Mentre scrivo non conosco ancora il vincitore della 75ª edizione del Festival di Sanremo, né tantomeno i dati ufficiali d’ascolto della finalissima. Eppure una cosa appare già chiara: al di là di chi alzerà il Leone, la vera notizia è che Sanremo continua a crescere.
Cresce negli ascolti, nelle interazioni social, nel dibattito quotidiano. E questo nonostante un’impressione sempre più diffusa di approssimazione nei contenuti. Da anni si ripete lo stesso copione: monologhi che faticano a lasciare il segno, gag che arrancano, una scrittura televisiva che sembra spesso inseguire più che guidare. Anche la qualità media delle canzoni in gara e delle cover – con le dovute, lodevoli eccezioni – appare meno incisiva rispetto a stagioni passate. Brani costruiti su formule già sentite, duetti che strizzano l’occhio alla nostalgia facile, operazioni più strategiche che artistiche. La sensazione è quella di un prodotto sempre più confezionato per non disturbare, per non rischiare davvero, per rimanere in una rassicurante zona di comfort. Eppure il pubblico resta. Anzi, aumenta.
La prima serata di quest’anno, definita da molti “claudicante”, ha messo in luce tutte le incertezze di Carlo Conti alla sua annunciata “ultima uscita” come direttore artistico e conduttore della kermesse rivierasca. Ritmi altalenanti, battute non sempre centrate, un senso generale di prudenza che ha reso l’avvio meno brillante del previsto. Un Festival forse più ingessato che emozionante, quasi timoroso di osare in un contesto che invece premia proprio l’imprevedibilità.
Eppure, nel giro di poche sere, la narrazione è cambiata. La serata delle cover ha superato il 65% di share, un dato che – al netto delle conferme ufficiali – racconta da solo la portata del fenomeno. Non è solo televisione: è rito collettivo. È abitudine condivisa. È l’appuntamento che segna il calendario mediatico del Paese. È il momento in cui anche chi durante l’anno snobba la tv generalista torna a sedersi sul divano, smartphone alla mano, pronto a commentare in tempo reale e, perché no, a votare.
Il punto, allora, non è più stabilire se Sanremo sia “bello” o “brutto”, se le canzoni siano memorabili o dimenticabili. Il punto è che il RAI ha tra le mani un evento che ha smesso di vivere esclusivamente sul palco dell’Ariston. Il Festival si consuma sui social, nei gruppi WhatsApp, nei meme che diventano virali prima ancora che l’ultima nota sia sfumata. Ogni inciampo diventa contenuto, ogni imprecisione alimenta conversazioni, ogni polemica genera traffico. E in un’epoca in cui l’attenzione è la vera moneta, Sanremo è una miniera inesauribile.
È il trionfo del “di costume”. Sanremo come specchio – a volte deformante – dell’Italia contemporanea. Si discute degli abiti più che delle armonie, dei fuori programma più che delle modulazioni, delle presunte gaffe più che delle orchestrazioni. Si analizzano le espressioni dei cantanti, le reazioni del pubblico in platea, perfino le inquadrature. Tutto diventa materia di dibattito, tutto si trasforma in narrazione parallela.
E forse è proprio questa dimensione laterale a spiegare il paradosso: meno centralità artistica, più centralità culturale. Il Festival non è più soltanto una gara canora, ma un grande contenitore identitario. È un acceleratore di temi, un generatore di trend, un laboratorio sociologico che per una settimana concentra su di sé attenzioni e aspettative.
A Sanremo non importa chi vince. Conta che se ne parli, che diventi tema di conversazione al bar, in ufficio, in famiglia. Forse è questa la vera vittoria del Festival: non quella decretata dalla classifica finale, ma quella sancita da ascolti progressivamente da record e da un Paese che, tra entusiasmi e critiche, continua ostinatamente a sintonizzarsi. Sanremo cambia pelle, si adatta, inciampa, talvolta delude. Ma resta, più di ogni altra cosa, un fenomeno sociale capace di trasformare anche le proprie debolezze in carburante per il successo.







