Sembra ieri, e forse lo era, o forse no, perché a volte la memoria gioca con il tempo, lo piega, lo addolcisce, lo fa sembrare vicino anche se sono passati venticinque anni, un quarto di secolo di respiri mescolati al profumo del burro fuso e del caffè caldo, da quando due cugini, Ignazio e Michele, armati solo di coraggio e sogni, decisero di rilevare il Bar Roma, “giù alla marina”, là dove arriva il mare e spesso si ferma la malinconia, nella Procida di un altro tempo, in un mondo che si è perso e che adesso sembra passato.
Sono passati giorni, notti, stagioni, ma restano scolpite quelle albe in cui papà Peppino, mentre la notte restituiva le sue ultime ombre, accendeva il forno per farlo trovare pronto per modellare i cornetti caldi e lingue di bue fragranti, dolci fragili come certe speranze, con la crema pasticcera che sapeva di casa e promesse.
E prima ancora c’era lui, il grande Pasquale Mazziotti, il primo custode di questa favola di farina, burro e fede artigiana, che ha insegnato non solo a fare dolci, ma a trattare ogni ingrediente come fosse vivo. Nell’aria c’era sempre quell’odore che faceva bene al cuore, e in un angolo c’era un bigliettino, ingiallito e fragile, con scritta a mano la percentuale precisa di rhum e acqua per la bagna perfetta dei babà.
Anni che sono piovuti uno dopo l’altro come cicatrici leggere, con tante mani che hanno impastato quei sogni, finché quelle Lingue sono diventate DOP, Procida da assaporare in due morsi. E nel frattempo, anche il luogo ha cambiato pelle come fanno gli alberi quando arriva la primavera: è cambiato il sorriso del bancone delle paste, diventato più luminoso, il banco del bar caldo come un abbraccio, le pareti tinte di nuovi colori che riflettono il passo del tempo ma non ne cancellano la memoria.
La pasticceria si è fatta moderna, ma senza perdere l’anima: le torte hanno preso forme nuove come fanno i sogni quando crescono, le festività hanno trovato i loro dolci come inni all’attesa, e ogni Natale, ogni Pasqua, ogni San Valentino, ogni Festa del Papà, sono diventati motivo per raccontare ancora una volta chi siamo.
I riconoscimenti sono arrivati, inevitabili come le onde: premi, targhe, attestati, stretti tra mani increduli; piccoli trofei che non brillano quanto gli occhi di chi entra e trova lì, dietro al banco il poliedrico Giovanni, poi si volta a sinistra e vede Ignazio intento tra le creme. Ed è esattamente quel gusto che cercava vent’anni fa.
Ma il Bar Roma non è solo un posto, è un passaggio del cuore, un rifugio dell’anima, per decenni “il salotto degli intellettuali”, luogo di confidenze e battute, frequentato da chi ha visto passare la vita tra un caffè e una sfogliatella: Michele ’u vatton, Gigino Nappa, Franco Marino, il suocero, e l’unico, eterno dott. Giacomo Retaggio, i cui racconti odorano ancora di caffè nero e nostalgia. Venticinque anni sono passati come un soffio caldo dei forni e dentro c’è tutta Procida: le sue storie, i suoi sapori, i suoi addii e i suoi ritorni.
Il Bar Roma è rimasto lì, come una madre che aspetta, come una poesia scritta col cioccolato e servita su un tovagliolino bianco. Venticinque anni che non si misurano in tempo ma in emozioni, in profumi che afferrano il passato e lo restituiscono all’anima. E chissà, forse tra altri venticinque anni, qualcuno sentirà ancora quel profumo entrando, e capirà che qui, in questo bar, c’è stata la vita, quella vera.







