VALANGA LAGNESE, il Vescovo di Ischia apre il IX Convegno ecclesiale e ne ha per tutti

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Il Vescovo di Ischia, Pietro Lagnese, ha aperto il IX Convegno della Diocesi di Ischia. Un lungo intervento che traccia la fotografia della chiesa cattolica sulla nostra Isola. Il lungo discorso del Vescovo di Ischia è la risposta, diciamo ufficiale, ai mesi di polemiche e discorsi che si sono sviluppate attorno alla chiesa di Ischia. Dalla vicenda del diritto di patronato di Forio e Casamicciola, allo scandalo di Fiaiano, ai capricci di Barano e per arrivare alle manifestazioni di dissenso di Forio nei confronti di alcune parrocchie e alcuni parroci in particolare. Lagnese non ha mancato di replicare a nessuno.

IX CONVEGNO ECCLESIALE
“Quali parrocchie per l’Evangelii Gaudium? per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione”

Eccoci, carissimi fratelli e sorelle, al IX Convegno della Chiesa di Ischia.

Il mio benvenuto ad ognuno di voi, ai nostri presbiteri innanzitutto, (a tutte le autorità che sono con noi in questa prima giornata del convegno…) e grazie a tutti voi per aver voluto prendere parte a questo nostro momento di Chiesa.

Siamo proprio tanti e questa partecipazione così massiccia è davvero un bel segno di speranza per la nostra Chiesa di Ischia!

Il mio saluto grato a padre Gualtiero, il Cardinale Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Presidente dei Vescovi Italiani, per aver accolto il nostro invito a essere qui questa sera.

Non è stato facile inserire, tra i tanti impegni già assunti, il suo intervento questa sera al nostro convegno ecclesiale, ma con qualche ritocco alla sua agenda c’è riuscito e ora è qui in mezzo a noi.

Grazie padre Gualtiero! Ritorni sulla nostra Isola dopo essere venuto già altre volte e ultimamente, a qualche settimana dal sisma del 2017, per incontrare le comunità ferite di Casamicciola e Lacco Ameno e visitare i luoghi del terremoto.

Il nostro più affettuoso benvenuto e il nostro grazie a te per il servizio che rendi alle Chiese che sono in Italia, affidatoti da Papa Francesco: un servizio che svolgi con grande amabilità e passione, e che sta promuovendo sempre più, tra noi vescovi e tra le diocesi italiane, un clima di comunione sincera e di fraterna collaborazione.

La tua presenza in mezzo a noi ci fa sentire ancora più vicini al Santo Padre Francesco, per il quale preghiamo quotidianamente e al quale desideriamo esprimere la nostra più profonda gratitudine per la sua passione evangelica con cui vive il ministero petrino e, in special modo, in questa occasione, per il dono dell’Evangelii gaudium. È infatti a quel documento che vogliamo tornare in questi giorni e in modo particolare questa sera grazie al tuo intervento. Il tema del nostro convegno è infatti: “Quali Parrocchie per l’Evangelii Gaudium?”: un titolo che evidentemente può, anzi, deve, essere declinato mettendo al fuoco anche altri soggetti: quali preti, quali laici, quali religiosi, e ancora; quali vescovi; in una parola: quale Chiesa per l’Evangelii Gaudium?”.

La mia viva riconoscenza anche agli altri relatori che in questo convegno ci per offriranno il loro contributo di vita e di pensiero: in particolare a Mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara e a Don Marco Pozza, cappellano del Carcere di Padova, che saranno con noi rispettivamente giovedì e venerdì prossimi.

Un grazie doveroso agli amici del Centro Studi Missione Emmaus per averci accompagnato nel cammino di preparazione al Convegno e per il lavoro di animazione che in questi giorni svolgeranno soprattutto nei laboratori che seguiranno alle relazioni assembleari e che avranno come oggetto i quattro principi di EG: il tempo è superiore allo spazio, l’unità prevale sul conflitto, la realtà è più importante dell’idea, il tutto è superiore alla parte. Con il loro aiuto cercheremo di rileggerli dal punto di vista della parrocchia.

Nel Messaggio d’invito a questo IX Convegno vi ho scritto: “l’Evangelii gaudium di Papa Francesco, come più volte ho avuto modo di dirvi, vuole essere per la nostra Chiesa la bussola di riferimento dei suoi orientamenti ecclesiali e delle sue scelte pastorali. Per questo, già nell’ottobre 2014, a poco meno di un anno dalla pubblicazione dell’Esortazione, al fine di mettere a fuoco le sue impegnative provocazioni missionarie, celebrammo l’ultimo convegno ecclesiale: Evangelii gaudium: la Chiesa di Ischia in uscita”. 

Dopo quel forte momento di Chiesa locale abbiamo avuto la possibilità di vivere tante altre esperienze di grazia, di fatto caratterizzatesi come occasioni per dare concretezza a quella conversione pastorale richiestaci da Papa Francesco.

Sollecitati dal V Convegno Ecclesiale della Chiesa italiana a Firenze e da quel forte discorso di Papa Francesco nel quale tra l’altro ci riconsegnava l’Evangelii gaudium, abbiamo vissuto in questi anni, tanti altri importanti momenti di Chiesa:

  • penso al Giubileo Straordinario della Misericordia, con le 14 catechesi sulle opere di misericordia e i pellegrinaggi delle comunità parrocchiali alla Chiesa Cattedrale;
  • penso alla Missione diocesana animata dai frati minori dell’Umbria nel novembre 2016 a conclusione dell’anno giubilare;
  • penso all’impegno di evangelizzazione in favore dei giovani e delle famiglie e, in special modo, alla proposta di un vero e proprio catecumenato crismale e nuziale sia per i cresimandi che per i nubendi;
  • penso all’opzione preferenziale per i poveri con le opere-segno che man mano hanno preso e stanno prendendo vita grazie alla nostra Caritas diocesana: in favore degli immigrati con la Sant’Egidio, dei senza fissa dimora e dei tossicodipendenti con la Papa Giovanni XXIII di don Benzi, delle famiglie con figli disabili con la Fraternità di Emmaus, degli indigenti e dei terremotati isolani con il potenziamento dei centri di ascolto della Caritas diocesana e delle Caritas parrocchiali: e tutto ciò avviando un processo di collaborazione e di rete con associazioni e altre realtà presenti sul territorio;
  • penso al bel lavoro compiuto con spirito veramente sinodale, nelle parrocchie e nei decanati, in special modo in vista della celebrazione dei due Sinodi dei Vescovi sulla Famiglia e di quello sui giovani;
  • una dimensione – quella sinodale – che abbiamo e stiamo cercando di vivere sempre più in ambito diocesano: penso al lavoro di riflessione avviato ad ampio raggio in vista della pubblicazione dei nuovi statuti diocesani, poi emanati, dei consigli di partecipazione sia a livello diocesano che parrocchiale: Statuto del CPD, del CPP, del CPAE e fra poco lo Statuto diocesano per le Confraternite.

Sono stati momenti importanti, occasioni di crescita, anche se non sempre accolti da tutti come vere opportunità e possibilità di rinnovamento per la nostra Chiesa. Le difficoltà riscontrate però, accanto al coinvolgimento e all’entusiasmo di tanti che mai sono mancati, lungi dal farci scoraggiare ci confermano che occorre continuare in un’opera di conversione pastorale che – lo sappiamo – richiede tempi lunghi e tanta pazienza e per la quale si richiedono impegno serio, generosità e coraggio (cfr. EG 33) e, di certo, non bastano né operazioni di facciata né soltanto generiche affermazioni di consenso.

Poi c’è stata la Visita Pastorale, indetta nella Pentecoste del 2017, pochi mesi prima del terremoto del 21 agosto: iniziata ufficialmente visitando le parrocchie di Forio, nei fatti cominciò, all’indomani del terremoto, proprio sui luoghi del sisma, a Casamicciola e a Lacco Ameno, comunità in seguito rivisitate tante altre volte e ultimamente, lo scorso ottobre, di nuovo, per tre settimane.

La Visita Pastorale, che ufficialmente chiudiamo in questa prima giornata del Convegno, è stata – dobbiamo riconoscerlo, a gloria di Dio! – un vero dono dello Spirito per la nostra Chiesa. L’avevo immaginata come un momento di grazia, innanzitutto per me! E così è stato! Pur incontrando, in questi quasi sette anni di episcopato, tante volte le comunità parrocchiali dell’Isola, recandomi nelle parrocchie, in occasione della Visita, ho avvertito una presenza di Dio tutta speciale. È stata un’esperienza di particolare presenza dello Spirito che ha messo nel mio cuore gioia e passione nuove per il Regno e per il mio servizio alla gente di questa isola. Benedico il Signore per questo dono, e sono grato ai presbiteri e a tutti voi per la accoglienza riservatami: un grazie particolare a quanti, in questo pellegrinaggio alle comunità parrocchiali dell’Isola, mi hanno accompagnato con la preghiera e sostenuto con l’offerta delle loro sofferenze.

Anche nel popolo di Dio ho notato tanto godimento spirituale nell’incontrare il vescovo e tanto spirito di fede nel riconoscere in lui la presenza stessa del Signore. L’icona della Visita era il brano della Visitazione e davvero posso dire di aver visto realizzata un po’ quella gioia dello Spirito che Maria ed Elisabetta sperimentano incontrandosi. Quanti incontri belli!

Nella Lettera Pastorale E ti vengo a cercare, consegnata alla Diocesi per invitare tutti a prepararci alla Visita, così scrivevo: «La Visita Pastorale sarà (però) anche l’occasione per verificare il cammino percorso in ordine all’opera di ricezione dell’Evangelii gaudium nella Chiesa di Ischia e, in particolare, nelle sue comunità parrocchiali, nella consapevolezza che (come dice il Papa al n. 25 di EG) si tratta di un documento dal “significato programmatico e dalle conseguenze importanti” e che perciò chiede di essere accolto con impegno e determinazione» (n.46).

A Firenze, esattamente 4 anni fa, al V Convegno della Chiesa italiana (10 nov. 2015), il Papa, come indicazione per questi anni, ci chiedeva: «in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni» (10 novembre 2015).

È quanto vogliamo provare a fare – meglio, continuare a fare – grazie anche a questi giorni di convegno. Un convegno che, come dicevamo, ha come tema la parrocchia: di essa il Papa in EG (28-29) coglie luci ed ombre, fatiche e potenzialità, ricordando che certamente “non è una struttura caduca” (EG 28) a condizione però che essa, come ogni struttura ecclesiale, si lasci trasformare dal sogno di una scelta missionaria (cfr. EG 27) e si concepisca non come hortus conclusus ma, unita al vescovo e alla Chiesa locale, primo e vero soggetto di evangelizzazione (EG 30-31).

A Firenze Papa Francesco aveva detto: «Si può dire che oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca». E aveva aggiunto: «Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo».  

E più avanti, quasi alla fine del suo discorso, aveva detto: «Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà».

Come fare per essere in questo tempo una Chiesa così?

La pagina dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35), da noi scelta come icona per il nostro convegno ecclesiale, e che ora è stata proclamata, è un testo paradigmatico per comprendere la missione della Chiesa. Volendo offrire, in apertura al nostro Convegno, una piccola meditazione su quell’icona, provo a cogliere qualche indicazione spirituale perché la nostra Chiesa, accogliendo il messaggio di EG, alla scuola del Risorto, si lasci trasformare in una vera comunità di discepoli missionari (cfr. EG 24).  

A volo d’uccello faccio qualche sottolineatura sul testo.

Innanzitutto la Chiesa che viene fuori dal brano di Luca è una Chiesa che, in situazione di smarrimento, sperimenta di essere raggiunta dal Signore. I due scoprono che il Signore non li ha lasciati. A Emmaus scopriamo dunque questo: che la Chiesa non è sola. È, al contrario, una Chiesa cercata dal Risorto.

Sebbene i due stiano andando via, sebbene stiano tornando indietro, sebbene stiano consumando la loro defezione, il Signore non li abbandona, non si rassegna a vederli andare lontano, e va loro incontro; li cerca e li raggiunge proprio come il pastore con la pecora perduta (cfr Lc 15). Vorrei allora qui per me e per voi ribadire questa verità: il Signore non ha abbandonato la sua Chiesa; non siamo soli, Lui è con noi!

«Il Signore è con noi, è al nostro fianco, sempre; anche quando non ce ne rendiamo conto; anche quando i nostri occhi come quelli dei discepoli di Emmaus nel giorno di Pasqua, sono incapaci di riconoscerlo. «Ed ecco – ci dice il Signore – io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20)» (E ti vengo a cercare, 77).

Una Chiesa alla scuola del Risorto è consapevole di ciò e anche se attraversata da marosi e tempeste non è disposta a cedere a sentimenti negativi e di rassegnazione.

Bando dunque alle visioni catastrofiche, bando a discorsi apocalittici, bando ai profeti di sventura, bando al pessimismo sterile (EG 84) che sempre alligna dove non si annuncia il vangelo alimentando quell’accidia egoista che entra anche nella pastorale (EG 81-82), favorendo quella «psicologia della tomba, che poco a poco – dice Papa Francesco – trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da se stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che – dice il Papa citando Bernanos – si impadronisce del cuore come “il più prezioso degli elisir del demonio”» (EG 83).

Il rischio è quello di ridursi a fare le liste dei disastri e dei difetti del nostro tempo. «Alcuni forse ci applaudiranno perché sembriamo esperti nell’individuare aspetti negativi e pericoli. Ma quale sarebbe il risultato di questo atteggiamento? Una distanza sempre maggiore, meno vicinanza, meno aiuto reciproco» (ChV 66). Forse diventeremo pochi…, forse si chiuderanno le chiese… forse scompariremo…: 

Anche in questi giorni potrebbe accadere questo! Lo sappiamo: i problemi ci sono, anche nella nostra Chiesa, anche nelle nostre parrocchie! Ce lo siamo detti durante la Visita e anche all’inizio del nuovo Anno pastorale e non intendiamo crogiolarci in ingenui ottimismi; ma riconosciamo che dietro quel modo di ragionare potrebbe nascondersi tentazioni pericolose.

Quali? Innanzitutto quella di non vedere la presenza di Dio: una presenza che c’è e perciò «non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata» (EG 71); Dio è all’opera: siamo noi incapaci di riconoscerlo! E poi l’altra: quella di metterci a parlare degli altri, pensando che siano loro il problema. E, di conseguenza, ultima: quella di credere che non serva impegnarsi, che è tutto inutile ed è tutto tempo perso. Gesù ad Emmaus aiuta i due proprio a fare questo!

Vorrei che il nostro Convegno non fosse questo! Non abbiamo bisogno di questo! Non servono discorsi da salotto dove intrattenersi «vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del “si dovrebbe fare” – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno istruzioni rimanendo all’esterno» (EG 96).

Cosa invece serve? Di cosa abbiamo bisogno?

Torniamo ad Emmaus. Cosa fa il Risorto ad Emmaus?

Cos’è che gli sta a cuore? Gli sta a cuore andare incontro all’uomo, uscire, andare per strada, camminare, mettersi a cercare gente persa; Il Signore anche da Risorto non sa stare fermo. Deve farsi presente. Anzi sembra che quella di farsi presente dovunque e allo stesso tempo, dopo la Pasqua, sia proprio la sua nuova condizione.

Se questo è vero per Lui dev’esserlo anche per noi che siamo la Sua Chiesa. Come Cristo così la Chiesa: così ci dicevamo lo scorso 20 settembre, nella Messa di apertura del nuovo Anno Pastorale, richiamando il bellissimo n. 8 della Lumen Gentium.

«L’intimità della Chiesa con Gesù – leggiamo in EG – è [infatti] un’intimità itinerante, e la comunione “si configura essenzialmente come comunione missionaria”. Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura» (23).

La Chiesa perciò come il suo Signore deve essere capace di percorrere strade nuove, strade che vanno anche in direzione opposta a quella giusta – è ciò che fa Gesù a Emmaus – (Christus Vivit 292) pur di andare incontro all’uomo e non per farsi complice dei suoi peccati per il gusto di cercare la compiacenza del mondo, ma perché anche nel peccato l’uomo si senta amato e dal peccato si lasci aiutare a venir fuori.  

«Chiediamo al Signore – dice Papa Francesco – che liberi la Chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile. Chiediamo anche che la liberi da un’altra tentazione: credere che è giovane perché cede a tutto ciò che il mondo le offre, credere che si rinnova perché nasconde il suo messaggio e si mimetizza con gli altri. No. È giovane quando è sé stessa, quando riceve la forza sempre nuova della Parola di Dio, dell’Eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito ogni giorno. È giovane quando è capace di ritornare continuamente alla sua fonte» (ChV 35).

A partire da Emmaus, impariamo dal Risorto anche come stare in mezzo agli uomini, quale debba essere lo stile della Chiesa.

Cosa fa il Risorto a Emmaus? Innanzitutto fa silenzio!

Poi prova a far domande, ascolta e… solo più tardi parla; senza dire però cosa i due devono fare… come con Zaccheo. A lui interessa parlare dell’Amore di Dio; annunciare il Kerygma: tutto il resto sarà una conseguenza. Poi entrerà in casa. Riporterà il fuoco e sparirà perché siano loro presenza del Signore.

Gesù lo vediamo prima di tutto così ad Emmaus: in silenzio. Come è bello questo silenzio di Gesù: mi commuove il suo silenzio! In un tempo in cui tutti parlano, in cui tutti hanno qualcosa da dire, in cui tutti vogliono e pretendono di discettare su tutto, in cui tutti parlano e sparlano della Chiesa del Signore… (come la carne del Signore)

Interessato a ciò che accade e a ciò che si muove nel cuore dei due, Gesù invece non parla. Sta in silenzio e ascolta! Un ascolto che solo più tardi si farà, per due volte, domanda: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Come a dire: che v’è successo? Come state? È bello sapere che la prima volta che Gesù parla, da Risorto, lo fa umilmente, facendo innanzitutto domande!

La Chiesa del Risorto dev’essere anch’essa così: una Chiesa che cammina in punta di piedi, come Mosè sull’Oreb, pronta sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5) (cfr. EG 169).

Una Chiesa alla scuola del Risorto è una Chiesa che sa avvicinarsi e camminare accanto all’uomo, una Chiesa capace di simpatia, che non guarda dall’alto in basso ma, al contrario, fa come Gesù con Zaccheo: si fa piccola, in ascolto dell’uomo proprio perché in ascolto di Dio.

È la Chiesa che vive la spiritualità del Samaritano – quella del Concilio – come diceva San Paolo VI. La Chiesa che si commuove per l’uomo e sente di essere sacramento della stessa compassione di Dio.

La stessa spiritualità che visse il Venerabile don Giuseppe Morgera, parroco di Casamicciola negli anni immediatamente successivi al terremoto del 1883 quando, come racconta lui stesso, tornando da Napoli dove era stato in ospedale perché gravemente ferito a causa del sisma, vedendo tanta gente soffrire, sentì come l’albergatore della parabola del Samaritano: Abbi cura di loro… Riceverai la mia ricompensa!  

Una Chiesa invece che non sa ascoltare non è la Chiesa del Risorto! L’ascolto prima di essere virtù del vero discepolo, come direbbe San Benedetto, è in fondo a guardare bene anche una delle prerogative di Dio. Dio innanzitutto ascolta: ho ascoltato il grido del mio popolo… Ascolta… e fa domande, come, dopo il peccato, alla ricerca dell’uomo: Adamo, dove sei?

Una Chiesa che non sa ascoltare e fare silenzio, che non sa fare domande, non sa nemmeno parlare: litigare, sì; lamentarsi, sì; fare discorsi astratti, sì: ma non parlare!

E tanto meno annunciare e dare risposte vere: saranno risposte esatte, ma non vere: sì, perché le risposte sono vere solo quando arrivano al cuore e partono dal cuore. Quando le ripetiamo per inerzia o peggio le diamo con arroganza e supponenza, saranno anche formalmente corrette, ma non sapranno di nulla… lasceranno indifferenti noi e chi ci ascolta… fossero anche le cose più sante del mondo!

Nel libro, appena uscito ieri, “Senza di Lui non possiamo far nulla” che raccoglie l’intervista rilasciata dal Santo Padre a Gianni Valente, il Papa afferma che annunciare il Vangelo «non consiste nell’assediare gli altri con discorsi apologetici, nell’urlare in faccia agli altri anche in maniera rabbiosa la verità della Rivelazione. Tanto meno serve scagliare sugli altri verità e formule dottrinali come se fossero pietre. Quando accade questo, è segno che anche le parole cristiane sono passate in un alambicco, e si sono trasformate in ideologia».

E poi, cosa altro impariamo da Emmaus? Una cosa importantissima!

Innanzitutto la Chiesa che viene fuori dal brano di Luca è una Chiesa che ritrova se stessa, riscopre la sua vocazione e ritrova la forza per la missione, quando ritrova il Risorto. Quando lo incontra o meglio si lascia incontrare da Lui ciò accade. Fin quando non avviene questo incontro, stiamo battendo l’aria; possiamo fare le cose più innovative o anche aggrapparci agli schemi passati: non servirà a molto… potremo fare mille convegni ma saranno pura accademia, alibi al nostro disimpegno… potremo scrivere mille piani pastorali ma non è di questo che abbiamo bisogno!

Abbiamo invece bisogno di un cuore che arde; la Chiesa ha bisogno di questo; e anche il mondo in fondo ci chiede questo: ci chiede di mostrare un cuore che arde. E il cuore arderà solo quando metteremo al centro Cristo.

Tutto il V capitolo di EG Evangelizzatori con Spirito è dedicato a questo. Non solo però in questo capitolo ma continuamente il Papa ci dice questo: che cioè l’evangelizzazione richiede cuori che ardono; che l’evangelizzazione è cosa dello Spirito: anche nelle udienze generali del mercoledì, dedicate quest’anno agli Atti degli Apostoli, il papa non fa altro che ribadire questo.

E lo Spirito lo si accoglie solo quando permettiamo a Lui di parlarci ancora; quando riscopriamo, come pane fragrante, la freschezza e la forza dell’Eucaristia, quando usciamo incontro alla gente e riconosciamo il Risorto presente in ogni uomo.

Emmaus ci insegna questo: ci insegna che dobbiamo ritornare alla Parola, all’Eucaristia e ai fratelli. Bisogna che ritorniamo a lasciarci interpellare dalla Parola e che la doniamo mettendola a contatto con la vita e i problemi veri della gente, per imparare a vedere oltre, per imparare a vedere l’intervento di Dio e l’azione del Suo Spirito nella storia e nelle nostre storie. Ci insegna che dobbiamo ritornare all’Eucaristia, riscoprire la Domenica come giorno del Signore, la preghiera e il silenzio dell’adorazione e scoprirci tutti mendicanti e poveri davanti a Dio per gustare anche noi quel: resta con noi, perché si fa sera e dirgli così che abbiamo bisogno di Lui, che sentiamo la nostalgia di Lui e che senza di Lui non possiamo farcela; di più: non possiamo vivere!

Ci aiuti in questi giorni, Maria, la Madre della Chiesa!

Ci aiuti Lei a riscoprire la bellezza di essere Chiesa del Signore: Chiesa mossa dallo Spirito, fuoco per la missione.

1 commento

  1. 2019 bastaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
    non scrivete piu di questa gentaglia…………………
    sia dato spazio alla cultura, non all’ignoranza della organizzazione criminale chiesa

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