TO BE OR NOT TO BE (dritto e rovescio di una stessa medaglia)

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di N.N. | Nei giorni scorsi ho avuto modo di notare sulle pagine di questo giornale le lettere di due anonimi, i quali dal loro punto di vista esternavano il disappunto nel constatare alcune amare discordanze tra quello che faceva ormai parte del loro bagaglio di ricordi nel vivere il loro essere un fedele della parrocchia di San Sebastiano martire a Forio e ciò che attualmente non è dato loro rinvenire.
L’accento della questione veniva posto in particolare sull’organizzazione delle celebrazioni in occasione del mese di maggio e sull’utilizzo non proprio consono della statua, voluta a suo tempo dal compianto don Michele Romano, della Madonna di Fatima.
La bellissima effigie, oggetto di furto nel corso del passato inverno e rinvenuta prontamente dalle forze dell’ordine, sembra sia stata destinata alle peregrinazioni per i cenacoli di casa in casa e trasportata di volta in volta a bordo di un furgoncino Ape 50.
Apparsi anche nella versione on line, gli articoli hanno suscitato i soliti commenti prevedibili e scontati, nella maggior parte dei casi tali per scarsa perspicacia nel saper cogliere le rette motivazioni sottese anche nella stessa scelta dell’anonimato; valutazioni provenienti però quasi sempre da soggetti che colgono del duro messaggio del Vangelo solo qualche sfumatura eterea e permeata di misericordismo spurio, eludendo invece e per manifesta condotta di vita i veri valori etici portati dalla Parola di Dio.
Una fede annacquata con il diluente del tutto è permesso e guai ad osare giudicare coloro su cui non è consentito, in libertà di pensiero e di parole, pronunciarsi; a meno che il dito non lo si debba poi puntare contro agli altri e da tacciare di fariseismo, fatti oggetto di bullismo pseudo cattolico all’incontrario, solo perché manifestamente “dissidenti”.
Ormai per scelta personale, suggerita da desiderio di tranquillità spirituale ed accettazione di un po’ di evangelico “deserto”, non frequento più e da un bel pezzo quella che è stata la mia parrocchia adottiva da sempre, ma mi piace apportare alla disquisizione il mio ricordo personale a riguardo del sacro e venerato simulacro.
Sono incancellabili, fra le tante, troppe, amabili reminiscenze, le immagini legate ai momenti immediatamente successivi alle messe vespertine del sabato nella basilica di Santa Maria di Loreto.
Dopo la benedizione finale, impartita CON TUTTA SOLENNITA’ e con la compostezza tipica della sua persona, bastava un fugace sguardo di intesa da parte di don Michele ai chierichetti, in camice bianco o in tarcisiana d’ordinanza, per allertarli lì dov’erano già pronti presso le previste “postazioni di attacco”.
I fedeli non avevano possibilità alcuna di sottrarsi all’assalto del plotone in miniatura di soldatini affaccendati, i quali, a coppie e recanti dei grossi scatoloni stracolmi di candele munite di bicchiere parafiamme in plastica rossa, le distribuivano senza accettare alcun rifiuto e provvedendo persino ad accenderle personalmente.
Il fruscio di altri piedini si propagava sull’impiantito e con l’alacrità di api bottinatrici avanzavano altri piccoli delegati a turno a fare i portatori a spalle: don Michele voleva che a recare proprio quella statua della Madonna in processione fossero i bambini; raramente lo consentiva agli adulti.
Io stessa venivo precettata, volente o nolente, a partecipare al corteo lungo il corso del centro storico di Forio verso i cosiddetti “giardinetti” per fare ritorno poi in parrocchia, dove l’effigie veniva riposta nella sua cappellina di marmo rosaceo.
Risaltava sull’immagine stessa la collanina con il ciondolo a forma di globo e l’anello di don Michele.
Era questo, ma potrei portare tanti altri esempi, un momento di intensa preghiera, capeggiata dallo stesso parroco, avente una mano sul cuore e l’altra a sorreggere la candela.
A seguire la processione si univano non solo coloro che avevano partecipato alla messa, ma molti altri Foriani e persino turisti, attratti come da un magnete o soggiogati da un pifferaio.
Sornione don Michele gioiva nell’animo come chi sappia il fatto suo e trovi il giusto riscontro del proprio agire.
Insomma, alla tavola del Signore si centellinava il BUON VINO DEL SACRO e non la “SACCAPANA ‘NTRULIATA DEL TANTO PER FARE”.
Con questo non sto a denigrare la conduzione pastorale dell’attuale parroco, il curato don Emanuel.
Sarà un ottimo sacerdote, è di certo un buon prete, ma è inequivocabile che le sue scelte operative si sussumono con linguaggio figurato in quella foto della statua sul furgoncino, da cui trapela l’angosciante non senso di un qualcosa di inintelligibile e che va a sfumare l’accezione che l’animo di chicchessia, praticante o meno, va a cogliere attraverso la tendina opaca della foschia di un mare in burrasca.
E’ scritto che “se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori”.
Invero non sempre ciò che è bene è Bene.
Nelle lettere citate si parla della fuga di parrocchiani, realtà evidente a chicchessia.
Ci si domanda a questo punto se il reverendo Monte immagini le cause della fuga delle pecorelle dell’ovile in questione, se non della vera e propria transumanza in cerca di più roridi e verdi prati erbosi.
Qua non si tratta di definirlo un sacerdote scadente o uno che, pur valido, sia per chi sa quali oscuri motivi (forse non legati alla sua persona fisica, ma a stupidi pregiudizi atavici da ricercare negli annali storici di Forio e risalenti ai tempi che furono, per i quali il poveretto, più o meno consapevole, ne stia pagando ora lo scotto) del tutto incompreso.
La faccenda va inquadrata sotto altra prospettiva e capire se egli stia seguendo o meno la volontà di Dio.
Nessuna persona dotata di ordinaria intelligenza può trascurare che lo sfortunato pievano sia stato letteralmente, per scelta del vescovo, opportuna o meno non sta a noi discutere in merito a ciò, scaraventato in una realtà ben diversa dalla sua precedente parrocchia fiaianese.
Cinque chiese non sono umanamente gestibili, con facilità e non scadendo nella faciloneria, da parte di colui che è pur sempre e comunque solamente un uomo, con le sue debolezze e le sue preoccupazioni al pari di chiunque altro, il quale ogni giorno più che in se stesso deve come chicchessia affidarsi unicamente alla Grazia di Dio.
Mi sovviene alla mente l’omelia che tenne durante la messa domenicale del 28 gennaio dello scorso anno.
Ebbe modo di parlare in quell’occasione e prendendo spunto dal vangelo della differenza tra autoritarismo ed autorevolezza; con semplicità di parole spiegò il concetto della cosiddetta EUXOSIA di Gesù e con tanta spontaneità invitò chiunque se la sentisse ed in semplicità d’animo a farsi avanti e, mettendo da parte una buona volta esternazioni nei suoi confronti di falso rispetto umano fondato su un’ipocrisia dai tratti volgari per sicura falsità, di parlargli proprio con autorevolezza nel Nome e per amore di Gesù.
Ecco, proprio sulla scorta dei suoi pregevoli insegnamenti, avendo avuto modo di partecipare per più di un anno e mezzo alle sue messe, gli dico che forse si sta affannando a fare tantissimo, ma può darsi che non lo stia compiendo secondo i progetti di Dio su di lui.
Come se l’avessi dinanzi, mi piacerebbe domandargli se si spiega il motivo di questi malumori ed asti nei suoi confronti.
Per quanto abbia io potuto riscontrare personalmente, il problema di fondo sta in un’unica sua mancanza che gli faccio umilmente notare e che va individuata in un comportamento che, da buon sacerdote qual è, non si esimerebbe dal disapprovare in un penitente: un padre di famiglia non presente, potrà pure non far mancare il necessario ed il di più ai suoi figli, però, se quel padre non giocasse MAI con loro, se non ascoltasse MAI i loro bisogni più intimi, se non li consolasse MAI nei loro momenti di crescita ed allorquando le difficoltà della vita si pongono di traverso a sbarrare le loro strade, se non sciogliesse MAI i loro dubbi ed i crucci che li tediano, ma affidasse tali “asfissianti” incombenze da quotidiano menage familiare a dei babysitter, fossero anche i più perfetti uomini, QUEL PADRE NON SAREBBE DA CONSIDERARSI PIU’ TALE E DEGNO DEL SUO RUOLO.
Or dunque, se il reverendo Monte molto spesso trascura l’ascolto dei figli, che Dio gli ha affidato, lasciandoli alle cure di sacerdoti che si offrono sovente di sostituirlo, e soprattutto non lo faccia attraverso il sacramento della Confessione, perderà solo tempo.
Decida dunque e finalmente di divenire un ECCELSO CONFESSORE; e si insedi pure allo scopo proprio nella basilica di Santa Maria di Loreto, in quella che don Michele stesso individuò saggiamente come chiesa-ombelico di Forio (anch’essa raggiungibile facilmente in motorino come per quella di san Gaetano, che è solo apparentemente centrale, ma non è polo di attrazione e sembra invece fuori mano, in special modo per in non praticanti) e vedrà i risultati.
Faccia il papà, insomma, nel Nome di Dio.
Per quanto riguarda la sterile polemica a riguardo della presunta idolatria di cui certi eccelse menti pensanti, onde difendere per partito preso, se non per plateale piaggeria il parroco, vogliono tacciare i contestatori, servendosi per mezzo di commenti da copia ed incolla saccenti e melensi riportanti interi passi della Sacra Scrittura e facendolo a sproposito, replico che qui non si sta prestando un’attenzione non dovuta a qualche satanasso di piazza, spacciato per opera d’arte, ma ad una statua sacra di cui, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, e non perché lo sostenga io, è permessa la venerazione riconoscendo che indica una realtà spirituale nascosta non legata alla rappresentazione.
I fedeli cattolici usano le statue, nel modo permesso da Dio, come immagini che indicano simbolicamente la salvezza portata dal Verbo incarnato.
Ma non mi va di discutere con certi pulpiti da cui proprio provengono altrettante forbite prediche: ESSERE SEGUACE DI CRISTO E’ ALTRO!
Concludo rivolgendomi di nuovo al signor curato Monte e dicendogli che, come affermava Parmenide, “l’essere è e non può non essere e il non essere non è e non può essere”.
I viziati Foriani sono stati abituati ad altra tipologia dell’essere “SACRO” ed ai loro occhi ciò che di pur pregiato offriva a Fiaiano, non trasmettendo loro la tematica divina, “NON E’ SACRO”.
Qua non si sta facendo paragoni di sorta con don Michele o con il valente e suo diretto predecessore, né ci sta affidando ad elucubrazioni in chiave psicologia dei dissidi che si stanno diffondendo, né con analisi stocastiche se ne cercano ragioni e risoluzioni.
No, pur essendo un eccellente parroco, e nessuno lo vuole dubitare, sa meglio di me che San Paolo dice che “non si può dar da mangiare carne a chi riesce a mangiare solo legumi”.
Tutte le novità apportate potranno pure secondo la sua formazione teologica portare a Cristo Risorto, ma le attuali sue pecorelle sono abituate a partire dal Cristo Crocifisso.
Da buon padre, quale DEVE essere, provveda a nutrirle nel modo in cui vogliono essere nutrite.
Ed anch’io prego…

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