L’audizione dell’avvocato Bruno Molinaro in VIII Commissione alla Camera dei Deputati relativamente alla proposta di legge A.C. 535 (“Delega al Governo per il riordino delle disposizioni legislative in materia di costruzioni”), ma ancor di più la ferma volontà dell’esecutivo Meloni di recepire un ulteriore ma significativo emendamento del medesimo professionista ischitano in seno a quanto previsto dalla prossima legge finanziaria in materia di condono 326/2003, lascia ben sperare il cittadino comune nell’intravedere finalmente un’importante schiarita in materia.
Nel contempo, sebbene le circostanze -sia normative sia amministrative- siano totalmente diverse, sulla nostra Isola stiamo continuando ad assistere ad azioni della Procura che se certa stampa di sinistra (non me ne voglia l’amico Pasquale Raicaldo) vuole derubricare all’insegna del “a Ischia si è costruito abusivamente per decenni. Ora, all’approccio permissivo e riparativo a lungo privilegiato (quale? -ndr), se ne sta sostituendo uno assolutamente più rigido e decisionista”, qualsiasi essere con un minimo di materia grigia ancora funzionante e libero di dire la propria non può che definire inaccettabili quanto a tempi, modi, forma e sostanza.
Il tutto, continuando semplicemente ad intraprendere azioni clamorose che aggirano la vera soluzione del problema, spazzando semplicemente sotto il tappeto la polvere della sola stanza principale, lasciando invece bene in vista l’enorme sporcizia restante nelle camere meno frequentate, spesso sotto gli occhi indifferenti dei vari “padroni di casa”.
Personalmente sono fin troppo disincantato dalla reiterata incapacità della classe politica della seconda repubblica di recepire e affrontare seriamente questo tipo di problemi, che pur deliziandomi nell’ascoltare per l’ennesima volta una vera e propria lectio magistralis del mio amico Bruno ai componenti della commissione parlamentare, mi è sembrato di assistere a un film già visto fin troppe volte, sia in prima visione che in replica. Vorrei tanto sbagliarmi e riconoscere, di qui a breve, che si è trattato finalmente della “volta buona”, ma preferisco una tantum restare insolitamente pessimista, anziché dare spazio al mio solito, innato ottimismo e restarne deluso.
L’auspicio, tuttavia, è che questa volta il contesto politico-istituzionale sia davvero maturato. Le continue emergenze territoriali, gli effetti ormai cronici dell’assenza di una pianificazione chiara e la necessità di un quadro normativo finalmente coerente stanno imponendo al Paese un cambio di passo che non può più essere rimandato o lasciato alla mercé del procuratore di turno.
Ed è proprio in questa cornice che la proposta Molinaro — tanto nella sua formulazione tecnica quanto nella sua visione culturale — potrebbe ricondurre la materia edilizia a criteri di equilibrio, legalità, sostenibilità e soprattutto certezza del diritto, quella che continua a mancare nell’azione quotidiana di molti enti, uffici e autorità preposte ai controlli.
Così, mentre si procede a colpi di sequestri, ruspe annunciate e provvedimenti che sembrano più simbolici che risolutivi, nessuno mette mano al vero nodo: la totale inadeguatezza degli strumenti urbanistici dell’isola, fermi a un’epoca che non esiste più e mai realmente aggiornati alle mutate esigenze sociali, economiche e ambientali. È in questo scollamento che prospera il cortocircuito tra cittadini, istituzioni e giustizia, con esiti sotto gli occhi di tutti.
Per questo ritengo che il dibattito non debba più concentrarsi sul giudizio morale o politico del passato, bensì sulla capacità di costruire un futuro amministrativo all’altezza dei tempi. Servono regole chiare, applicabili, umane e nello stesso tempo rigorose. Serve che lo Stato agisca con coerenza invece che con fiammate episodiche. E serve, soprattutto, che l’isola intera torni a credere nella possibilità di uno sviluppo ordinato e non più emergenziale.
