In un articolo pubblicato ieri sul Corriere della Sera intitolato “Capri, Ischia, Procida – Le «perle» di Napoli con gli echi letterari”, si ripercorre un sentiero affascinante tra parole celebri e paesaggi mediterranei. Un viaggio sentimentale attraverso le isole del Golfo di Napoli, raccontate attraverso la memoria scritta e vissuta di poeti, registi, attori, artisti. Capri, con la sua eleganza scenografica, narrata da Raffaele La Capria, e Ischia, “paradiso di discontinuità” caro a Totò, Pasolini, Visconti, Rizzoli. Poi, quasi in appendice, Procida, depositaria – nel racconto – di una bellezza più discreta, più umile, e tutta da scoprire grazie a Elsa Morante (L’isola di Arturo) e Massimo Troisi, con le emozioni finali de Il Postino.
Giusto. Ma al tempo stesso, profondamente incompleto. E forse, riduttivo.
Perché Procida non ha bisogno di essere “nobilitata” dalla letteratura o dal cinema per esistere. Procida è identità pura, stratificata in secoli di vicende, tradizioni, storie personali e collettive. La sua cultura non ha cercato visibilità sui grandi palcoscenici, perché l’ha sempre trovata in sé stessa, nel suo legame organico con il mare e con la comunità che la abita.
Procida è da sempre un’isola che naviga. Non a caso, il suo storico Istituto Nautico ha formato intere generazioni di comandanti e ufficiali, e nel primo Novecento si contavano sull’isola oltre cento sacerdoti, un numero che la dice lunga non solo sulla spiritualità del luogo, ma soprattutto sulla sua particolare verticalità culturale: una popolazione semplice, ma colta, profonda, devota.
Capri e Ischia hanno edificato la loro immagine sull’arte dell’ospitalità e sulla capacità di attrarre “grandi nomi”. Procida, invece, ha spedito i suoi uomini per mare, ha costruito reti di ritorno, relazioni transoceaniche, ha mantenuto vivo un sapere che non si esaurisce in una didascalia letteraria.
E in effetti, a pensarci bene, non è strano che Elsa Morante, per ambientare il suo romanzo più struggente, abbia scelto proprio Procida. Perché è qui che l’animo trova il contrasto netto tra innocenza e disincanto, bellezza e fatica, luce e malinconia. Ma attenzione: il valore dell’isola non si esaurisce nel romanzo. Anzi, inizia molto prima.
Chi parla di Capri evoca subito la Piazzetta, Villa Jovis, le atmosfere felliniane. Chi pensa a Ischia ricorda giardini rigogliosi, terme, alberghi storici, ospiti celebri. Chi guarda a Procida, deve saper leggere un’architettura esistenziale diversa: Palazzo d’Avalos Palazzo Signorile e successivamente Palazzo Reale dei Borbone oggi al centro di percorsi culturali e di memoria, l’isoletta di Vivara, ponte tra natura e archeologia, riserva integrale invidiata nel Mediterraneo.
Sono patrimoni “minori” solo nelle mappe turistiche, perché in termini di stratificazione storica e culturale sono straordinari. Vivara è un concentrato di biodiversità e memorie micenee, e Palazzo d’Avalos racconta la opulenza che ha attraversato secoli.
Ma c’è di più: Procida ha saputo custodire la sua identità nei secoli proprio grazie al suo “restare piccola”. Mentre Ischia si è espansa in nome del turismo, e Capri si è scoperta palcoscenico internazionale, Procida ha fatto della sobrietà un valore. Si è salvata – per ora – da un certo tipo di consumo estetico e commerciale del territorio che altrove ha logorato autenticità e senso di appartenenza.
Ecco il punto chiave. Capri e Ischia, oggi, sono luoghi del desiderio globali, spesso più vetrina che sostanza. Procida è ancora profondamente vissuta nella sua dimensione quotidiana. È l’isola dei procidani, prima ancora che dei visitatori. I suoi pescatori sono ancora pescatori. Le case colorate del Corricella non sono fondali da cartolina, ma porti di lavoro. Procida non è uno scenario, è un motore esistenziale fatto di panni stesi, barche da sistemare, silenzi da ascoltare.
E tutto questo – neanche a dirlo – non lo si coglie con due righe di contorno in un articolo sulle “perle letterarie” del Golfo. Anzi, Procida rischia puntualmente di essere ridotta a cornice muta attorno a due simboli fin troppo noti: il romanzo di Morante e il film di Troisi. Entrambi straordinari, ovviamente. Ma Procida non è Arturo, e non è solo il Postino.
Non dimentichiamo che solo qualche anno fa l’isola è stata Capitale Italiana della Cultura. Un riconoscimento raro, straordinario. Ma anche questo non è bastato a farla entrare – in modo pieno e profondo – nell’immaginario collettivo come isola “di pensiero”. La retorica della piccola sorella poetica continua a far comodo. Così si evita di mettere in discussione l’esistenza di un’altra idea di bellezza, meno patinata, ma radicale.
Procida è altra cosa. È un fazzoletto di terra capace di racchiudere storie che nessun festival o vetrina può raccontare fino in fondo.
Forse è per questo che chi ci arriva davvero – e se ne innamora – poi non scrive romanzi o concorsi di versi. Semplicemente, resta.
