È ormai chi mi segue sa che amo raccontare di quelle donne che non sapevano di avere una vita e la dedicavano a figli e famiglie, con la speranza di un futuro migliore di cui sentivo sempre parlare. Tante e tanti della mia generazione, e anche di altre prima e dopo, ricorderanno con affetto “Benedetta ‘a panzes”, come la chiamavano in molti.
Lei portava nei cesti i prodotti naturali coltivati nella sua terra e si sedeva vicino allo Scaglione. E com’era bella! Scura di pelle e di capelli, con un sorriso dolce e la forza di chi sa che solo il lavoro può aiutare a stare meglio nella vita.
Benedetta era nata a Forio il 27 settembre 1935 da una famiglia di origini contadine e fin da piccola si era mostrata forte fisicamente e pronta a dare una mano. Crescendo sposò Alfonso Buono, di Barano, nato il 1° gennaio 1927, e lasciò Panza, dove era cresciuta, per vivere nel Comune di Barano.
Dal matrimonio nacquero cinque figli: prima una bimba che però morì a quattro mesi, poi Lucia Buono, che fu il suo gioiello, Marilena Buono, Francesco Paolo Buono e Rosaria Buono. Tre donne e un maschio, in tempi in cui servivano braccia da lavoro, ma le figlie e il figlio di Benedetta e Alfonso sono cresciuti dando sempre una mano.
Lei, la nostra Benedetta, era stata a Pompei, a Montevergine e da Padre Pio, e per lei era stato come vedere il mondo. Questo fa capire la semplicità e il sapersi accontentare di Benedetta, che ogni mattina, con il turtiello attorcigliato in testa e il cesto sopra, scendeva a Ischia per il Cavone, che da Fiaiano porta appunto a Ischia e che spesso viene chiamato “’u cavon r’ ’a panzes”.
Questa donna di cui sto scrivendo è stata un esempio forte da seguire, ma difficile da imitare, come racconta la figlia Lucia, che ebbe, come le sorelle e il fratello, un riferimento importante soprattutto in lei. Benedetta viveva solo per la famiglia e il lavoro, eppure era una donna serena e cara, come tante di quelle donne, perché erano felici se chi amavano era felice.
Lei e il marito furono genitori affettuosi, anche se severi: ai figli non mancò mai niente, se non qualche vestito di moda e la possibilità di uscire troppo, al punto che Lucia entrò per la prima volta al Bar Calise quando aveva 37 anni.
Benedetta era una forza della natura, una di quelle donne che da sole sanno prendersi cura di sé: mangiando bene, roba genuina, senza eccedere in niente, andando a dormire presto la sera e alzandosi all’alba.
Ricordo che qualche volta mamma mi mandava da Benedetta a comprare qualcosa da lei, che un giorno mi disse: “Figlia mia, dici a mamma che queste hanno la faccia brutta e il cuore buono”. Non capii, ma mamma mi spiegò che erano saporite pur non essendo perfette esternamente.
Benedetta e il marito sono stati per sempre il braccio e la mente, formando una coppia che dava sicurezza ai figli, prima ancora di pretendere. La cosa che mi ha fatto tenerezza è sapere, da sua figlia Lucia, che invecchiando Benedetta aveva scoperto il piacere di uscire un poco, non per vendere, no, ma per andare la domenica al Bar Calise.
La storia di Benedetta, che aveva un nome molto raro per quei tempi, soprattutto per le donne, è la storia bella di una donna che, attraverso il lavoro, ha migliorato la sua vita fino a concedersi, poi, momenti per sé.
Ringrazio Lucia Buono per aver collaborato con me
