Dopo la tragedia di Niscemi, che ha visto il crollo di diverse abitazioni a causa di violenti temporali, si riaccendono i riflettori sulle aree a rischio geologico del Paese. Tra queste anche l’isola di Arturo dove da anni l’emergenza ambientale si affronta in silenzio, con mezzi insufficienti e in assenza di una strategia nazionale all’altezza del problema.
A lanciare l’allarme è il sindaco Dino Ambrosino, che denuncia la cronica mancanza di risorse e la logica «del dopo», per cui un comune può sperare in un finanziamento solo dopo che si verifica un dramma.
«Almeno la metà dei nostri 16 chilometri di costa rappresentano un pericolo per la sicurezza pubblica. Per questo ogni primavera rinnoviamo la segnaletica di interdizione. In undici anni abbiamo investito 12 milioni di euro: si tratta della voce di spesa più importante rispetto a qualunque altro investimento in conto capitale», dichiara il primo cittadino.
Una determinazione amministrativa che stride con l’inadeguatezza delle politiche nazionali. Mettere in sicurezza un solo tratto di costa richiede cifre milionarie: la stabilizzazione di pochi metri lineari a Terra Murata o alla Chiaia è costata 2,5 milioni per ciascun sito; a Corricella sono serviti 4 milioni; per il versante di Ciraccio — ritenuto tra i più critici perché soggetto a crolli ricorrenti — si prevede un investimento di almeno 1,8 milioni, anche se i lavori sono ancora fermi alla fase di progettazione.
Non è solo una questione di costi, ma anche di programmazione negata: «Per Ciraccio l’ipotesi allo studio punta alla difesa integrale della baia, con tutte le complicazioni connesse agli interventi di grande scala su un ambiente delicato e vincolato», spiega Ambrosino. «E anche in aree iconiche come il Faro, la spiaggia degli Innamorati o quella dell’Asino, siamo fermi allo stadio progettuale».
La denuncia non riguarda solo Procida. Ambrosino parla in nome di tutti i Comuni che ogni anno presentano istanze per miliardi di euro di progetti di prevenzione e consolidamento, ricevendo in cambio finanziamenti irrisori. Emblematica la situazione prevista per il 2026: il fondo nazionale per la messa in sicurezza del territorio ammonta a soli 500.000 euro destinati a 8.000 Comuni italiani.
Una cifra giudicata “offensiva” rispetto all’entità dei bisogni reali, come ricorda Ambrosino: «Con quella somma ci si mette in sicurezza, forse, un piccolo fronte. Solo per Corricella noi abbiamo speso otto volte tanto. Come si può pensare di affrontare l’emergenza idrogeologica dell’intero Paese con queste disponibilità?».
Il sindaco richiama anche la frustrazione causata dai ritardi centrali: il Ministero dell’Interno non ha rispettato la scadenza del 15 novembre 2025 per la pubblicazione della graduatoria dei progetti finanziabili per il triennio 2026–2028. «Noi abbiamo candidato la sistemazione degli scogli sotto la collina di Terra Murata, un presidio storico e simbolico dell’isola, costantemente esposto all’impeto del mare. Ma siamo ancora in paziente attesa degli esiti, nella speranza che non sia una tragedia ad accendere i riflettori sul nostro territorio».
In un passaggio particolarmente duro, il sindaco denuncia l’approccio emergenziale adottato dal Governo negli ultimi anni: «La politica si determina solo davanti all’emergenza. Devi passare un guaio per ottenere attenzione. Altrimenti ti ignorano. Le passerelle dopo una frana non servono a nessuno, a quel punto sono solo sceneggiate».
Infine, Ambrosino ricorda l’annullamento delle proiezioni ottimistiche contenute nella Legge di Bilancio 2019, che prevedeva centinaia di milioni ogni anno per la sicurezza del territorio: «Con quelle risorse siamo riusciti a difendere uno spicchio del costone di Terra Murata e parte della Chiaia. Poi, a partire dal 2021, sono iniziate le restrizioni: limiti di importo, divieto di partecipare ai bandi per chi aveva già ottenuto fondi, e una progressiva riduzione complessiva delle risorse disponibili».
Il caso Procida non è isolato. Frane, erosioni costiere, dissesti idrogeologici segnano migliaia di chilometri di territorio italiano, spesso nelle aree più fragili a livello ambientale e infrastrutturale. Manca però una visione strutturale e continuativa nel tempo. Le amministrazioni locali faticano a pianificare, mentre i fondi vengono stanziati solo in scia emotiva delle emergenze.
Conclude il sindaco: «La messa in sicurezza del territorio è una priorità nazionale, non può essere affrontata con strategie frammentate e somme simboliche. La prevenzione è l’unica arma che abbiamo. Non possiamo più affidarci al caso e alla fortuna. O peggio, aspettare la sciagura successiva».
Sono parole amare, che risuonano con forza nell’Italia delle calamità ricorrenti. Un Paese fragile, che troppo spesso si scopre vulnerabile quando ormai è tardi.



