La storia dell’ennesimo stop della “Giuseppina Prima” è, questa volta, un indice puntato come un faro contro i sindaci dell’isola e contro la Regione Campania, che si trovano indicati come corresponsabili di una situazione divenuta insostenibile. Senza appello.
Se il primo blocco del servizio — quello scaturito dall’indagine di qualche mese fa — poteva in qualche modo rappresentare un alibi per i primi cittadini isolani e per la passata gestione regionale, e se i successivi stop legati al vetusto naviglio offrivano comunque una giustificazione meno solida ma ancora spendibile, quello di oggi è una bocciatura totale. Non ci sono più scuse: la classe dirigente isolana si trova esposta, ancora una volta colta impreparata di fronte a una crisi che era ampiamente prevedibile.
Da anni — e gli archivi di questo giornale ne sono testimonianza puntuale — sosteniamo la tesi che la gestione di questo tipo di trasporto marittimo sia stata un fallimento strutturale. Un servizio lasciato in balia di sé stesso, un po’ pilotato dagli amici di Marrazzo, un po’ sorretto dall’inerzia regionale nel voler mettere ordine in un settore privato piegato agli interessi del privato. Nessuno ha mai voluto davvero riformarlo, e oggi si raccolgono i frutti amari di questa negligenza collettiva.
Senza entrare nel merito della vicenda legata alla gestione più ampia del trasporto via mare, la necessità di un cambio di rotta è sotto gli occhi di tutti da mesi. La battaglia condotta in modo spesso miope e unicamente orientata contro gli armatori privati — e non abbiamo nessun motivo per difenderli — ci ha portati all’assenza di soluzioni concrete, lasciando le isole ostaggio di una situazione che si ripete ciclicamente senza che nessuno intervenga con la necessaria determinazione.
La realtà si racconta in poche righe. Traspemar dispone di due navi: la “Giuseppina Prima” e la “Don Angelo”. L’altro operatore capace di intervenire in emergenza è Medmar, che in occasione della crisi “penale” di qualche mese fa ha supplito alla mancanza del servizio, ma lo ha fatto da azienda privata: ha chiesto garanzie, ha posto condizioni, ha preteso — legittimamente — una cornice di certezze in cui operare. Non ricevute, tra l’altro. Un tentativo nato storto, perché nato dall’iniziativa del privato anziché dalla regia del pubblico.
Nel frattempo, Traspemar è tornata in attività, le navi sono state dissequestrate e i rifiuti hanno ripreso a viaggiare, tra corse saltate, tavoli aperti in Prefettura e una persistente assenza di chiarezza. Ora si è nuovamente arrivati all’ennesimo stop, con le istituzioni — comuni e regione — impreparate. O, almeno, colte di sorpresa, il che è forse ancora peggio.
Per uscire strutturalmente da questa crisi sarebbe necessario, innanzitutto, sottrarre gli accosti dedicati ai rifiuti dal “mercato” ordinario degli ormeggi e vincolarli esclusivamente all’espletamento del servizio: non ha senso che infrastrutture portuali il cui utilizzo incide su quello che è a tutti gli effetti un servizio pubblico —il trasporto dei rifiuti — vengano gestite con le logiche del privato commerciale. Il secondo passaggio indispensabile è affidare il servizio di trasporto verso la terraferma con regole chiare, trasparenti e verificabili, individuando un interlocutore serio e affidabile — chiunque esso sia — che garantisca continuità alle comunità insulari.
E diciamocelo in modo diretto: il costo del trasporto via mare dei rifiuti viene tutt’ora gestito senza alcuna forma di selezione o trasparenza, nonostante si tratti di risorse pubbliche e di un servizio che impatta sulla vita quotidiana di decine di migliaia di persone. Una stortura evidente del sistema, che non può essere tollerata oltre.
Togliere questo settore al mercato, farlo transitare nell’alveo dei servizi pubblici con gare serie e controlli reali, è l’unica rotta percorribile. Nel frattempo, sarebbe quanto mai opportuno impegnarsi concretamente per incrementare la raccolta differenziata, estendere il lavaggio degli automezzi, ampliare la quota di rifiuti trasportabili su mezzi di linea ordinaria, riducendo così il peso — e la rendita — del segmento “bandiera rossa”, quello dei rifiuti.
Ma nel frattempo, prendiamo atto dell’ennesimo fallimento della classe dirigente isolana. Ancora una volta beccata impreparata, ancora una volta senza un piano B, ancora una volta a rincorrere l’emergenza invece di governarla.








Credi che sia un fallimento della classe dirigente?
Io credo sia un continuo riempirsi le tasche e sguazzare nella ambiguita’e nel continuo stato di emergenza che porta i frutti alle sempre e solite persone.
Il problema non si risolvera’mai,rimarremo sempre nello stesso stato connnavi obsolete e servizi che in qualsiasi paese del mondo,anche i piu’remoti funzionano meglio dei nostri.