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STORIÆ, archeologia e narrazioni: tra mare, Angioini e diete mediterranee

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Giornata multidisciplinare, questa terza del Festival STORIÆ, archeologia e narrazioni, che è salpata spedita con una visita guidata al Museo del Mare sito in Ischia Ponte, chiamato anche Palazzo dell’Orologio; in antichità in realtà era il municipio ischitano. La guida, il professor Lucio Gallù, ha introdotto gli ospiti di STORIÆ nell’affascinante mondo del mare isolano, anticipato brevemente da un intervento dell’ex Presidente del Museo del Mare, Albino Ambrosio, relativamente alla sua passione della pesca:

“Ogni pesce ha un suo habitat, dove vive, cresce e si riproduce. Ischia ha una cosa particolare nel Mediterraneo: tutti gli habitat possibili coesistono insieme, rocce, fango, corallo, e quindi vi è una biodiversità che aumenta la preziosità del mare. La posidonia è un altro elemento caratteristico e importante nel Mediterraneo. La posidonia è un’erba che cresce nel mare e produce ossigeno, ne produce il doppio rispetto a quanto ne produce un pino. Quindi il mare è ossigenato al massimo ed è un vantaggio strepitoso per il nostro mare. Un habitat così, una prateria di posidonia, esiste solo ad ischia ed in Turchia, nel Mediterraneo”

La visita è proseguita nei vari piani del Museo del Mare e il professore Gallù ha mostrato e spiegato svariati reperti, e ne ricordiamo alcuni: La prima nave di pubblico servizio ad Ischia, datata 1925, alcune ordinanze originali di Ferdinando II in cui trasforma il porto di ischia da doganale a porto di livello superiore. Troviamo esposti numerosi suppellettili d’argento e menu di transatlantici, una canoa in legno da competizione datata 1935 e una stupenda anfora romana (in concessione al museo per volere della soprintendenza dei beni culturali). Meraviglioso il ricordo fotografico di Costantino Pilato, detto “Il Pirata”, famoso al piazzale delle alghe e famoso anche per la sua protesi di legno, conservata in una teca del museo. Interessanti e dimenticate le tonnare che erano ancorate nel fondo del mare in diversi punti dell’isola, ma che furono dismesse tutte intorno agli anni ‘50. Degno di nota, i documenti delle famiglie procidane e ischitane emigrate in Algeria nella metà dell’800: queste famiglie avevano lavorato alla costruzione del canale di Suez e l’affissione nel museo del Mare di queste meravigliose testimonianze dei pronipoti, rendono caro omaggio alla nostra terra.

Presso la Biblioteca Comunale Antoniana, Alfonso Santoriello (docente di Archeologia di comunità all’Università di Salerno), ha parlato dell’Appia Antica, la “Regina Viarum”,quest’anno candidata all’iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. L’antico asse viario, il primo concepito come ‘via publica’, è il prototipo dell’intero sistema viario romano che, con i suoi 120.000 km di lunghezza, costituisce ancora il nerbo dell’articolata viabilità del bacino del Mediterraneo. In relazione al progetto del suo team, “Ancient Appia Landscapes”, Santoriello ha spiegato il lavoro condotto in questi anni che ha riportato alla luce un tratto della Via Appia che attraversa il territorio di Benevento collegandosi con Trani. Luogo principale di scavi e studi è una antica località chiamata Nuceriola: i telerilevamenti hanno mostrato che su una zona vasta 1000 ettari, sono stati ritrovati manufatti di ogni genere, tali da riempirne l’area. L’asse viario in questione, invece, si è scoperto essere ampio cinque metri e sessanta centimetri ed ha un suolo tipico arenario molto compatto. Questi vari studi hanno svegliato l’interesse e stimolato l’iscrizione del sito archeologico a candidatura UNESCO in Italia per la prima volta in assoluto dal ministero della Cultura ed in due anni e mezzo circa, il sito sarà ufficialmente nella lista dei patrimoni mondiali.

La serata si è conclusa ai Giardini della Torre del Molino con Sergio AMMENDOLA (biologo, nutrizionista e erborista) che ha presentato, per la sezione Cartha Canta il libro “Gli Angioini di Napoli e le diete mediterranee”. Tra storia medioevale e scienza della nutrizione, il testo dapprima delinea e poi afferma una ipotesi fino ad ora mai avanzata: la diffusione della dieta mediterranea è avvenuta per azione degli Angioini di Napoli, che, operando a scopi economici, hanno trasmesso ai posteri un patrimonio di gusti e di salute. Tutto parte da Federico II, che con la sua intenzione di bonificare le terre del meridione, lo trasformò in una zona produttiva, in cui si coltivava principalmente grano saraceno e si allevavano suini, oche e polli. Successivamente Carlo d’Angiò, trasformò questo metodo nel suo metodo:scelse delle persone fidate e si fece aiutare nel costruire un apparato burocratico, la famosa cancelleria angioina, dove annotava tutto, atti di matrimonio,merci, scambi. All’interno di questi 52 volumi salvati da distruzioni negli anni, vennero ritrovati ricettari salutistici. La ricetta dell’elisir di lunga vita erano: vegetali, frutta di stagione, olio e vino (moderatamente) tutto corroborato da un sano stile di vita.

Il libro Gli Angioini di Napoli e le diete mediterranee è edito da Sergio Ammendola (2022)

Ha fatto seguito una cena angioina preparata, per la serie di Archeocucina (la sezione di cucina sperimentale storica), dallo chef Giancarlo LO GIUDICE, che ha interpretato alcune delle pietanze codificate nei ricettari angioini napoletani, attualizzando sapori e aromi di epoche passate in un percorso gastronomico esperienziale.

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