Oggi, per Procida, non è un giorno qualunque. È l’ultimo giorno di lavoro del dott. Antonio Scotto di Uccio, cardiologo e medico di famiglia che per quarant’anni è stato un riferimento costante per generazioni di procidani: un nome che, in un modo o nell’altro, è entrato nelle case di molti, tra visite, consigli, richiami severi e parole capaci di orientare scelte di vita.
Lo incontriamo nel suo giardino, in un momento che ha il sapore delle cose vere: nessuna scaletta, nessun appuntamento fissato. Sta innaffiando il prato quando arriviamo; lo avviciniamo quasi “al volo”, con la delicatezza dovuta a chi sta chiudendo un capitolo importante.
Eppure lui si ferma, ci fa spazio, ci accoglie. Nonostante non avessimo concordato nulla, decide di raccontarsi: la gratitudine, i ricordi, la medicina che cambia, la burocrazia che pesa, l’orgoglio di una comunità piccola dove ci si incontra per strada e dove, da medico, non puoi permetterti di “spegnere il telefono” quando finisce l’orario.
Ne esce una conversazione lunga quanto basta per capire una cosa: questa pensione non è solo una data sul calendario. È un passaggio che riguarda un’intera comunità.
Vorrei partire dalla gratitudine e dalla memoria: cos’è che ti ha reso più orgoglioso di questi quarant’anni?
“Sono orgoglioso quando incontro persone per strada—amici, parenti, ma anche assistiti—che mi ringraziano. Con i miei modi, magari molto diretti e persuasivi, sono riuscito a convincere qualcuno a smettere di fumare, altri a dimagrire, altri ancora a prendersi cura di sé prima che arrivassero i guai. Nel mio campo, soprattutto in cardiologia, la prevenzione è tutto: è vita”.
C’è un episodio che ti torna spesso in mente e che ti ricorda perché hai scelto questo lavoro?
“Sì. Avevo 13 anni quando mio padre, cardiopatico, fu costretto a cambiare vita da un giorno all’altro dopo una diagnosi importante. Lavorava sulle navi, faceva una vita intensa: fumava, beveva, era in sovrappeso. Quell’evento mi segnò e decisi allora di diventare medico, e cardiologo. Ho fatto sacrifici: all’epoca per medicina serviva il liceo e dovetti studiare fuori, a Napoli, lontano da amicizie e gioventù. Ma quella scelta è stata la mia direzione”.
Che cosa ti ha insegnato di più la comunità di Procida?
“Che in una piccola comunità dove ci si conosce e ci si incontra per strada, non puoi ragionare “solo per orari”. Devi essere disponibile anche il sabato, la domenica, nei giorni di festa, perché poi quella persona la rivedi e capisci se le sei stato accanto o no. In un’isola come Procida questo pesa: ti porta a lavorare con senso di responsabilità, e ti permette di camminare a testa alta”.
Il tuo studio è stato spesso pieno: c’è qualcosa che avresti voluto dire più spesso ma il tempo non bastava mai?
“Io ho sempre cercato di dirla, in realtà: la visita può anche durare poco, ma quello che richiede tempo è il contatto dopo—spiegare. Ho lo studio pieno di poster sulla prevenzione e mi capita di “fare il professore”: cerco di far capire a ognuno la propria problematica, perché capire significa anche curarsi meglio”.
Qual è il cambiamento più grande che hai visto nella medicina di base, e nella cardiologia, da quando hai iniziato?
“È cambiata tanto, in meglio e in peggio. In meglio perché oggi, grazie ai gestionali e ai database, puoi ricostruire la storia del paziente: cosa ha preso, cosa non tollera, allergie, terapie. E con la ricetta dematerializzata tutto è più tracciabile.
Però è cambiata anche in modo pesante: la telematizzazione e la burocrazia ti fanno perdere ore. Senza una segretaria valida diventa quasi impossibile stare dietro a tutto”.
Domani da pensionato come te lo immagini? Il cellulare suonerà meno?
“Non credo. Sono specializzato in patologie cardiovascolari, che spesso coinvolgono anche altri apparati: respiratorio, renale. E qui, sul posto, sono un riferimento: continuerò a essere chiamato, anche solo per consulenze. La differenza vera è che non avrò più l’obbligo di aprire lo studio tutte le mattine presto: potrò gestirmi in modo più volontario e sostenibile”.
Che cosa ti mancherà di più e cosa non ti mancherà per niente?
“Mi mancherà l’ambiente: il quotidiano, il contatto con le persone. E mi mancherà la mia segretaria, una collaborazione di tanti anni: ha risolto una quantità enorme di problemi pratici.
Non mi mancherà, invece, la parte burocratica: certificati lunghissimi, pratiche, incombenze che ti tengono “seduto” e ti portano via il tempo della medicina vera. Secondo me è una delle ragioni per cui oggi la medicina di base attrae meno i giovani”.
Qual è la cosa più importante che dovremmo portarci via da te, come comunità e come persone, per prenderci cura della nostra salute?
“Che non bisogna farsi influenzare troppo dal carattere quando si giudica. Bisogna guardare alla sostanza: professionalità, disponibilità, umanità. Con carichi e responsabilità così alti è normale avere giornate storte, essere più nervosi o meno sorridenti. Ma alla fine conta come lavori e come ti prendi cura delle persone”.
Allora, come si dice: ad maiora?
“Ad maiora. E speriamo di goderci la pensione in buona salute, tutti, compreso me.”
