Nel marasma pre-elettorale che attraversa Procida, l’isola del silenzio e delle promesse mancate, si registra l’ennesima corsa alla ricerca disperata di candidati da inserire nelle liste. Anzi, non di candidati, ché il termine presupporrebbe preparazione e consapevolezza , bensì di nominati, portatori di preferenze, parenti di qualcuno che conosce qualcuno.
Le elezioni amministrative si avvicinano, e le forze in campo, ( ad oggi due ) anziché confrontarsi su programmi, idee, visioni per il futuro della comunità, sono impegnate in una lotteria dai contorni tragicomici. Servono una trentina di persone. Non importa cosa pensano. Basta che portino voti.
Curriculum? No, va bene anche ( e forse soprattutto) il libretto della famiglia. Della preparazione, delle competenze amministrative non importa nulla a nessuno. Conta piuttosto quanta gente puoi portare alle urne. Sei fratello di? Cugino di? Hai zii, nipoti, cognati distribuiti in ogni strada dell’isola? Perfetto, sei dei nostri.
È questa la miserabile fotografia della selezione della classe politica locale: un misto tra talent show e reunion familiare. Altro che selezione meritocratica: qui si gioca alla conta della parentela, alla tombola della raccomandazione.
Metà dei candidati verrà scelta per “tirare la volata”, persone collaudate che portano i voti ( in special modo “quelli nelle case” ) come pacchi postali. Un altro 25% sarà riempitivo: candidati di serie B, magari scelti solo perché si “sanno controllare” e non fanno domande scomode. L’ultimo 25%, quello che davvero finirà a doversi confrontare con i problemi veri, lo si sceglie con la speranza che ci mettano la faccia. In fondo, governare è un fastidio.
Non c’è dialettica pubblica, non c’è dibattito. Le famose “idee per la comunità” sono ridotte a slogan vaghi pubblicati su Facebook ogni tanto, giusto per dire “ci siamo anche noi”. L’unico vero collante delle liste è la conservazione del potere, l’equilibrio tra comitati di interesse e centri familiari.
Chi parla di bene comune rischia di essere considerato un fastidioso utopista, un ingenuo, quando non un pericoloso disturbatore della quiete elettorale.
Dove sono finite le scuole di politica? (E le palle, verrebbe da dire) Una volta c’erano i partiti, le sedi dove si formavano persone, si discuteva, si imparava. Oggi le segreterie sono gruppi WhatsApp, i congressi si fanno al bar, le riunioni si fanno tra pochi noti e i programmi si copiano l’un l’altro da Google.
Tante le cose che servirebbero, pochissimi i nomi che fanno sperare. Il vuoto non è casuale: è un prodotto del disinteresse coltivato, della cittadinanza trasformata in pubblico passivo.
Il vero dramma è che se domani comparisse davvero qualcuno competente, onesto e motivato, verrebbe visto con sospetto. “Chi te lo fa fare?”, gli chiederebbero. Già, ottima domanda. Perché qui, più che cambiare le cose, si punta a lasciare tutto com’è. Che non funzioni, certo. Ma almeno è sotto controllo.







