Come ben sappiamo perché siamo martellati da mattina a sera in tv e sui social il prossimo 22 e 23 marzo 2026 saremo chiamati ad esprimerci sul referendum popolare confermativo della legge di revisione costituzionale pubblicata in Gazzetta Ufficiale lo scorso anno con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”.
Il quesito referendario, successivamente modificato qualche settimana fa è stato aggiornato inserendo esplicitamente gli articoli della Costituzione interessati dalla revisione. La modifica è intervenuta dopo l’Ordinanza dell’Ufficio Centrale per il Referendum della Corte di Cassazione del 6 febbraio 2026, che ha accolto la richiesta referendaria avanzata da 15 giuristi tramite la raccolta di oltre 500mila firme.
La legge di revisione incide su norme costituzionali che riguardano costituzione, funzionamento e competenze degli organi che esercitano la funzione giurisdizionale, nonché lo status dei magistrati (sia giudicanti sia requirenti) e l’istituzione di una Corte con funzioni disciplinari.
In particolare, la revisione coinvolge gli articoli:
87 (poteri del Presidente della Repubblica in relazione al CSM), – 102 (funzione giurisdizionale), 104 (autogoverno della magistratura e CSM), 105 (compiti del CSM), 106 (nomina dei consiglieri della Corte di cassazione), 107 (distinzione delle funzioni tra giudicante e requirente), 110 (organizzazione del servizio giustizia da parte del Ministero della giustizia).
Il dibattito ovviamente si è acceso (per così dire ) anche a livello locale e nelle scorse ore è intervenuto il sindaco Dino Ambrosino, annunciando che voterà NO. Nelle sue dichiarazioni, il primo cittadino mette in discussione l’opportunità stessa di ricorrere a una consultazione che coinvolge “tutto l’elettorato” su materie che definisce “assolutamente specifiche e di settore”.
Ambrosino sostiene che temi così complessi dovrebbero essere affrontati in Parlamento, dove i rappresentanti eletti dispongono di uffici di supporto e, a suo avviso, possono trovare soluzioni di compromesso. Critica poi le “forzature” del dibattito pubblico, che deriverebbero dalla necessità di semplificare dinamiche che hanno una “irriducibile complessità”. E aggiunge: se si fosse raggiunto un accordo ampio, con l’approvazione a maggioranza dei due terzi, “non si sarebbe giunti a questa confusione”.
Il sindaco chiude con un richiamo alla ricerca dell’intesa: “Nella vita ognuno di noi è chiamato a limitarsi per trovare un punto di intesa con il prossimo”, afferma, sostenendo che lo stesso dovrebbe avvenire alla Camera e al Senato; se non c’è intesa, conclude, “meglio desistere e dedicarsi alle vere priorità del Paese”.
Alle parole del sindaco è arrivata la risposta dell’avv. Lucia Ambrosino, stimata professionista dell’ambito forense, che contesta l’impostazione del NO motivato principalmente sul piano del “metodo” e non del merito della riforma.
“Quindi, senza entrare nel merito della riforma, ci si limita a votare no perché l’argomento è troppo complicato e Camera e Senato hanno fatto i cattivi a non trovare un compromesso?”, è la sintesi polemica della legale. A suo giudizio, non condividere il percorso parlamentare — e in particolare il fatto che la legge non sia stata approvata con una maggioranza qualificata tale da evitare la consultazione — “non può essere un giusto motivo per votare no”.
Pur riconoscendo che il dibattito parlamentare “risulti scarso”, Lucia Ambrosino attribuisce parte di questo impoverimento anche alla riduzione del numero dei parlamentari, che definisce una riforma “sciagurata” per l’effetto di compressione della rappresentatività. Ma, proprio per questo, aggiunge un passaggio centrale della sua critica: se si vuole “punire” chi non ha saputo esercitare fino in fondo la funzione parlamentare, “per coerenza” la strada sarebbe l’astensione, non un NO espresso “senza entrare nel merito”.
Secondo la legale, votare NO senza valutare il contenuto della revisione significa comunque assumersi la responsabilità di una scelta che, in questa fase, è stata demandata ai cittadini secondo l’iter costituzionale. Se non si condivide il metodo perché ritenuto inadatto a materie tecniche, conclude, allora non si dovrebbe “assumere nemmeno la responsabilità di votare” in qualunque direzione, dal momento che si contesta al Parlamento il fatto di non aver deciso “al posto nostro”.
In un successivo scambio con un’altra follower orientata al NO, l’avv. Lucia Ambrosino ha aggiunto un ulteriore elemento di contesto: la Costituzione italiana, ricorda, “dal 1948 ad oggi, ha subito ben 46 modifiche, di cui 20 prettamente di riforma”, tutte avvenute seguendo l’iter previsto, “compresa l’iniziativa parlamentare”.
Da “addetta ai lavori”, Ambrosino afferma di aver ascoltato con “estremo interesse” posizioni espresse da eminenti penalisti e da magistrati, che avrebbero confermato la sua opinione “in senso diametralmente opposto” a quella dell’interlocutore.







