Avendo avuto un figlio che si è diplomato e laureato negli Stati Uniti, conosco perfettamente la tradizione dei “balli scolastici” da quelle parti: l’homecoming (che celebra il ritorno a scuola dei liceali), il winter formal (che è un’occasione per festeggiare nel mediotermine dell’anno scolastico, magari “accoppiando” genitori e figli in barba a consorti e fidanzate) e, infine, il più famoso Prom (che anticipa di poco l’uscita dalla scuola degli studenti senior, ovvero i nostri maturandi).
L’idea di Gianmarco Balestrieri di organizzare per la prima volta un “Ballo di Fine Anno” nel Comune di Ischia, raccogliendo il placet degli istituti superiori presenti sul territorio, è stata colta al volo da Enzo Ferrandino, Gianluca Trani e compagni, ai quali non sarà parso vero di poter tentare di rifarsi il trucco con la Generazione Z di casa nostra, notoriamente ignorata in questi nove anni in cui – checché ne dica lo stesso Gianmarco – gli attuali amministratori non hanno fatto altro che impoverire l’offerta del by night nel nostro Comune, regalando a Forio la centralità della movida isolana.
Avrei plaudito all’iniziativa, perché non è mai troppo tardi, anche a meno di un anno dal voto, per dare maggiore considerazione alla nostra trascurata gioventù locale. Ma come si fa a compromettere un format dichiaratamente ispirato alla tradizione americana chiamando quale special guest della serata il celebre “calzinaro” Antonio Green? Altro che improvvisata: da settimane circolano reel e videochiamate registrate alquanto “colorite” che testimoniano l’entusiasmo con cui amministratori e organizzatori hanno accolto la conferma della sua partecipazione.
È qui che la questione smette di riguardare un semplice intrattenimento e diventa un fatto culturale. Un ballo di fine anno non è una festa qualsiasi: è un rito di passaggio che accompagna ragazzi e ragazze verso una nuova fase della vita, spesso coincidente con l’ingresso nel mondo universitario o, comunque, con un primo confronto più maturo con il mondo degli adulti. È un momento che dovrebbe trasmettere un’idea di crescita e di fiducia nelle possibilità offerte dal futuro.
Per questo la scelta dell’ospite assume inevitabilmente un valore simbolico. E il simbolo individuato appare francamente povero. Non perché si debbano proporre eventi elitari o accademici, ma perché esiste una distanza evidente tra il significato della manifestazione e un fenomeno mediatico costruito quasi esclusivamente sulla viralità, sulla caricatura e sulla ripetizione di cliché volgari e stereotipati destinati a consumarsi nel giro di una stagione. L’abbinamento tra un evento che richiama, almeno nelle intenzioni, il “Prom” americano e un personaggio di questo tipo finisce per apparire stonato, quasi una caricatura inconsapevole del modello che si vorrebbe imitare.
Il problema, in fondo, non è Antonio Green, ma la subcultura che ispira certe decisioni: quella che confonde popolarità e qualità, follower e talento, visibilità e valore, sacrificando ogni buona intenzione sull’altare del populismo e della più improbabile delle captatio benevolentiæ elettoralistica. Una visione che considera i giovani destinatari passivi di qualsiasi prodotto di facile consumo, rinunciando a proporre modelli appena più ambiziosi o semplicemente più coerenti con il contesto.
Eppure la Generazione Z è molto più di questo. È fatta di studenti che viaggiano, studiano, si confrontano con il mondo e con realtà culturali ben più ricche e articolate. È una generazione che spesso dimostra curiosità e capacità di discernimento superiori a quelle che certa classe dirigente le attribuisce.
Se davvero si voleva celebrare i maturandi ischitani, sarebbe bastato avere maggiore fiducia nella loro intelligenza. Invece si è scelta ancora una volta la strada più facile: quella dell’approssimazione, del consenso e della totale assenza di visione. In altre parole, Enzo, Gianluca e compagni non si smentiscono mai. Ma pure Tu, Gianmarco, suvvia…
