Un racconto fantastico (ma non troppo)

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C’era una volta un re, o almeno aspirante tale. Il suo nome era Matteo e già questo per lui era un bel cruccio. Infatti, il suo più acerrimo antagonista al trono gli era omonimo e, come lui, aveva vissuto un lungo periodo di permanenza al potere per poi essere spodestato dallo stesso sistema che lo aveva in qualche modo portato in auge. Una condizione, la sua, che lo metteva in condizioni di ritrovarsi il cavallo e la patta dei pantaloni sempre molto consumati. E ne aveva ben d’onde, visto quando, per qualche scelta un po’ troppo avventata, gli era capitato.

Ma c’era anche Luigi, un piccoletto dal capello apparentemente cotonato, che dall’hinterland napoletano era riuscito ad approdare al ruolo di capo di un manipolo di scapestrati in cerca d’autore. E come spesso accade, questi si sono ritrovati a gestire un intero paese che, incoscientemente, glielo ha consentito.

Giuseppe, pugliese d’origine e cattedratico giurista, trascorreva buona parte del suo tempo con un’amica cartomante e, incredulo delle sue profezie, proprio non immaginava di poter tornare a guidare i masnadieri associati: “Ci saranno anche quelli là -gli aveva predetto- i vituperati piddini della Leopolda, quelli della prima, della seconda e della terza ora. Tu sarai il loro portabandiera, ma non ti libererai né di Gigino né delle altre stelle cadenti. Toccherà a te schiacciarli sotto il battitacco dei tuoi pantaloni sartoriali, se non vuoi far loro troppo male”. E lui: “Ma io volevo proporre un governo nel segno del coraggio e delle novità; all’avvocato del popolo italiano non ci ha creduto proprio nessuno. Ma con questi qui sarà peggio ancora. Come farò?

Davide, invece, trascorreva notti insonni nel suo ufficio di ultima generazione; e tra un Red Bull e un caffè di Starbucks cercava di trovare una soluzione al suo rompicapo: in che direzione pilotare i risultati del sondaggio sulla piattaforma Rousseau per dimostrare il gradimento o meno dell’accordo tra masnadieri di vecchia e nuova generazione, guidato da Giuseppe.

Silvio, Mariastella e Anna Maria, ancora intenti a cazziarsi reciprocamente dopo la gaffe in diretta su garantismo e giustizialismo in quel del colle senzacollo, cercavano a tutti i costi il modo di impedire che quel matrimonio d’interesse si facesse; non tanto per il Paese, ma per evitare una permanenza a mani vuote diventata nel tempo sempre più insopportabile. Di contro, Giorgia la romana, forte degli esempi di scarsa strategia e concretezza dei suoi alleati “sulla carta”, provava a dettare i tempi della rivolta, includendo nel suo esercito anche i più scomodi co-inquilini del mondo, politicamente parlando.

Sergio il senzacollo, dall’alto del colle, confidava sempre più in Giuseppe, pronto ad ascoltare ed eseguire i suoi ordini a suon di ramanzine, proprio come un vecchio maestro di scuole elementari anni ’50 faceva con i suoi alunni, utilizzando all’occorrenza anche bacchetta sulle mani e granturco sotto le ginocchia. In questo modo, i capoccioni degli stati che contano sarebbero stati accontentati e tutto, spread compreso, nel giro di breve tempo avrebbe rispettato i parametri e i dettami tanto cari alla santa alleanza franco-teutonica.

Tutto sembrava dirigersi verso la prova d’appello a Giuseppe il pugliese, salvo costringerlo a digerire nemici storici come nuovi compagni di viaggio. Ma per la poltrona si fa questo ed altro e quella di Palazzo Chigi era senza dubbio più comoda di quella dell’Università di Firenze laddove, peraltro, gli toccava lavorare per vivere.

In tanti, però, avevano trascurato il pensiero di Vincenzo lo sceriffo. Lui si che era uno potente e, di certo, con Valeria l’incazzosa non è mai andato d’accordo. Non ne parliamo, poi, del veleno che ha sempre sputato contro Luigi il piccoletto e i suoi amici di firmamento. Chi glielo avrebbe detto, tra i tanti notabili masnadieri, che di lì alla prossima primavera avrebbe dovuto giocarsi le sue carte di comune accordo con i “personaggetti” che tanto aveva dileggiato (e spesso offeso) in ogni dove?

Come diceva Ivano Fossati (che tanto di destra non era), tutto questo accadeva “da quando il trasformismo è diventato un’esigenza”. Ma questa non era proprio una banda che suona il rock! La sua pseudo-melodia era talmente sgradevole da superare la puzza di inciucio che, nei settecento metri che separavano il colle del senzacollo dal palazzo tanto ambito dai masnadieri, aleggiava sovrana a discapito dei poveracci -indigeni e non- che lì vivevano o passavano.

Ma ecco che un venerdì apparentemente uguale a tanti altri, anziché essere ricordato come il giorno del giudizio per il futuro potere temporale dal palazzo al colle, potrebbe invece passare alla storia non tanto per l’epilogo del racconto di cui sopra, bensì per quello della saga di Maurito e Wanda, nuova possibile eruzione azzurra di un Vesuvio spento ormai da troppo tempo. Questo sì che interessa a una regione intera e, se vogliamo, a buona parte dell’Isola, distratta dalle cose serie almeno quanto il resto della nazione.

E a Voi che leggete questo racconto, esposto in modo fantasioso ma non lontano dalla realtà, resta l’onere di decidere se tutto ciò, in un mondo reale che dovrebbe rispondere a logiche nuove e al passo sia coi tempi sia con le esigenze di un vivere che diventa ogni giorno più complicato per tutti, sia realmente accettabile o meriti un collettivo grido di dolore. O forse, addirittura un rapido espatrio, per chi può permetterselo. La situazione è veramente desolante: che Dio ci aiuti!

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