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Procida, il dramma della famiglia Mezzo. La Procura sequestra la salma di Peppino

“Sono distrutta per come è morto mio padre – dice Imma - una serie di disavventure colpevoli errori e difetti organizzativi legati e omissioni che a mio avviso hanno gravemente leso la salute di mio padre”.

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Leo Pugliese | Il Calvario di Peppino Mezzo, 77 anni pensionato, inizia nel cuore della notte di una domenica di fine novembre. Torpore al braccio destro, tremolio e difficoltà respiratorie. La moglie spaventata e scossa è costretta a chiamare dapprima la Guardia Medica e poi il 118.
I medici, giunti dopo una decina di minuti presso l’abitazione Mezzo, subito prendono coscienza della gravità delle condizioni di salute di Peppino e lo trasportano presso il nosocomio locale.
Giunti al “Gaetanina Scotto di Perrotolo” le condizioni appaiono serie e si decide di verificare con una TAC le reali condizioni del pensionato. Sul posto accorre anche il figlio Carmine che comunica agli altri parenti la non funzionalità dello strumento ed attende di capire anch’egli le reali condizioni del papà.

Gli viene fatto un tampone rapido, una serie di esami e si attende inspiegabilmente un tempo lungo per capire dove trasferire Peppino. Prima la Schiana, poi il Cardarelli, addirittura il CTO. Niente, dopo ben 5 ore l’elicottero lascia la pista di atterraggio per nientedimeno l’ospedale di Frattamaggiore.
Qui viene effettuata la TAC e la diagnosi appare chiara Ictus. Si deve intervenire chirurgicamente al più presto possibile, ma per questo tipo di intervento è meglio portarsi in un’altra struttura. Intanto il tempo corre.
Peppino viene così trasportato presso il Policlinico Universitario Federico II di Napoli dove viene sottoposto ad intervento chirurgico. Circa dopo 11 ore dal malore, intorno alle 14.35, i medici avvertono i familiari che l’intervento è riuscito ma che è ancora presto per fare una stima dei danni cerebrali subiti.

Viene così portato in sala rianimazione, sedato ed intubato. Peppino non da cenni di ripresa anche nei giorni a seguire tanto che viene dichiarato in uno stato di coma. Non reagisce a stimoli esterni. Il cuore batte, respira con l’aiuto del ventilatore polmonare ma ogni sua forma di interazione è pressocché zero.
Un medico dirà alla figlia che solo in una occasione ha reagito ad un pizzicotto con una probabile smorfia di dolore. Come ogni giorno e ogni sera intorno alle 18, la figlia chiama il policlinico per vedere se ci sono dei miglioramenti.
Il 30 di novembre fanno sapere dal nosocomio che c’è bisogno di fare una tracheotomia per intubare meglio il padre e dopo l’assenso della figlia il 4 dicembre si procede.

Le condizioni di Peppino appaiono più o meno sempre le stesse. È sedato ma il quadro clinico appare pressocché lo stesso.
Sabato scorso la solita telefonata delle 18 al reparto dove era in cura Peppino, ma risposta diversa. Dal policlinico dicono alla figlia di attendere e le passano un medico che l’avverte che di li a qualche minuto prima il papà è deceduto a seguito di un arresto cardiaco e blocco renale.
Nella tarda serata Imma accompagnata dal suo avvocato ha deciso di denunciare tutto all’autorità giudiziaria contro ignoti che hanno concorso alla commissione dei reati ravvisabili nel fatto esposto, chiedendo immediati accertamenti sulle cartelle cliniche ed autoptiche.
I familiari che trascorreranno le festività natalizie peggiori della loro vita non sanno darsi pace per questa morte improvvisa e chiedono di sapere se siano state messe in atto tutte le procedure per evitare questa tragedia. Le risposte verranno fornite dall’esame autoptico che verrà effettuato sulla salma nei prossimi giorni.

“Sono distrutta per come è morto mio padre – dice Imma – una serie di disavventure colpevoli errori e difetti organizzativi legati e omissioni che a mio avviso hanno gravemente leso la salute di mio padre”.
E prosegue: “Ho ricevuto la telefonata dai medici del Policlinico che nel chiedermi il consenso per un difficile intervento mi avvertivano che era passato troppo tempo dall’evento al loro intervento. Infatti, non si spiegavano il motivo per il quale fosse partito così tardo da Procida né per quale motivo l’avessero trasferito prima a Frattamaggiore e poi da loro”.
Secondo quanto ho esposto alla Procura della Repubblica e conclude: “a mio avviso sono evidenti le responsabilità della Catena organizzativa sanitaria che assistito sin dall’arrivo all’ospedale di Procida mio padre che per tali ragioni anche omissive perché la TAC era mal funzionante (e da quanto tempo lo era?) fanno ingegnare in me il sospetto che abbiano determinato l’evento mortale di mio padre”.

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