Le immagini pubblicate da Corriere.it, riprese dalla dashcam di un’auto ferma a pochi metri dal punto in cui ieri un tram è deragliato a Milano, restituiscono non solo la cronaca di uno schianto costato due vite e diversi feriti. Restituiscono, soprattutto, un frammento di coscienza collettiva. Un riflesso quasi automatico, istintivo, che dice molto di noi. Dopo l’esclamazione di stupore di una dei passeggeri, si sente la voce di una donna in auto.
È una reazione glaciale, asciutta, priva di tremolio: “Non arriveremo mai alla stazione. Dobbiamo scendere.” Non una parola sull’impatto, non un interrogativo sui passeggeri del tram, non un sussulto per la sorte di chi, in quell’istante, potrebbe essere ferito o peggio. Il conducente replica con tono altrettanto pragmatico: “No, facciamo una mini-retro (retromarcia -ndr)”. La priorità è rimettersi in carreggiata, trovare una via d’uscita dall’ingorgo improvviso.
Intorno, nelle voci di sottofondo, affiorano brandelli di consapevolezza: “Ma il rider è vivo?” chiede qualcuno. “Cos’ha fatto, è deragliato?” si domanda un altro. Sono domande che segnalano almeno un tentativo di comprendere, di dare un senso all’accaduto. Ma subito, come una sentenza, torna la voce della ragazza: “Perdiamo il treno!”. Come dire, tocca andar via da qui e basta! È qui che il video smette di essere soltanto un documento di cronaca e diventa uno specchio.
“Perdiamo il treno!” non è soltanto la constatazione di un disagio logistico, ma la gerarchia delle priorità che si rivela, nuda e cruda. Di fronte a un disastro che, lo sappiamo, ha provocato due morti e decine di feriti, l’urgenza percepita è non mancare una coincidenza. Il tempo, non la vita, diventa la misura di tutte le cose. Non si tratta di puntare il dito contro una singola persona, di trasformare un frammento audio in un processo morale. Sarebbe troppo semplice e, forse, ingiusto. In situazioni di shock ciascuno reagisce come può: c’è chi si paralizza, chi si agita, chi si rifugia nell’ordinario per non guardare l’eccezionale. Ma proprio questa normalizzazione immediata dell’evento straordinario interroga tutti noi.
Viviamo immersi in ritmi forsennati, soprattutto nelle grandi città. Milano, capitale economica e simbolo dell’efficienza, è anche il laboratorio di una corsa continua contro l’orologio. Coincidenze da non perdere, riunioni da incastrare, consegne da rispettare, treni da prendere. Il tempo è una valuta, un capitale da investire e non sprecare. Ed ecco che l’imprevisto, seppur tragico, resta pur sempre un ostacolo sulla tabella di marcia.
Cosicché un tram schiantatosi in un palazzo passa in secondo piano rispetto al proprio appuntamento a rischio. Non è crudeltà consapevole. È qualcosa di più sottile e, forse, più inquietante: è la progressiva disumanizzazione delle circostanze elementari della vita. Il prossimo, in quel momento, non è un morto, un ferito o un potenziale pericolo per tutti: è una variabile che interferisce con il nostro percorso.
Preoccuparsi innanzitutto dell’incolumità altrui dovrebbe rappresentare il “minimo sindacale” di una comunità. È il fondamento implicito del patto sociale: prima la vita, poi il resto. Eppure, quando la pressione del tempo diventa totalizzante, anche questo minimo sembra scivolare in secondo piano. Non perché non sappiamo distinguere il bene dal male, ma perché l’urgenza personale occupa tutto lo spazio emotivo disponibile.
Forse la lezione più amara di quelle voci non riguarda soltanto chi era in quell’auto. Riguarda ciascuno di noi, ogni volta che un ritardo ci appare più grave di un dolore altrui, ogni volta che l’efficienza pesa più della compassione. Il tram deragliato è un fatto di cronaca, ma il rischio di deragliare, come società, lungo un binario in cui l’empatia è un lusso e non un dovere, è una responsabilità collettiva. E non c’è “mini-retro” che possa rimetterci automaticamente sulla strada giusta, senza che la nostra coscienza ne resti gravemente compromessa.






