Torna l’incubo. Torna, come una mareggiata impietosa, la ruspa che non fa distinzioni tra cemento e carne viva. Il Comune riattiva la macchina procedurale per la demolizione (per ora ) di una casa abusive sull’isola.
Di fatti con determinazione dirigenziale n. 223 del 12 febbraio 2026, si chiede in sostanza in prestito dallo Stato 129.706,69 euro, un’anticipazione dalla Cassa Depositi e Prestiti per abbattere una “villa monofamiliare” sì, ma costruita da chi col mare ci ha combattuto per una vita. Pietra su pietra. Sacrificio su sacrificio.
Perché questo non è abusivismo di speculazione. Non è villette a schiera su colline rubate alla macchia mediterranea, né palazzoni senza anima. Qui è un’altra storia: è il disagio degli anni ’70 e ’80, la mancanza di alternative, di piani urbanistici degni di un territorio vincolato da ogni lato. È un’isola dove la casa non era investimento ma rifugio, spesso ottenuto senza sapere che un domani uno Stato-lumaca si sarebbe svegliato col martello pneumatico in mano.
Chi parla di “abusi” da abbattere con disinvoltura, forse non ha mai abitato in 35 metri quadri affacciati sui moli, col salmastro che ti si mangia i muri e la salsedine che ti brucia le mani. Forse non conosce i turni da 70 ore sulle navi mercantili, gli uomini che partivano per mesi per poi tornare a costruire con le loro mani il tetto per una famiglia. Una casa piccola, modesta, che oggi viene scritta nei verbali come “immobile da abbattere perché privo di autorizzazione”.
Sì, privo. Privo come lo Stato che non c’era, assente quando serviva un Piano Regolatore, un sostegno. Sveglio, invece, quando c’è da tagliare, sradicare, distruggere.
Il caso che accende oggi la miccia riguarda una modesta abitazione a pian terreno, ottantacinque metri quadri, due porticati, terrazzo, e un deposito sottostante. Una casa, non un complesso turistico. Ma nei documenti protocollati sembra un mostro da rimuovere. Una sentenza di oltre vent’anni fa ne ha decretato l’abusività. Da allora il tempo si è fermato. Fino a oggi, quando, con una mossa che sa più di vendetta che di giustizia, la ruspa torna in moto.
A rendere tutto questo più grottesco è la cornice istituzionale: il Comune chiede un’anticipazione di spesa per demolire, salvo poi impegnarsi a riscattare il debito dagli stessi cittadini che perderanno la casa. Un paradosso tragico, dove il danneggiato diventa anche finanziatore della sua disfatta. In caso di mancata restituzione, sarà lo Stato stesso a trattenere i soldi dai trasferimenti statali spettanti al Comune. Un’assurdità amministrativa che taglia le gambe alla retorica dell’aiuto pubblico.
E così le ruspe avanzano, mascherate da legalità chirurgica, ma nel frattempo pigliano in pieno il cuore di una comunità. Perché a Procida ogni casa ha un nome, un volto, una storia. Ogni casa è un punto d’attracco per chi stava in alto mare – non un cubo da abbattere freddamente in planimetria.
Sia chiaro: la legge va rispettata, e anche a Procida è passato di mano quel cemento selvaggio che nulla aveva a che fare con il tessuto storico del territorio. Ma quanto costa davvero, umanamente, una legge applicata senza discernimento?
Perché non si distinguono i furbi dai disperati? Perché trent’anni dopo, quelle case non sono state sanate, condonate, o almeno riutilizzate in un’ottica pubblica?
Perché davanti a un “corpo di fabbrica a forma di elle” si continua a usare un linguaggio tecnico, senza mai nominare il corpo vero: quello della famiglia che ci ha vissuto, della madre che vi ha partorito, del padre che l’ha costruito senza architetti ma con le nocche spaccate.
Questa non è solo edilizia. È urbanistica umana. È l’eterna illusione delle periferie del Sud, dove il diritto all’abitare non è mai stato regalato, ma sempre pagato col doppio delle fatiche.
Chi siede oggi dietro le scrivanie, chi firma con penna elettronica atti da 30 pagine senza voltarsi una sola volta verso chi vive quella “sentenza”, dovrebbe visitare quelle case. Parlarci dentro. Sedersi sulla sedia accanto a un anziano retired di mare, sentire cosa vuol dire perdere il tetto che hai costruito per i tuoi figli. Magari, mentre il parquet si solleva per l’umidità, e le foto ingiallite sulle mensole ricordano giorni migliori.
Chi ha mai scritto la parola “abusivo” su quella porta?
Procida non è Casal di Principe. Non è terra di antiurbanismo mafioso. È un’isola di marittimi, dove si è inventata la casa sul niente, per restare. Non per speculare. Per sopravvivere.
E forse è proprio questo che ancora non si capisce, dentro i palazzi del potere: che non basta la ruspa per fare giustizia. A volte, la ruspa demolisce la legge del mare, quella fatta di solidarietà, sudore e sacrifici non registrati. E allora ci chiediamo: chi restituirà la dignità a chi perderà la propria casa?
Non basta un atto. Serve un’anima. Quella che un tempo lo Stato sembrava voler difendere. E che oggi, pare voler solo spianare.









Dispiace dirlo ma in quei tempi, per quanto mi è stato raccontato dai miei avi vostri paesani, con il mare che dava lavoro le case si sarebbero potute acquistare invece che costruirle abusivamente. Così come tanti naviganti di oggi che si accollano mutui da centinaia di migliaia di euro per un piccolo appartamento