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RICOSTRUZIONE: LE FALLE REGIONALI. Tutte le ragioni del “no” dei sindaci “Impossibile ogni osservazione”

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Ida Trofa | Ricostruzione. Oggi doppio appuntamento per il terremoto di Ischia. Al centro degli incontri istituzionali le censure al PdRi e il lavoro (fermo) sulla ricostruzione pubblica. Si lavorerà tra call-conference e i palazzi del potere: Santa Lucia a Napoli, Reale a Ischia. Oggi, soprattutto, si lavorerà al tavolo della Conferenza Pianificatoria per analizzare i “no” avanzati del piccolo Cratere sismico al Piano della Ricostruzione redatto dalla Regione. Un serrato scambio apertosi già ieri al tavolo delle consultazioni dagli enti isolani. Questioni di fondamentale rilevanza che al momento hanno prodotto una prima apertura sulle criticità e i vizi riscontrati nei papelli regionali.

I sindaci uniti restano fermi sulla necessità di un’immediata revisione degli atti prodotti. Atti che non consentono neppure di fornire le “osservazioni” richieste tale è la pochezza dell’impianto imbastito. Atti carenti e pericolosi, in qualunque prospettiva li si guardi, per il futuro delle comunità isolane. Una tegola che rischia di cadere sul paese senza soluzione di continuità. Alle concertazioni di 24 ore fa seguiranno le trattative odierne che verteranno, proprio, sulla prima bozza di rilievi e censure portata al tavolo dei Servizi dai comuni di Casamicciola Terme, Lacco Ameno e Forio nel tentativo di evitare che il rimedio individuato nel PdRi dai decisori istituzionali, risulti peggiore del male.

La nota congiunta voluta dagli Enti Locali sarà ora oggetto della nuova discussione della Conferenza insediatasi il 24 ottobre e presieduta dall’Assessore Bruno Discepolo della Regione Campania, con la partecipazione del Commissario straordinario, del rappresentante del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, oltre che, come detto, dei sindaci isolani della Città Metropolitana di Napoli, del Dipartimento della Protezione Civile.

Un tavolo imbastito sulla scorta della Ordinanza n. 17 del 31 maggio 2022 voluta del Commissario Straordinario per la Ricostruzione. Il summit verità con la solita conferenza con al centro la Sala Giunta della Regione Campania.

Non è detto che gli invitati al consesso accettino la levata di scudi ischitana. Scudi il cui peso specifico in termini, politici, istituzionali e di credibilità, purtroppo fino qui hanno prodotto il disastro a cui stiamo assistendo. Se si è giunti a questo guaio è anche colpa di chi doveva rappresentare l’Isola e testimoniarne le esigenze. Appare, ormai evidente, la necessità di un’azione incisiva e pervicace sulla cattiva metodologia adottata dalle strutture della Regione Campania che, al momento, hanno consegnato all’isola uno strumento senza capo né coda, principalmente senza basi, principi istituzionali e senza una logica. Basta lecchinaggi di comodo. Le norme tecniche di attuazione del piano avanzate e di cui il Cratere di Ischia ha preso atto il 2 novembre risultano non condivisibili. Un vero e proprio disastro firmato dai vertici regionali che, attraverso le nostre pagine, vi stiamo raccontando da giorni e che impongono una seria riflessione, una presa di posizione netta.

Tutti i motivi del “no”

Secondo quanto ci è dato apprendere tra le questioni sollevate da Giacomo Pascale, Francesco Del Deo e dal Commissario Simonetta Calcaterra c’è la totale assenza di un filo logico nella procedura al punto da rendere impossibile produrre le stesse osservazioni richieste. I soli atti consegnati ai Comuni basterebbero a chiedere l’annullamento dell’intero iter. Tra i passaggi salienti delle contestazioni (bonarie) dei sindaci ci sarebbero molti nodi legati al vuoto normativo, al vuoto programmatico, ed alla aleatorietà delle previsioni messe in piedi dai poco zelanti redattori incaricati da

Bruno Discepolo&Co.

Atti carenti: Osservazioni impossibili da rendere

In riferimento al PdRI il materiale consegnato, di fatto, è una mera elucubrazione su pannelli colorati e griffati dalle manacce regionali e da qualche pifferaio stonato isolano. Elucubrazioni che non recano indicazioni o dati incontrovertibili a cui ricollegarsi e su cui poter formulare osservazioni. Questo sarebbe il primo tema evidenziato dalle eccezioni Made in Ischia a cui, secondo le indiscrezioni raccolte, ne seguono molti altri.

Mancano criteri e metodi

Mancano criteri e metodi di redazione del Piano. Sia gli studi ed indagini preliminari effettuati sul territorio, sia una relazione che evidenzi i criteri ed il metodo utilizzati che hanno portato alle determinazioni del Piano.

Come avevamo avuto modo di evidenziare attraversi le nostre pagine, gli elaborati messi a disposizione dei comuni, di fatto, da soli stabiliscono come il PdRi redatto sia in contrasto con le stesse norme su cui si fonda: il testo coordinato della Legge Genova.

In particolare, come abbiamo avuto più volte modo di ribadire, sulla Disciplina urbanistico-edilizia degli interventi edilizi per la ricostruzione privata (comma 2 dell’ordinanza 7/2019 così come modificato dall’ordinanza n.7/bis 2022). Gli interventi edilizi dalla Legge Genova sulla ricostruzione e dalle ordinanze commissariali sono distinti in tipologie fino ad arrivare alla tipologia degli edifici da delocalizzare per ragioni connesse al rischio sismico o idrogeologico.

Il Piano di Ricostruzione, nell’ultima versione, nella tavola DO.02.02 “Articolazione in Zone. Specificazioni per la Zona 1”, riporta, con campiture diverse, edifici e aggregati edilizi ricostruibili in sito e non ricostruibili in sito (arancio permanenza in sito e rosso delocalizzazione).

Con particolare riferimento a quest’ultimi, dalla rappresentazione del piano non è leggibile quale dei motivi illustrati dalla norma, ma o persino dalle relazioni al Piano di ricostruzione stesso determinano la necessità di delocalizzazione.

Decompressione abitativa? Rischio sismico? Vincolo PAI? Quali i motivi? Misteri regionali

Misteri che investono persino le UMI, le unità minime di intervento, volute con il PdRi colorate di “rosso edifici ed aggregati edilizi non ricostruibili in sito” per i quali non è stato chiarito se la delocalizzazione riguarda tutti i volumi presenti all’interno del perimetro dell’UMI o se la delocalizzazione riguarda edifici o aggregati compresi nel perimetro della stessa.

Delocalizzazioni e rischi “tot”al chilo e senza metro di giudizio

Leggendo tra le pieghe delle disposizioni che Il Dispari ha potuto analizzare, vien da credere che coloro che sono stato messo a capo di questo mastodontico pastrocchio chiamato Piano abbiano cominciato a spacciare rischi vendendoli tot al chilo e senza un chiaro metro di giudizio scientifico. Non viene chiarito, e persino i sindaci ne hanno preso atto nelle contestazioni mosse in queste ore, per quale e secondo quale “rischio” sono stabilite le non ricostruzioni in sito e quelle in sito.

Rischio sismico? Delocalizzazioni non giustificate

Le delocalizzazioni ipotizzate dalla Regione non sono giustificate dalla ipotesi di Rischio Sismico. Le delocalizzazioni previste non possono derivare dalla risultanze del Piano di microzonazione sismica di III livello che non risulta aver individuato “faglie attive e capaci”. Se invece derivassero da successivi studi geologici di cui nessuno è stato messo a parte, ebbene, anche qui il piano risulta carente nella indicazione delle “faglie attive e capaci” necessarie a giustificare le campiture rosse scarabocchiate sul Piano approvato.

Oltre alle “faglie” non sono indicate neppure le zone di “rispetto” che investono tali fagli e gli edifici ricadenti nelle stesse che potrebbero essere esposti agli effetti sismo indotti. In altre parole, il piano, in relazione al rischio sismico, non ha nessuna chiave di lettura e non risponde neppure alle Linee Guida per la gestione del territorio in aree interessate da faglie attive e capaci con le rispettive zone di rispetto che potrebbe anche consentire di individuare aree di delocalizzazione “in sito”, al di fuori delle sensibili in questioni. Tutte norme già scritte e che il Piano regionale disattende.

Rischio Idrogeologico? Delocalizzazione non giustificata

Anche per quanto riguarda il rischio idrogeologico, andrebbero rappresentate quelle unità immobiliari, individuate da delocalizzare, che invece potrebbero rimanere in sito a seguito di interventi di mitigazione del rischio a cui son soggette.

Dalla padella (sismica) alla brace (idrogeologica)

Volendo rincorrere la illogicità del PdRi dalle tavole di progetto per le delocalizzazioni è a Casamicciola Terme che emergono tutte le contraddizioni. Dalla padella (sismica) alla brace (idrogeologica). A proposito, la zona buffer individuata dal piano, in particolare, è quasi interamente soggetta ai vincoli del PAI, e le uniche zone libere da detti vincoli, sono densamente edificate. Un assurdo nell’assurdo, decomprimo una zona con la scusa del terremoto e ne comprimono un’altra dove tutti, gli abitanti, vicini vicini, rischiano di perire sotto gli effetti di un acquazzone.

AAA: Norme tecniche cercasi

Dove sta Zazà? …e dove stanno le norme tecniche di questo Piano? Il piano. nella sostanza. non è corredato da norme tecniche di attuazione che, invece, sarebbe interessante conoscere, visto che ai piani alti hanno fretta di scaricare su Ischia quest’altro fardello. Anche al fine di suggerire, se non previste, eventuali modalità operative, come ad esempio la possibilità dei privati di condurre eventuali ulteriori approfondimenti geo-strutturali ed indagini geofisiche, al fine di consentire al Genio Civile ed all’Ufficio del Commissario di verificare l’effettiva necessità di delocalizzare il manufatto o parte di esso. Magari il privato potrà essere più efficace del pubblico e portare al tavolo della ricostruzione dati certi e studi veri, non funzionali al sistema dell’incarico facile e comodo ad una logica sempre più lontana dal bene comune e dall’interesse pubblico. Una logica lontano dalle buone regole del padre di famiglia palesatasi in tutta la sua essenza nei magheggi del PdRi

Senza scheda Aedes anche nelle UMI

In riferimento al nesso di causalità con il sisma sono stati indicati come da delocalizzare anche edifici mai colpiti dall’evento del 2017 per cui c’è la vigenza delle norme, non solo casi singoli, ma anche, le UMI, unità minime di intervento, molte di quelle individuate dalla Regione con il Piano non ricadono edifici colpiti dal sisma, ovvero non in possesso di scheda Aedes o di perizia di tecnico di parte che attesti il danno da sisma, e non ricadono in aree con particolari criticità idrogeologiche e sismiche. Chi pagherà e come si farà visto che le norme attuali non prevedono indennizzi?

Nessun intervento sulle strade

In ultimo, ma non per ultimo, lo merita il passaggio sulla assenza di un vero piano di protezione civile e di accessibilità ai siti pensati dalla Regione. In particolare, tutte le arterie stradali del Cratere restano com’erano, strette ed anguste, senza vie di fuga, pericolose, come più volte era stato stigmatizzato dai media e dai soloni del terremoto all’indomani del 21 agosto. Erano pericolose o no? Perché le lasciate com’erano? Nessuno ha pensato che debbano essere riprogettate per garantire le vie di fuga e l’agevole accesso dei mezzi di soccorso? Tale ridisegno urbano dovrebbe, relativamente alle aree che saranno disponibili per effetto delle delocalizzazioni, operare scelte condivise con i comuni ed invece nessuno se ne fotte!

Identità negata

Nell’ottica di ricostruzione non è stato dato alcun impulso al concetto dei caratteri identitari da preservare, da legare non necessariamente alle datazioni o alla preistoria, ma anche al mantenimento di quelle attività e sistemi di relazione specifiche, di queste porzioni di territorio, con una propria vocazione e connotazione legata a specifiche attività dell’Isola (turistico-recettive, termali, commerciali) che le rendono dei veri e propri centri vitali. Tutte allo stato smaterializzate dal pantone rosso.

Un massiccio programma di de-costruzione, delocalizzazione e fanta ricostruzione

Anche per questo i comuni oggi chiederanno di fermare questa scelleratezza. L’auspicio degli enti locali coinvolti è quello di raggiungere l’obiettivo di una ricostruzione omogenea, una complessiva riqualificazione degli immobili, riqualificazione sul piano architettonico- paesaggistico e che preveda una ripresa dell’intera zona sul piano sociale, turistico, commerciale ed economico, giuste prescrizioni di cui alla L. 130\2018.

E poi…

Questa che stiamo attraversando è sicuramente la fase più importante di una procedura che non mancherà di riservare ai territori tribolazioni e patemi. La politica e le perverse logiche amministrative del sistema italiano faranno da corredo. Sarà un tempo lungo e travagliato.

Lo ricordiamo, il timing procedurale, prevede che una volta completata l’elaborazione del Piano di Ricostruzione da parte della Regione Campania, questo venga adottato dalla Giunta Regionale e trasmesso ai componenti della Conferenza di Servizi. Dopo l’adozione, i Comuni avviano la fase di partecipazione dei cittadini anche per raccogliere formali osservazioni al Piano che successivamente vengono inviate, insieme alle determinazioni motivate, alla Conferenza di Pianificazione che esprime il parere finale. Il Presidente della Giunta regionale, letto il parere, approva il Piano con proprio decreto. Solo allora il Commissario alla Ricostruzione lo può recepire e, conseguenzialmente, provvedere all’emissione delle ordinanze attuative.

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