Dopo le Primarie delle Idee e la presentazione della candidata sindaco, tornano delegittimazione e derisione sui social

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Le Primarie delle Idee dei giovani di “Procida per tutti” e la presentazione della candidata a sindaco della lista “La Procida che vorrei” avrebbero potuto aprire una fase finalmente utile: confronto, proposte, visioni diverse. Invece hanno riacceso un riflesso che sull’isola conosciamo fin troppo bene: la delegittimazione sistematica dell’avversario e la sua ridicolizzazione come metodo.

Non un incidente. Non qualche “eccesso” isolato. Un copione.
Il copione è sempre lo stesso: si sposta l’attenzione dal merito alle persone, dal progetto alle etichette, dai fatti alle allusioni. E si alimenta la macchina del discredito con la materia prima più economica: sarcasmo, epiteti, insinuazioni, mezze frasi. È una politica da retrobottega, che non ha bisogno di argomenti perché vive di pettegolezzo. E che, grazie ai social, oggi trova megafoni continui, a ciclo industriale.

A Procida il danno è amplificato. Perché un commento non resta un commento: diventa voce, sguardo, distanza, rancore. Qui la rete non è un altrove, è un prolungamento della strada. E quando si normalizza la derisione, quando si legittima la gogna, quando si fa passare per “critica” la demolizione personale, si colpisce la comunità prima ancora della politica. Si avvelena la convivenza. Si crea un clima in cui esporsi costa troppo e tacere conviene. E infatti il risultato più evidente è questo: le persone più serie arretrano, i più rumorosi avanzano.

Non chiamiamola “passione”. Non è passione politica, è adrenalina da branco. È la scorciatoia di chi non sa o non vuole discutere: invece di spiegare cosa fare per l’isola, si prova a rendere l’altro impresentabile. Invece di chiedere dati, si distribuiscono sospetti. Invece di confutare un’idea, si costruisce una caricatura. È il trionfo del “mi piace” come surrogato del ragionamento: una moneta povera che compra consenso facile e produce macerie.

E c’è un ulteriore salto di qualità, ancora più tossico: l’abitudine a tirare dentro la politica nazionale, i referendum attualissimi ad esempio, i “noi contro loro” importati come un’etichetta da attaccare a qualsiasi cosa. Ogni post diventa un pretesto per riversare rabbia, ogni articolo un gancio per una guerra di religione. Non è informazione, non è analisi, non è partecipazione: è un’infezione del discorso pubblico. Copre tutto, non illumina nulla.

A questo punto serve chiarezza, non moralismo. Nessuno chiede una campagna elettorale in guanti bianchi: il confronto può essere duro, anche durissimo. Ma deve essere sul merito. Il confine è netto: criticare un’idea è legittimo, demolire una persona per divertimento è indegno. E la libertà di espressione non è una licenza di avvelenare: è una responsabilità verso la qualità della vita civile. Soprattutto in un territorio piccolo, dove le parole non si disperdono: restano, si attaccano, fermentano.

Procida non ha bisogno di tifoserie armate di tastiera. Ha bisogno di sapere, con chiarezza, che cosa si intende fare: gestione dei servizi, ambiente, trasporti, scuola, turismo, lavoro, servizi sanitari, trasparenza amministrativa. Priorità, tempi, costi, scelte. È lì che il cittadino deve poter giudicare. Non nel ring della battuta cattiva, non nella gara a chi umilia di più, non nella catena di commenti che produce solo disprezzo.

E allora l’invito, questa volta, non può essere il solito “abbassiamo i toni” recitato a memoria. Deve diventare una pretesa collettiva: basta delegittimazione personale, basta ridicolo come argomento, basta gogna come intrattenimento. Chi sostiene una parte o l’altra, e soprattutto chi si candida, deve poterlo fare senza sentirsi sotto tiro e senza dover dare spiegazioni a un pubblico ministero anonimo che vive di insinuazioni. Il rispetto non è un ornamento: è l’infrastruttura minima della democrazia in un piccolo posto come Procida.

Se questa è solo la prova generale, la prospettiva è chiara: arrivare al voto con un clima degradato e un confronto pubblicamente indecente. E non sarà “colpa dei social” in astratto. Sarà responsabilità di chi, giorno dopo giorno, ha scelto la scorciatoia del veleno al posto della fatica delle idee. Procida può permettersi molte discussioni. Non può permettersi di trasformarle in fango.

Leo Pugliese
L'autore
Leo Pugliese

Leo Pugliese, nasce a Napoli ma vive e risiede a Procida. Giornalista da oltre 20 anni, è laureato in Scienze Politiche ed è stato giovane Ricercatore Universitario. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche, diverse TV e programmi televisivi. E' padre di Michela, la gioia della sua vita.

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