Le parole che restano: Martina Mengoni premiata a Procida per il carteggio tra Primo Levi e Heinz Riedt

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In occasione degli 80 anni dalla liberazione dal nazifascismo, l’Isola di Procida si fa ancora una volta crocevia di memoria, cultura e impegno civile. Il Premio Procida–Isola di Arturo–Elsa Morante, giunto alla sua XXXVII edizione, nella sezione “La Storia” è stato assegnato a Martina Mengoni, per la sua opera di raccolta, studio e analisi del carteggio tra Primo Levi e il suo primo traduttore tedesco, Heinz Riedt.

Il riconoscimento sarà conferito oggi 25 aprile, nel giorno simbolo della Liberazione, rendendo l’evento ancora più carico di significato. Una data che non è solo memoria, ma richiamo attivo alla coscienza collettiva, e che quest’anno si carica anche di una nota di raccoglimento, nel rispetto del lutto che ha colpito il mondo intero per la scomparsa di Papa Francesco.
“Non sarà un evento sobrio” – sottolinea il delegato alla cultura Michele Assante Del Leccese – “perché Jorge Mario Bergoglio sarebbe stato il primo a voler festeggiare una giornata come questa, in cui la cultura diventa strumento di pace, dialogo e riconciliazione”.

Il carteggio tra Levi e Riedt, composto da 132 lettere scritte tra il 1959 e il 1968, è stato pubblicato nel 2023 da Einaudi con il titolo “Tutti i miei pensieri si affollano in una sola parola: dialogo”, a cura di Martina Mengoni, insieme a Frediano Sessi e Domenico Scarpa.
Non si tratta di una semplice corrispondenza letteraria. Quello tra Levi e Riedt è un dialogo profondo, umano e intellettuale, nato attorno alla traduzione tedesca di Se questo è un uomo. Un confronto che tocca la lingua, la memoria, la responsabilità dello scrivere e del tradurre dopo Auschwitz.

Per Levi, la traduzione non è mai un dettaglio tecnico: è un atto etico, un modo per restituire fedelmente la verità dei fatti, senza retorica, senza scorciatoie. Per Riedt, il compito di tradurre nella lingua dei carnefici è un carico morale che affronta con umiltà e rigore. E così, lettera dopo lettera, nasce un ponte tra due consapevolezze, tra due coscienze storiche, tra due uomini uniti dal coraggio di non evitare il confronto.
Nel pieno del dopoguerra, mentre l’Europa cercava ancora faticosamente di comprendere sé stessa, questo scambio epistolare rappresenta un esempio raro di dialogo interculturale vero. Non facile, ma autentico. Levi è sopravvissuto ad Auschwitz; Riedt è un germanista tedesco nato nel 1919, che si assume la responsabilità di dare voce, nella propria lingua, a una delle testimonianze più sconvolgenti del Novecento.

“Tradurre, per Levi, è un atto morale prima che linguistico”, spiega Mengoni nel saggio introduttivo. “Ogni parola scelta deve restituire non solo il senso, ma anche il peso della memoria, la dignità della testimonianza”.
La pubblicazione del carteggio ha già ricevuto grande attenzione nel mondo accademico e culturale, e nel gennaio scorso è stata oggetto di una riflessione pubblica anche da parte del Gruppo Culturale Amato Libro, durante le celebrazioni del Giorno della Memoria.

Il legame tra Heinz Riedt e Procida è tutt’altro che simbolico: il traduttore visse gli ultimi anni della sua vita proprio sull’isola e vi è sepolto, nel cimitero locale. Morì il 3 gennaio 1997, e oggi, a distanza di quasi trent’anni, la sua figura torna a emergere grazie a questo carteggio che lo ritrae nella sua dimensione più intima: quella di un uomo che si interroga, che ascolta, che traduce non solo parole, ma coscienze.

Il fatto che il Premio venga assegnato proprio a Martina Mengoni, giovane ricercatrice che ha saputo restituire con scrupolo e sensibilità la profondità di questo scambio, rafforza il ruolo di Procida come isola della letteratura e della memoria, luogo in cui la cultura non è celebrazione, ma esercizio civile.
Nel ricevere il Premio “La Storia”, Mengoni non viene celebrata solo come studiosa, ma come custode di un dialogo che continua a parlare. Un dialogo che oggi, in un’Europa segnata da nuovi conflitti e da una crescente fragilità della memoria storica, ha ancora molto da insegnare.

Il dialogo tra culture è possibile, anche dopo le fratture più profonde. La memoria è un dovere attivo, non una commemorazione passiva. La parola è ancora uno strumento di riconciliazione, se pronunciata con verità.
E in un 25 aprile che segna otto decenni dalla fine della barbarie nazifascista, tornare a queste lettere significa anche chiedersi cosa significhi oggi essere liberi, essere europei, essere umani.

Leo Pugliese
L'autore
Leo Pugliese

Leo Pugliese, nasce a Napoli ma vive e risiede a Procida. Giornalista da oltre 20 anni, è laureato in Scienze Politiche ed è stato giovane Ricercatore Universitario. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche, diverse TV e programmi televisivi. E' padre di Michela, la gioia della sua vita.

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