Vescovo Lagnese: “O siamo una Chiesa sinodale o non siamo la Chiesa del Signore”

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Intervista di don Carlo Candido* | Dopo il IX Convegno Ecclesiale della Diocesi di Ischia, pubblichiamo l’intervista al Vescovo Lagnese, realizzata da Don Carlo Candido che detta un le “linee guide” che seguirà la chiesa cattolica locale.

Eccellenza, da pochi giorni ha concluso la visita pastorale: cosa sono stati per lei questi due anni?
Sono stati due anni bellissimi! San Giovanni Paolo II nella Pastores Gregis ribadisce questa antica pratica di esercizio di prossimità del Vescovo con il suo popolo ed effettivamente si tratta di un’esperienza di grande fecondità. Oggi, riflettendo su questa esperienza, pensavo: è vero che è il vescovo che fa la visita pastorale, ma è altrettanto vero che è la visita pastorale a “fare” il vescovo, e io mi sento più vescovo dopo aver fatto la visita pastorale.

Di questa sua sposa che è la Chiesa di Ischia, quali sono le cose che più sono venute in luce e quali sono le lentezze, le fatiche, le “rughe” di questa sposa?
Ho avuto modo di incontrare tantissima gente, disponibile a mettersi in movimento, a darsi da fare, ad accogliere anche un cammino di conversione. Certo c’è bisogno che poi questo si traduca in storia, e ciò richiede anche, da parte di noi sacerdoti, che scommettiamo di più sui laici e insieme a loro sappiamo veramente ripensare il servizio che la nostra Chiesa può rendere a quest’isola bellissima, che si attende da noi anche risposte concrete.

Se qualcuno, venendo da fuori, dovesse chiedere qual è, fra i tanti aspetti di questa Chiesa locale, il volto più bello?
Mi sembra che nell’accoglienza c’è la vocazione della chiesa di Ischia; in fondo siamo una Chiesa accogliente, una Chiesa che, proprio per la sua conformazione geografica, è votata all’accoglienza. In questo ci riusciamo abbastanza bene! Dobbiamo certamente farla crescere sempre di più: la qualità dell’accoglienza deve migliorare e deve migliorare la consapevolezza che noi abbiamo un tesoro grande da offrire.

Siamo ormai alle porte del convegno: quali sono le prospettive e i desideri del Vescovo, alla luce del primo convegno di cinque anni fa, che fu un’esperienza molto forte, sotto l’aspetto ecclesiale, oltre che sotto l’aspetto numerico, e dopo la Visita Pastorale?
Il mio desiderio è quello che prendiamo consapevolezza che i tempi sono cambiati e che richiedono una pastorale diversa da parte di tutti quanti noi; che ci rendiamo conto, almeno, che c’è bisogno di un rinnovamento da parte sia dei presbiteri che delle comunità parrocchiali e che, a partire da questa consapevolezza, ci mettiamo insieme, facciamo rete. Non sono più concepibili le parrocchie come oasi a sé stanti, ma sono necessarie esperienze di rete. Questo mi sembra l’obiettivo che abbiamo. Certo, l’Evangelii Gaudium ci lancia sfide grosse, quindi mi rendo conto che non è semplice, si richiede davvero un’opera di conversione: il Papa parla proprio di una conversione pastorale e questo richiede forse anche tempi lunghi.

Il Papa, un po’ in tutto il suo pontificato, ma soprattutto in questi ultimi anni, nelle assemblee con i vari vescovi, è ritornato spesso su una parola: la funzione sinodale, la sinodalità. La fatica di camminare insieme la sperimentiamo forse quotidianamente. Quali sono i suggerimenti, quale la conversione che la nostra Chiesa deve fare per poter vivere questa realtà che in fondo ci fa Chiesa?
Quello che dice il Papa, lo sento abbastanza forte per la nostra Chiesa, cioè che la sinodalità è l’altro nome della Chiesa. O siamo una Chiesa sinodale, oppure non siamo la vera Chiesa del Signore. Penso che i tempi moderni richiedano proprio questa capacità di metterci insieme: non è pensabile che si possa portare avanti una parrocchia senza sapere la parrocchia accanto cosa fa e come collaborare insieme, e questo a tutti i livelli: in fondo, se vogliamo, questo è un po’ anche il peccato della nostra isola d’Ischia, quello di non aver spesso saputo fare rete con le altre realtà. Se lo facessimo, sia in ambito ecclesiale, che in ambito sociale, forse potremmo dare molto di più, e la nostra isola potrebbe essere ancora più bella, rispetto a quello che già è. San Giovanni Paolo II nella lettera Novo millennio ineunte, all’indomani del grande Giubileo del 2000, quando parla della spiritualità di comunione dice che anche negli ambiti dove si formano i ministri dell’altare si fa una gran fatica a camminare insieme. Forse non c’è più questo “scandalo del noi”, questa sinodalità.
Per tanti secoli abbiamo pensato che la parrocchia fosse il parroco, che il prete potesse fare da solo tutto – faceva tutto lui, fondamentalmente – e che al massimo i laici potessero offrire una collaborazione. Oggi invece parliamo di una corresponsabilità che ci vede tutti coinvolti. È chiaro che questa è una conversione, come quella missionaria, una conversione che comincia già nei seminari e perciò anche i seminari devono adoperarsi di più perché coloro che poi domani saranno i pastori delle comunità sappiano essere animatori di corresponsabilità. È interessante notare come anche le nuove indicazioni relative ai seminari ci ricordino che uno degli elementi per il discernimento vocazionale di un giovane sia la capacità di stabilire relazioni.

Eccellenza, volendo usare l’esperienza che il popolo d’Israele ha fatto: una notte per uscire dalla schiavitù d’Egitto, quarant’anni per togliere la schiavitù dal cuore di un popolo: non è anche questa forse la fatica?
Certamente sì, però il Signore ci sta parlando anche attraverso questi tempi. Io penso che in qualche modo il Signore ci sta purificando, sta purificando anche la Chiesa, proprio attraverso questo tempo di deserto che forse noi siamo chiamati a constatare: tanti non vedono più in noi la Chiesa del Risorto. Questa consapevolezza può essere, però, se accolta, una grazia per noi, perché può farci diventare capaci di conversione, quindi capaci di metterci davvero in ascolto di quello che è la volontà di Dio su di noi.

Ritornando al prossimo convegno: una priorità che lei sente, che dovrebbe essere sottolineata in questo Convegno?
Io spero che questo Convegno possa far venir fuori, innanzi tutto nei sacerdoti, ma anche in tutti gli operatori pastorali della nostra diocesi, la consapevolezza che le parrocchie hanno bisogno di mettersi insieme, e tutti alla scuola del Risorto, offrendo a Lui la volontà di lasciarci trasformare dalla Sua Grazia. Spero che dal Convegno sorga il desiderio di continuare questo lavoro che stiamo facendo, quindi che il Convegno non sia un fatto celebrativo, ma che possa generare, nelle parrocchie e tutti insieme come Chiesa locale, un desiderio di mettersi in stato di conversione, perché il lavoro iniziato possa proseguire.

*Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali

2 Commenti

  1. Scusa direttore su puoi pubblicare il.mio.post bell articolo dell asfalto saltato di via Michele Mazzella ho sbagliato articolo. Grazie

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