Ci sono separazioni che lasciano cicatrici, nostalgie, rimpianti. E poi ce ne sono altre che, certificano la fine naturale di un rapporto mai davvero diventato reciproco. L’addio di Antonio Conte al Napoli appartiene decisamente alla seconda categoria. Nessun dolore, tragedia greca o piazza in lacrime.
Solo la presa d’atto che un ciclo si è consumato esattamente come tanti altri vissuti dall’allenatore salentino: grandi risultati, tensioni crescenti, malumori mai davvero sopiti e, infine, l’uscita di scena. La conferenza stampa dopo Napoli-Udinese è sembrata il perfetto epilogo di una storia preparata male e condotta peggio. Una rappresentazione poco credibile, tra vittimismo e giustificazioni preventive, che lasciava intuire un copione scritto da tempo.
Ecco il primo grande equivoco. Nessuno discute il valore di Conte, uno degli allenatori più vincenti del calcio italiano degli ultimi quindici anni. Ma proprio per questo, da una figura di tale caratura sarebbe lecito aspettarsi almeno un minimo di autocritica nel momento dell’ennesimo addio anticipato. Invece no. Ancora una volta il racconto si è trasformato in una narrazione dove le responsabilità sembrano sempre appartenere agli altri: alla società, all’ambiente, ai giornalisti, ai tifosi, persino ai cosiddetti “falliti” che osano criticare.
Ed è qui che la conferenza ha probabilmente raggiunto il suo punto più basso. Perché rifugiarsi nella retorica dei “falliti” è stato un boomerang gigantesco, alimentando proprio quella percezione di insofferenza che Conte prova da anni a respingere. Un grande allenatore dovrebbe saper convivere con le critiche, soprattutto quando la sua carriera racconta di esperienze spesso interrotte anzitempo nonostante risultati eccellenti. È successo ancora una volta e sempre con lo stesso schema.
Eppure, proprio guardando il campo, qualche domanda andrebbe posta. Perché il Napoli ha chiuso secondo, è vero, ma lo ha fatto tesaurizzando il piazzamento utile soltanto all’ultima giornata e, come se non bastasse, rinunciando da troppo tempo a un primato comunque possibile e fatto svanire da atteggiamenti rinunciatari e scelte tecniche a dir poco discutibili.
E considerando il valore della rosa e gli investimenti fatti (praticamente tutti avallati dallo stesso Conte, eccezion fatta per De Bruyne) era lecito aspettarsi qualcosa in più, soprattutto alla luce di una gestione delle risorse che ha lasciato enormi perplessità per tutta la stagione. Il tema dei tanti infortuni, ad esempio, continua ad essere elegantemente dribblato come se fosse una fastidiosa coincidenza e non invece un problema strutturale. Domenica si sono aggiunti Alisson Santos e Lobotka alla lunghissima lista degli indisponibili.
E allora viene difficile credere che sia soltanto sfortuna, perché quanto tutto è così ricorrente, i carichi di lavoro, la gestione atletica e l’impiego sistematico smettono di essere dettagli e diventano inevitabilmente temi centrali, specie se si considera il paradosso secondo cui le gare migliori del Napoli sono state quelle in cui Conte, impossibilitato a schierarsi secondo i suoi dogmi (quattro a centrocampo e tre in difesa), ha dovuto friggere i pesci con l’acqua a causa delle tante assenze.
E allora sì, forse la sensazione dominante oggi non è il rimpianto ma quasi un certo sollievo. Perché quel clima da assedio permanente, alla lunga, finisce per consumare ambiente, squadra e perfino i risultati. Il Napoli adesso dovrà semplicemente ripartire, magari senza abbassare di nuovo l’asticella della qualità, nella consapevolezza che questo secondo posto non è un fallimento ma nemmeno un miracolo irripetibile, convinti che con una gestione più lucida delle energie fisiche e mentali questa squadra avrebbe potuto raccogliere molto di più.
Per questo, davvero, l’addio di Conte non mi provoca alcun dolore. Al massimo lascia una sensazione diversa: quella di una storia che avrebbe potuto essere raccontata meglio. Molto meglio.
