Un ricordo che nasce dal dolore e si fa testimonianza, affidato alla memoria di chi c’era e non ha mai smesso di raccontare. La storia di Federica Taglialatela, spezzata a dodici anni nella strage del rapido 904, rivive nelle parole di una professoressa che ne custodisce il sorriso, i gesti quotidiani e l’assenza che ancora pesa. Un racconto intimo che diventa dovere civile: ricordare, per non dimenticare.
FEDERICA
di Sandra Malatesta
E quel 28 ottobre del 1984, quando arrivasti nella bara che aveva sopra il tuo pupazzetto, quello che era sempre sul tuo zaino, io giurai che avrei sempre parlato di te, sia a scuola sia ovunque potessi farlo. Federica Taglialatela era una ragazzina di 12 anni e mezzo, essendo nata l’11 giugno del 1972, e io la conoscevo da quando ne aveva due. Abitavamo nello stesso parco di via delle Ginestre, io ero sposa da poco, non avevo ancora figli e giocavo spesso con tutti i bambini del parco, ed erano tanti. Poi fu mia alunna alle scuole medie nella sezione O, dove la collega di lettere era Susi Pacera.
Il tempo passava e lei sbocciava come un bel fiore, forte, sorridente, bellissimo. Era amata e amava, era intelligente, sapeva scrivere e infatti l’ultimo suo tema è rimasto a scuola, a testimonianza del suo essere sensibile e cara.
Federica era sul rapido 904 che partì da Napoli diretto a Milano, dove lei con suo padre, sua madre e suo fratello erano saliti per trascorrervi le vacanze di Natale. Chissà quanti avranno letto negli anni i miei ricordi di quegli ultimi giorni insieme. Sì, io li tengo stampati in me, non dimentico.
Federica, il 22 dicembre 1984, aveva organizzato con le amiche e gli amici della classe di fare una festa a scuola e avevano comprato rose rosse per le prof e portachiavi per i prof. Io e tutti i colleghi fummo sorpresi, ma una delle alunne disse che Federica ci teneva tanto. Furono due ore in cui ballammo in classe, mettendo i banchi sui lati dell’aula. Ma a un certo punto Federica si sedette con lo sguardo triste, disse che avrebbe preferito restare a Ischia e giocare a tombola a casa di zia Nunzia Sasso, sempre nel nostro parco. Le compagne e i compagni sorrisero dicendole: «Che dici, beata te che vai in vacanza». La festa riprese, ci salutammo e lei mi disse che avrebbe fatto i compiti per le vacanze nel treno, visto che ci volevano molte ore per andare a Milano. Ma no, non fu così. Lei non andò a Milano, lei morì in quel treno. Un attentato che fu calcolato al minuto. La bomba doveva esplodere sotto la galleria a Bologna in modo da creare più vittime e da ritardare l’arrivo dei soccorsi. Quindici morti, tra cui un’intera famiglia con due bimbi piccoli; la madre, il padre e suo fratello furono ricoverati in ospedali di Bologna, ma lei non si trovava né tra i morti, né tra i feriti, né tra i superstiti.
Io e Susi cominciammo a sentirci a telefono per cercare di avere notizie. Era già pomeriggio inoltrato quando io chiamai al centro della Protezione civile e mi diedero il numero di un ospedale di Bologna. Chiamai subito e una voce mi disse che sì, in sala mortuaria c’era ancora un ragazzino da riconoscere. E io crollai e cominciai a piangere senza sosta. Sì, capii che era lei perché aveva tagliato i capelli corti qualche giorno prima di partire e, scherzando a scuola, mi aveva detto: «Prof, non sembrerò un maschietto, sapete? Ho cucito dei brillantini sulle gambe del pantalone». E io chiesi a quel signore al telefono se per caso il ragazzino da riconoscere avesse un jeans con brillantini. E quando lui mi disse di sì, passai la cornetta del telefono a mia madre.
Avevo capito e il telegiornale delle 20.00 aggiunse ai morti il nome di Federica Taglialatela, 12 anni, di Ischia. Quella classe, quegli alunni e alunne, i prof, Susi Pacera, Maria Rosaria Rossi, Di Spigna Domenico, Massimo Francescon, Antonio Mirenna, da quel giorno ebbero la stessa sensazione di impotenza e dolore che ci ha resi uniti nel ricordo di una dolce ragazza che mi faceva spesso l’occhiolino, che amava un giovane Eros Ramazzotti, che lasciò un vuoto non del tutto vuoto, perché quel suo banco era lei, perché la sua foto ci diceva che sì, Federica non era fisicamente lì, ma era lì se per un attimo ci fermavamo a pensare.
Cara piccola mia che mi chiamavi prof a scuola, perché da sempre mi chiamavi Sandra e mi dicevi che così doveva essere per una questione di educazione, tu sei con me. Io non ti dimentico. Io, mentre scrivo, piango un dolore sempre forte e il tempo che passa non mi consola. E una strage come quella che ti ha portata via è una strage che non deve passare, non deve essere dimenticata, non si può, gente senza scrupoli con i loro affetti al sicuro.
Federica, sapessi quanto i tuoi amici ti amano sempre, sapessi. Hanno creato un gruppo IIO per Federica e continuano a volersi sentire, a stare insieme, a parlare e ricordare te, a organizzare momenti insieme, e citiamo anche noi prof, compresi i prof Gianni Vuoso e Mimmo Castagna.
Quando una ragazzina muore in quel modo, quando un anno e mezzo dopo muore anche suo padre per le ferite riportate nell’attentato, è difficile non pensarci e passarci sopra, anche se la morte è brutta e tanti muoiono. Federica Taglialatela è morta mentre giocava a carte nel vagone con i genitori e il fratello, e dopo aver scambiato il suo posto con quello di sua madre, perché: «Mamma, passa tu qui, voglio stare vicino a papi». Quel papi che senza di te si è fermato, che aveva avuto una ferita enorme in testa e che dopo un anno e poco più ti ha raggiunta.
Ci sono cose che sembrano dare sensazioni premonitrici e tu, Federica, ne avevi avuti di segni, ma sono segni che si pensano dopo e io ci penso spesso.







