiese di Pozzuoli e Ischia all’inizio di un nuovo anno liturgico. Fratelli e sorelle carissimi, l’inizio di un nuovo anno liturgico, con il tempo di Avvento, è sempre un’occasione preziosa per aprire il cuore alla speranza, che nasce dalla consapevolezza che il Signore viene, si fa presente nella nostra storia e nella vita delle nostre comunità. Con tutti i fratelli e sorelle di fede, sentendoci solidali con tutti i  compagni di cammino in umanità, vogliamo ancora invocare: «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20), Vieni, Signore, non tardare! Maranathà!

L’ Avvento è la stagione per eccellenza in cui possiamo contemplare il prodigio del Signore che fa qualcosa di nuovo: sa aprire strade nuove, fa germogliare zone deserte, continua a generare vita e speranza, lì dove c’era ormai desolazione (cfr. Is 43,19).  Per me si tratta del primo anno liturgico che inizio come padre e pastore delle due comunità diocesane di Pozzuoli e Ischia, dopo l’inizio del mio ministero come vescovo pochi mesi fa.  Nello spirito di apertura all’accoglienza di ciò che il Signore vuole dire alle nostre Chiese, vorrei riprendere con voi alcuni passaggi delle omelie nelle due celebrazioni di inizio del ministero, per sviluppare, nella luce gioiosa di questo tempo liturgico, al[1]cune riflessioni che possano orientare il cammino che ci attende nei prossimi mesi.

1. Ripartire dalla Parola

Riprendo dunque quei passaggi che nascevano in me come risonanza alla Parola proclamata nella celebrazione eucaristica, nella ferma convinzione che non c’è pro[1]gramma o progettazione pastorale che non parta dalla Parola di Dio, che giunge viva alle orecchie del nostro cuore. Non c’è guida più sicura, non c’è indicazione più saggia né strategia più efficace che lasciare spazio all’ascolto di Dio che parla. In questo tratto di cammino sinodale finora compiuto e culminato nell’Assemblea dello scorso mese di ottobre in Vaticano, è emersa l’importanza della dimensione dell’ascolto nella vita della Chiesa: «L’ascolto è un valore profonda[1]mente umano, un dinamismo di reciprocità, in cui offre un contributo al cammino dell’altro e ne riceve uno per il proprio». La chiesa sinodale è una chiesa che ascolta, ha ripetuto più volte papa Francesco. È chiesa che ascolta la Parola di Dio innanzi tutto. È chiesa che ascolta Dio che parla anche attraverso la testimonianza di vita dei nostri fratelli e sorelle. Anche nel cammino sinodale vissuto nelle nostre due diocesi è emersa forte la necessità di valorizzare l’ascolto e l’ascolto della Parola di Dio in particolare: “Aiutateci ad ascoltare e conoscere la Parola di Dio”, questo l’invito forte che è pervenuto dai laici delle nostre chiese.

Del resto, «l’ascolto è un prerequisito per camminare insieme alla ricerca della volontà di Dio». Di fronte alle tante sfide del tempo pre[1]sente, alle domande che talvolta sembrano metterci in difficoltà, sentiamo di dover ri[1]partire dalla Parola di Dio. Ogni nostra iniziativa pastorale e ogni percorso formativo deve mettere al centro l’ascolto della Parola di Dio. Per questo occorrerà promuovere tutte le iniziative di formazione alla conoscenza della Sacra Scrittura e alla crescita in una spiritualità radicata nella lectio divina. Sarebbe bello vedere comunità parrocchiali, associazioni, movimenti, le varie articola[1]zioni territoriali delle diocesi impegnarsi insieme nell’ascolto e nella meditazione condivisa della Parola, lasciandosi guidare da essa per rilanciare ogni azione pastorale.

La Parola del Signore è Parola viva, che si fa carne (cfr. Gv 1,14), come avremo modo di celebrare in modo ancora più intenso nel prossimo Natale. Proprio per questo, lo studio e l’approfondimento della Sacra Scrittura, in modo personale e comunitario, devono essere sempre accompagnati dalla parola viva dei gesti concreti di carità, di condivisione, di cura premurosa del prossimo. La parola deve farsi carne e il gesto deve essere parola eloquente che sappia raccontare l’amore misericordioso e premuroso di Dio per ciascuno di noi.

2. La forza generativa del Vangelo

In questo momento, quindi, sento di riprendere quanto affermavo la sera del 19 settembre a Pozzuoli: «Non sono in grado di fornirvi un programma migliore di questo: ripartiamo insieme dalla forza generativa del Vangelo! Abbiamo bisogno di annunciare ancora il Vangelo tra i quartieri delle nostre città e nelle contrade della nostra diocesi. Un annuncio vissuto nella concretezza della quotidianità, perché sia la nostra vita a proclamare il kerygma: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti” (Evangelii gaudium 164)»

Il Vangelo non è un semplice racconto, non è un condensato di dottrine, ma è Parola viva, annuncio gioioso che genera vita in colui che viene intercettato. Non dobbiamo sottovalutare la forza generativa e performativa del Vangelo! La buona notizia può generare percorsi di condivisione, iniziative comuni, nuove sensibilità nella vita delle nostre comunità. Spesso siamo sconfortati quando notiamo la diminuzione di coloro che prendono parte alle nostre liturgie e più in generale alla vita della Chiesa.

Non accontentiamoci dunque di ripetere in modo stanco riti, prassi e formule, né dobbiamo per forza inventare in modo artificiale dei nuovi algoritmi per attrarre persone. Semplicemente, rimettiamo al centro un annuncio vivo e gioioso del Vangelo di Cristo, che si fa esperienza di vicinanza concreta. Mettere al centro questo annuncio sicuramente può rendere realmente attrattive le nostre comunità cristiane. Per questo motivo, ho voluto ispirare il mio servizio episcopale alla affermazione di Paolo: «Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù attraverso il Vangelo» (1Cor 4,15): Per Evangelium vos genui. Essere cristiani vuol dire essere autenticamente generativi, con la consapevolezza che la forza in grado di generare vita, nuova vita, non risiede in noi, non è frutto di alchimie comunicative, ma è nello stesso Vangelo di Cristo.

Quale tempo più opportuno per riscoprire la forza generativa del Vangelo! Ancora una volta, tra qualche giorno, come i pastori, nel cuore della notte saremo raggiunti da un annuncio gioioso che si farà luce, per cia[1]scuno (cfr. Lc 2,8-14). Il popolo immerso nella notte della paura e dello smarrimento potrà ritrovare la sua speranza di luce nell’annuncio della nascita di un bambino: l’evento generativo per eccellenza, perché «… un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5). È questa la «grande gioia» (Lc 2,10) del Natale, che come “angeli” per il nostro tempo siamo chiamati a con[1]dividere e proclamare.  Generare è far nascere, permettere alla vita di dispiegarsi in tutta la sua forza rin[1]novatrice. Coraggio, fratelli e sorelle, la nostra testimonianza, attingendo alla grazia del mistero di Dio che si fa uomo, nato per noi, può far nascere nuove speranze di vita, nuovi percorsi di condivisione e di carità fraterna. Non lasciamoci rubare la speranza (cf. Evangelii gaudium 86), questa speranza, che viene dal mistero generativo del Natale!

3. Essere generativi in un tempo di paure e incertezze È questa l’alternativa cristiana che dobbiamo proporre, ancor più in un tempo in cui l’esplosione della violenza fratricida sembra condizionare la vita dell’umanità sull’orizzonte mondiale e nel singolo conte[1]sto locale. «È il Vangelo vissuto che genera e rigenera vita, lì dove il prevalere degli in[1]teressi egoistici, talvolta criminali, semi[1]nano morte, divisione e degrado. Con papa Francesco, ancora ricordiamo che “Il bene tende sempre a comunicarsi. Ogni esperienza  autentica di verità e di bellezza cerca per se stessa la sua espansione» (Evangelii gaudium 9)”»

Sì, non stanchiamoci di far circolare il bene, di renderlo contagioso! Molte volte anche la narrazione che riguarda i nostri territori rischia di enfatizzare solo gli aspetti problematici, come il disagio sociale, l’illegalità diffusa, le azioni violente e corrotte del crimine organizzato. Tutto questo appartiene alla nostra realtà e come cristiani abbiamo il dovere di denunciarlo senza esitazione, sollecitando risposte adeguate da parte di tutte le componenti della società degli uomini. Al tempo stesso, dobbiamo ricordare che c’è già tanto bene nelle nostre comunità, ma molto altro può essere generato da n risveglio evangelico della nostra pastorale. Per essere autenticamente generativi non basta solo desiderare e far nascere, ma anche saper custodire e prendersi cura di quello che generiamo.

Rimanendo ancora nei singoli contesti delle nostre diocesi, sono molti i fattori che generano insicurezza e paura nel futuro. Penso in questo momento alla situazione della zona flegrea messa alla prova dal perdurare dello sciame sismico, con tutte le conseguenze a livello psicologico, relazionale, economico. È difficile in questo momento guardare al futuro senza mettere in conto le tante, troppe incognite che si affacciano in tanti di noi. Penso anche alla delicata situazione di molte zone dell’isola di Ischia più volte coinvolte in disastri che hanno messo in luce la situazione critica dell’assetto idrogeologico e delle infrastrutture. Anche in questo caso, il dolore per le persone scomparse si mescola al timore per le prospettive di molti, quanto alle abita[1]zioni, alle attività commerciali e turistiche etc., come ho potuto sperimentare nell’incontro con le famiglie delle vittime della frana di Casamicciola nei primi giorni del mio ministero.

Ancora una volta, mentre sperimentiamo in modo così intenso un senso di precarietà e insicurezza, ci raggiunge la parola forte e rassicurante del Signore: Non temete, non abbiate paura! Nei giorni che precedono il Natale, la liturgia ci farà incrociare il cammino di fede di Giuseppe, uomo giusto, a cui l’angelo Gabriele rivolge quest’invito: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). Mi piace pensare che il Signore ci invita a non temere perché anche nel grembo delle nostre comunità lo Spirito continua a generare segni di speranza, di comunione e di pace, in grado di contrastare ogni segno di sconforto e di smarrimento.

4. Nel segno della prossimità e della gratuità

Cosa possiamo fare, dunque, come Chiesa? Quale contributo possiamo dare? Come ho già avuto modo di scrivere il 4 ottobre scorso alla Chiesa di Pozzuoli, «sentiamo di stare accanto a voi, condividendo le vostre stesse ansie e le vostre stesse pre[1]occupazioni; cogliamo in questi eventi la possibilità di prenderci per mano, di sostenerci, di infondere coraggio reciproco». Come comunità cristiana abbiamo a disposizione la grande risorsa della “cura della prossimità”, poiché «il modo di relazionarci con gli altri che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare alla gran[1]dezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano» (Evangelii gaudium. 92). Le nostre comunità sono chiamate a custodire questa preziosa ricchezza che è la capacità di farsi prossimi, di creare e custodire relazioni, condividendo in modo semplice e concreto la vita della nostra gente. Qui sta la chiave di volta del cristianesimo: «La prossimità è un grande punto di forza per un cristianesimo che si incarni nel vissuto quotidiano della gente: una Chiesa di popolo che sa farsi vicina con umiltà e semplicità alle attese e al dolore di ciascuno». Anche da qui deve partire ogni piano di riforma e di rilancio dell’attività pastorale.

Per farci prossimi dobbiamo sempre colti[1]vare la capacità di uscire dalle nostre postazioni, per andare incontro a ciascuno. An[1]dare incontro e accogliere al tempo stesso: questo è in modo semplice la cifra di una Chiesa in uscita, per cui ancora ripeto: «Le  porte delle nostre chiese sono aperte per dire a tutti che la Chiesa è casa di tutti e per tutti: ciascuno si senta accolto, ascoltato ed accompagnato». Come cristiani sentiamo di potere e volere scommettere sulla capacità di farci prossimi, di uscire e accogliere, promuovendo in ogni nostra azione la potente testimonianza della gratuità. Infatti, «la gente delle nostre città e dei nostri territori ha bisogno di riscoprire la bellezza della gratuità, del dono, in un mondo in cui tutto sembra avere prezzo e può essere valutato per la sua collocazione sul mercato. Le nostre città, in particolare, possono e devono ritrovare il senso e il clima della comunità, nella capacità di essere prossimi gli uni agli altri, nel desiderio di solidarietà e impegno comune.

Questo è il contrario dell’individualismo che genera diffidenza, sospetto e prevaricazione. Questo è il contributo che, come cristiani, sentiamo di offrire a tutti coloro che condividono con noi l’esperienza della cittadinanza, a partire dai responsabili delle istituzioni, ai quali assicuriamo ancora il massimo rispetto e la piena collaborazione, in uno spirito di franchezza e lealtà. Le nostre città oggi sono l’emblema in un mondo in evoluzione, complesso, in cui le contradddizioni si fanno sempre più stridenti. È questo mondo che noi vogliamo raggiungere con la forza sorprendente e liberante del Vangelo».

Per questo vorrei ripetervi ancora: «Lasciamoci conquistare dalla profezia della gratuità!». È questa profezia che può trasformare dal di dentro la trama delle nostre relazioni nella nostra comunità e nelle nostre città. È la gratuità il segno più autentico di una comunità generativa, che possa, cioè, «generare nuovi percorsi di con[1]divisione e di convivenza fraterna nelle nostre città»

5. Camminare insieme guardando in avanti: la progettualità

Un’immagine che più volte ritorna per de[1]scrivere la vita della Chiesa in questa entusiasmante e delicata fase sinodale, fortemente voluta da Papa Francesco, è sicuramente quella del camminare insieme. La Chiesa non è un gruppo che occupa uno spazio lasciando altri fuori, ma è un popolo in cammino e che lungo il suo cammino vuole incontrare e coinvolgere altri.  Per le nostre comunità diocesane questa immagine assume un valore ulteriore, da quando – due anni fa – sono state chiamate a vivere uno speciale vincolo di unione “nella persona del Vescovo”. Come vescovo, quindi, avverto nella mia persona la responsabilità non solo di esprimere simbolica[1]mente l’unione tra le due chiese diocesane, ma anche di promuovere e incoraggiare tutte quelle forme di condivisione e di reciproco arricchimento, spirituale, umano e pastorale. In questo orizzonte, possiamo metterci alla scuola dei giovani, che forse con più coraggio e immediatezza possono guidarci nella strada della comunione di vita che si fa cammino condiviso. Lo abbiamo sperimentato nelle indimenticabili giornate di Lisbona, l’estate scorsa, con le due delegazioni di pastorale giovanile; lo respiriamo nei frequenti incontri congiunti tra i giovani seminaristi delle due diocesi. Penso, con sentimenti di fiducia e speranza, anche agli Esercizi Spirituali ed alle giornate di forma[1]zione che abbiamo vissuto con i sacerdoti delle nostre diocesi. Sono certo che, con apertura di cuore, sapremo non lasciarci frenare dalle comprensibili paure in questo passaggio, per cogliere con entusiasmo le meravigliose possibilità che il Signore ci dona. Si tratta, come ho più volte affermato, di «un’occasione che vogliamo cogliere come una provocazione preziosa da parte del Signore a riscoprire la nostra identità come comunità diocesana, la nostra tradizione, per poterne fare oggetto di dono condiviso […] per rileggerla in modo nuovo e così aprirci a rispondere insieme, con creatività, al bisogno di Vangelo della nostra gente».

Anche questo fa parte dello stile di una comunità generativa, poiché «si può gene[1]rare perché si è stati generati. Per mettere al mondo, dobbiamo riconoscere di essere stati messi al mondo. Di venire da qualcuno». Le nostre comunità sono salda[1]mente radicate in tradizioni che affondano le radici in una storia luminosa e feconda. Il vero amore per la tradizione sta nel volerla rendere sempre più viva, capace di rinnovarsi e svilupparsi in forme nuove e creative. Siamo popolo in cammino, da pellegrini, avendo una meta comune da raggiungere. Da qui la comprensibile esigenza, espressa nelle nostre assemblee sinodali, di una migliore progettualità nella programmazione delle nostre attività pastorali. Progettualità non vuol dire automaticamente efficientismo, né si tratta di dover rinunciare alle specificità dei singoli percorsi attivi nelle di[1]verse realtà pastorali. Si tratta di alimentare il dialogo tra noi, per far emergere le esigenze che sentiamo prioritarie, perché ci sia un convergere di energie e di sforzi. Per curare meglio questa sensibilità, un ruolo importante può e deve essere giocato dai consigli e dai vari organi di partecipa[1]zione ecclesiale. L’esperienza del cammino sinodale ci ha fatto sperimentare la bellezza dell’ascolto reciproco per il discernimento comunitario. Esorto tutte le comunità parrocchiali delle nostre diocesi a curare la formazione o il consolidamento del consiglio pastorale e del consiglio per gli affari economici. Non si tratta di semplicemente aggiungere organi istituzionali, ma di valorizzare quei luoghi in cui tutti i membri della comunità si sentano partecipi e coinvolti nel discernimento su quello che il Signore sta chiedendo in un determinato momento della nostra storia. Accanto a queste forme più organiche di discernimento comunitario, è importante curare sempre più lo stile dell’ascolto reciproco nella vita pastorale quotidiana e ordinaria, soprattutto favo[1]rendo l’incontro tra generazioni e vocazioni diverse; penso soprattutto alla relazione tra laici e presbiteri e tra presbiteri, come parte di un’unica fraternità.

Il camminare insieme all’interno delle sin[1]gole comunità parrocchiali deve aprirsi poi al cammino condiviso con le altre comunità. Per questo, sento di ringraziare il Signore per tutte quelle esperienze di scambio, di comunione e collaborazione tra diverse comunità, movimenti e associazioni. Lo scenario che abbiamo dinanzi ci induce a puntare sempre più su nuovi progetti di condivisione e scambio tra le comunità radicate in territori vicini o con sensibilità simili. Sarebbe riduttivo pensare di fronteggiare l’indubbia fatica dovuta al calo delle vocazioni sacerdotali semplicemente sommando incarichi e responsabilità sulle spalle dei nostri presbiteri. Nella luce del Vangelo dobbiamo trovare la forza per cogliere anche nei segni più controversi di questo tempo una provocazione del Signore per metterci in discussione e riprendere con non meno entusiasmo il cammino.  In questa direzione sono sicuro che troveremo ulteriore ispirazione nel prosieguo del cammino sinodale delle due comunità dio[1]cesane. Grazie all’ascolto reciproco, che si radica nell’ascolto primario della Parola del

Signore, potremo iniziare a sviluppare ulteriori forme di collaborazione e poi condivisione, tra i servizi già attivi nelle due realtà diocesane. Penso ad esempio all’ambito delle comunicazioni sociali, che può rappresentare un importante laboratorio per valo[1]rizzare le forze migliori e favorire, con mezzi sempre più adeguati e proporzionati, la reciproca conoscenza e la corretta informa[1]zione tra le due comunità diocesane.

6. Camminare insieme incontro  al Signore

Carissimi fratelli e sorelle, in questo tempo in cui la liturgia ci esorta a camminare con gioia incontro al Signore che viene, ho voluto compiere con voi una rilettura di quanto già condiviso in questi primi mesi di ministero come Vescovo delle amate chiese di Pozzuoli e Ischia. Se è vero, come è stato affermato, che i cristiani sono uomini e donne dell’Avvento «che lasciano realmente che Dio venga in loro e hanno per lui un interrogativo sempre pronto», è altrettanto vero che siamo chiamati a disporci a questo incontro come un’occasione irrinunciabile di ri-generazione. Ci conforta sapere che non camminiamo verso una meta ignota, ma verso l’incontro con il Signore della Vita, che dona pienezza alla nostra stessa vita, alle nostre comunità, soprattutto quando sono stanche e sfiduciate. Ci consola riconoscere che il nostro non è un cammino isolato, ma un cammino sinodale, un camminare insieme. Certo, all’apparenza il camminare insieme può apparire la strada meno immediata, più faticosa, ma è la strada dell’autentica sequela dei discepoli di Cristo. Vorrei ripetere ad entrambe le comunità quello che ho già condiviso con la comunità diocesana di Ischia nel giorno dell’inizio del mio ministero pastorale:

«Camminare insieme vuol dire saper conoscere il ritmo dell’altro, saper attendere chi fa più fatica e provare ad agganciare il passo di chi sembra andare più avanti.  Camminare insieme è possibile se il nostro sguardo, libero dall’invidia, riesce a vedere nell’altro una fonte di arricchimento, un dono prezioso da custodire. Camminare insieme vuol dire riconoscere la diversità delle nostre sensibilità e provare a comporle, seppur con fatica, in una nuova armonia.

Camminare insieme vuol dire avere la pazienza di tessere nuove trame di relazioni e ricucire gli strappi che possono averci allontanati gli uni dagli altri. Camminare insieme, infine, vuol dire es[1]sere consapevoli di essere discepoli del[1]l’unico Maestro e gregge dell’unico Pastore. […] Solo se cammineremo insieme potremo dare forma, dare corpo ai sogni che nutriamo per la nostra Chiesa. Solo camminando insieme il nostro annuncio potrà es[1]sere credibile ed efficace. Solo camminando insieme sapremo riconoscerci parte di un’unica Chiesa, oltre ogni particolarismo o campanilismo».

Ancora una volta l’annuncio di una notizia gioiosa ci raggiunga nel momento del torpore, nelle nostre notti, come per i pastori a Betlemme (cfr. Lc 2,8). Sia questo “Vangelo” a generare in noi la gioia del camminare insieme per giungere a contemplare il mistero del Dio fatto uomo, che non ha rigettato la nostra realtà, ma ha scelto di abitare la nostra storia. Maria Santissima che ha accolto nel suo grembo la Parola e Giuseppe il giusto, che ha saputo custodire ciò che Dio aveva generato della sua sposa, insieme ai nostri santi patroni, ci sostengano in questo cammino.

Chiesa di Pozzuoli, Chiesa di Ischia, vinciamo ogni paura ed esitazione e con gioia camminiamo insieme!

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