Scuola, libri e maturità

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Da un anno all’altro sono molte le scuole ischitane in cui, oltre a cambiare tanti insegnanti (ma indipendentemente da questo), cambiano sistematicamente anche i libri di testo.

Ne sono personalmente testimone! Nostro figlio, passato dal primo al secondo liceo scientifico, sperava di poterci fare recuperare qualche soldino vendendo ai “freshmen” della sua sezione i libri dell’anno scolastico precedente e mettendoli in conto all’acquisto dei nuovi. La sgradita sorpresa è stata che ben oltre la metà dei testi dello scorso anno non sono stati confermati per la prima classe del 2019/2020 e, di conseguenza, ce lo siamo ritrovati “in saccoccia”.
Credo che al giorno d’oggi questo tipo di disorganizzazione (e mi fermo a una definizione decisamente eufemistica) rappresenti lo specchio fedele di un sistema scolastico che, nella maggior parte delle sue manifestazioni, si dimostra letteralmente fuori dal tempo, ma soprattutto incapace di allinearsi ad un’elasticità burocratica che sia in grado di avvicinarsi alle esigenze sempre crescenti delle famiglie italiane.

Personalmente, anche se a malincuore, non ho particolari problemi ad acquistare i libri nuovi a mio figlio; ma seppure avessi immaginato di poter risparmiare qualcosa, alleviando con piacere le spese generali già abbastanza provate da altre scelte coraggiose del nostro menage, ogni buon proposito sarebbe stato vanificato dalle scelte capotiche e insensate di chi è titolato a prendere certe decisioni.

Immagino una famiglia monoreddito che debba mantenere due figli a scuola trovarsi con questo genere di difficoltà, magari sforando di poco il limite ISEE per ottenere i buoni libro e costretta a fare i salti mortali per garantire loro l’istruzione. Ma senza volerla mettere necessariamente sul tragico, i tempi impongono a tutti, indistintamente, scelte estremamente oculate nell’amministrare le entrate di una famiglia: siamo tutti figli, piccoli o grandi, di una società in cui la pressione fiscale, in particolare per le aziende, rappresenta un socio passivo che succhia da autentica sanguisuga oltre la metà di quello che si produce, raggiungendo in alcuni casi anche il 70% complessivo e pretendendolo anche in assenza di utili, con criteri di calcolo ed applicabilità in continuo mutamento le cui logiche molto spesso sfuggono anche ai più attenti ed eruditi commercialisti e tributaristi.

Il Governo uscente, guadagnando consensi (in particolare sul fronte leghista) nel parlare alla cosiddetta “pancia della gente”, in linea con l’esempio vincente di Donald J. Trump negli Stati Uniti, aveva in qualche modo assunto l’impegno di alleviare la pressione fiscale attraverso una serie di provvedimenti che, solo a sentirli, ravvivavano la speranza di una ripresa dell’economia di casa nostra e l’avvio di un sistema fiscale indubbiamente più digeribile per tutti. E’ chiaro a tutti che la linea filo-europeista sposata sorprendentemente anche dal novello trasformismo del Movimento Cinque Stelle con il Conte Bis, allontani definitivamente questa opportunità, considerato che tutto quanto tende a ridurre le entrate tributarie di un paese membro fa letteralmente rabbrividire i capoccioni di Bruxelles.

Proprio non saprei da dove cominciare per dare un suggerimento al mondo della scuola italiana, men che meno a quello locale, dove i dirigenti scolastici (nella stragrande maggioranza dei casi) rappresentano un gruppetto di autentici eroi alle prese con una burocrazia allucinante dagli adempimenti quasi impossibili e, come se non bastasse, dalla ricorrente dipendenza dalle amministrazioni locali o, peggio ancora, dalla Città Metropolitana. E se a questo aggiungiamo il rapporto spesso difficile con molti docenti, arroccati su posizioni e punti di vista quanto meno discutibili e noncuranti della possibilità di derogare ad essi per andare incontro a studenti e famiglie ed evitando imbarazzi al loro Capo d’Istituto, diventa ancor più facile capire quanto, in casi come questo, ognuno debba fare il proprio lavoro senza nemmeno cimentarsi a porsi nei loro panni o a dire la propria ad ogni costo.

Un altro anno scolastico è appena cominciato e, con lui, ritornano anche le ricorrenti riflessioni sulle prospettive di futuro dei nostri ragazzi i quali, in un paese cosiddetto civile, già a partire dal terzo anno delle superiori dovrebbero essere oggetto di un serio programma di orientamento universitario o professionale che in Italia, salvo pochissime eccezioni virtuose, è totalmente assente. Questo significa che i più fortunati, forti del loro talento scolastico naturale e di una visione chiara e rassicurante sul futuro da perseguire, troveranno agevolmente la strada giusta; così come quelli anche semplicemente più insicuri, talvolta con una famiglia alle spalle che non ha modo di incoraggiarli individuando le loro incertezze e sostenendoli nelle loro abilità, si ritroveranno a rinfoltire la schiera dei tantissimi diplomati, disoccupati, talvolta di buona famiglia, ma in ogni caso destinati a lungo, salvo miracoli, al ruolo di bamboccioni.

A differenza del sindaco d’Ischia, che con il suo messaggio agli studenti ha preferito propagandare principalmente le opere di ampliamento di alcuni plessi scolastici di pertinenza comunale, il mio augurio a tutti gli studenti è quello di ritrovare entusiasmo e felicità nella loro realtà didattica, facendone progressivamente tesoro e lavorando alacremente per guadagnarsi una maturità non solo sul solito “pezzo di carta”, ma anche riconosciuta ufficialmente in quella vita vissuta da cui essi meriterebbero meno ostilità.

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