sabato, Maggio 15, 2021

“Pio Monte” a secco! Il Consiglio di Stato conferma la decadenza dalla concessione termale

Respinto l’appello contro la sentenza del Tar risalente al 2014. La sentenza si fonda ancora una volta sulla fatiscenza e degrado dell’intero complesso che comporta l’inattività e quindi il non utilizzo della fonte. Per questo motivo nel 1987 la Regione Campania aveva decretato la decadenza dalla concessione e il contestuale incameramento del complesso termale. Per la giustizia amministrativa una decisione legittima

In primo piano

Dopo un contenzioso durato decenni, il Consiglio di Stato conferma la sentenza del Tar Campania del 2014 a sfavore del Pio Monte della Misericordia, ufficializzando la decadenza dalla concessione per l’utilizzo delle acque termali disposta dalla Regione Campania nel lontano 1987 che prevedeva anche il contestuale incameramento del complesso termale. L’Ente Pio Monte rimane quindi “a secco” e la Regione, che si era costituita in giudizio, vince.

La sentenza della Quinta Sezione del Consiglio di Stato ripercorre tutta la vicenda sin dagli “albori”. Da quando, nel 1932, l’allora Ministero delle Corporazioni rilasciava al Pio Monte «una concessione in perpetuo concernente l’utilizzo delle acque termo-minerali delle sorgenti site in località Bagni nel territorio del Comune di Casamicciola».

Purtroppo si sa come andavano poi le cose nel corso degli anni: «A fronte dello stato di fatiscenza e degrado in cui versavano gli edifici del complesso termale, nonché delle aree sovrastanti e circostanti le sorgenti termominerali oggetto della concessione in parola, il “Pio Monte della Misericordia”, previa richiesta, veniva autorizzato con diversi decreti del Presidente della Giunta Regionale, ultimo dei quali adottato in data 04.05.1979, alla sospensione dell’attività in concessione».

Poi, nel 1984, il Pio Monte cedeva alla S.p.A. Nizzola «i propri diritti di superficie relativi ai complessi immobiliari in esame, con la dichiarata finalità di ripristinare l’attività produttiva degli stessi previa loro ricostruzione o ristrutturazione». Anche questo tentativo non andava a buon fine e su pressioni del Comune «attestanti lo stato di degrado del sito, e constatata la persistente inattività del concessionario», la Regione Campania nel 1987 decideva per la decadenza della concessione.

Per l’Ente Pio Monte invece tale decisione sarebbe stata illegittima. Di qui il ricorso al Tar, che però gli dava torto.

INACCETTABILE PRECARIETA’

E la sentenza dei giudici di primo grado viene attentamente analizzata dal Consiglio di Stato, rimarcando l’inattività persistente, il degrado e la mancata manutenzione del sito. E dunque il Tar «considerava che l’oggettivo degrado in cui versava il complesso termale, che aveva anche motivato la non autorizzata cessione, attestava “la prova acquisita della persistenza di un’inaccettabile inattività, contraria all’utilizzo ottimale della fonte”; che aveva già giustificato il riscontro negativo dato all’ultima istanza di sospensione dell’attività in concessione, alla luce della necessità di non perpetuare una illegittima precarietà della situazione complessiva, che manifestava l’impossibilità di attuare gli scopi per i quali la concessione stessa era stata rilasciata».

Il Pio Monte ha fondato il suo ricorso sulla circostanza che il sito termale «insiste all’interno di un complesso di proprietà dell’ente morale vincolato quale bene di pregio storico architettonico, e che nell’edificio monumentale di proprietà dell’appellante possono e devono essere ospitati esclusivamente gli indigenti beneficiari delle cure termali, di modo che il proprietario dell’edificio sarebbe l’unico soggetto che possa in concreto utilizzare le acque termali, in conformità alla propria finalità istitutiva di beneficienza ed assistenza agli indigenti».

Quante alle istanze di sospensione delle attività di sfruttamento delle sorgenti, erano motivate dalla necessità di «una riqualificazione del complesso termale, attività da porre in essere con il concorso di risorse private perché l’ente morale non aveva capitali sufficienti».

Il ricorso al Tar evidenziava un contraddittorio atteggiamento della Regione e che non fosse stato valutato lo scopo di beneficenza. Nonché il travisamento nei presupposti di fatto, «non potendo la sorgente essere sfruttata da un soggetto diverso dal titolare dello stabilimento termale. L’omessa considerazione di questi dati di fatto avrebbe viziato il provvedimento di decadenza anche per sviamento. Il potere utilizzato dalla Regione, infatti, non avrebbe garantito uno sfruttamento migliore delle acque, impossibile senza la traslazione del complesso che ospita le terme, che implicava, a differenza delle pertinenze delle miniere, anche un’impropria valenza espropriativa del complesso di proprietà del Pio Monte in favore della Regione».

PIO MONTE INADEMPIENTE

Per l’Ente Pio Monte, inoltre, la tesi della Regione «impropriamente equiparerebbe la disciplina delle miniere a quella delle concessioni ed integrerebbe ex post la motivazione della decadenza con il riferimento alle vicende relative al contratto risolto con Nizzola S.p.A., essendo invece mancata ogni motivazione sul ripensamento della P.A. circa la necessità e possibilità tecnica e giuridica di sostituire un altro operatore ai fini di un diverso e migliore uso delle acque e sul motivo per cui la devoluzione ha avuto ad oggetto anche l’edificio».

Ma per i giudici del Consiglio di Stato la sentenza del Tar è corretta e dunque l’appello è stato respinto.

Motivando sui diversi punti. Innanzitutto «la concessione pubblica si basa sull’intuitus personae e, pertanto, la scelta di un soggetto concessionario da parte della Pubblica Amministrazione avviene a seguito di una valutazione circa l’idoneità del concessionario ad utilizzare i beni dell’Amministrazione sottratti in tal modo all’uso pubblico ed a svolgere adeguatamente i compiti e le funzioni oggetto della concessione».

E quindi «Nel predetto contesto normativo, l’impugnata dichiarazione di decadenza risulta puntualmente ed adeguatamente motivata dalla sussistenza di inadempimenti dell’Ente che, a giudizio dell’Amministrazione, hanno compromesso, con carattere di definitività, la valutazione di idoneità a suo tempo compiuta dall’Amministrazione e, quindi, lo stesso prosieguo del rapporto concessorio».

Scrivono ancora i giudici di secondo grado: «Quanto alle censure concernenti la affermata mancata valutazione, da parte del TAR, dei motivi di ricorso concernenti la contraddittorietà dell’azione amministrativa, l’impossibilità di utilizzo delle sorgenti termali per soggetti diversi dal proprietario del complesso monumentale termale, l’indebita estensione del provvedimento all’ablazione del complesso monumentale termale con conseguente sviamento di potere e la mancata acquisizione del prescritto parere del Consiglio Superiore delle Miniere, ritiene il Collegio che le stesse originino da una comune impropria percezione delle condizioni di fatto presupposte e possano trovare adeguata risposta alla luce di una loro complessiva ed integrata valutazione».

LA SORGENTE TERMALE

L’aspetto fondamentale è che a differenza di quanto si verifica per le miniere, una sorgente termale «implica lo sfruttamento, nel rispetto delle medesime esigenze di tutela, delle possibilità di consumo e d’impiego sanitario, fisioterapeutico e ludico offerte dalla risorgenza (più o meno indotta) di polle d’acqua munite di specifiche caratteristiche chimiche, mediante l’imbottigliamento ovvero, come nel caso di specie, mediante l’afflusso in situ degli utenti. In un tale contesto risulta essenziale, ai fini dello sfruttamento della risorsa pubblica costituita dalla sorgente termale in questione, la presenza di una infrastruttura, anche non monumentale ma anzi, in ipotesi, anche estremamente semplificata, che consenta l’accesso degli utenti alla risorsa idrica e il suo utilizzo in conformità alle prescritte condizioni di sicurezza e salubrità riferite alla condizione dei luoghi e alla composizione chimica e temperatura dell’acqua».

Il passaggio successivo è ancor più critico nei confronti dell’Ente Pio Monte: «Emerge dunque il nesso univoco fra le affermazioni della parte appellante (che acquistano una sorta di valore confessorio) circa la sua disponibilità in esclusiva dell’infrastruttura edilizia necessaria a consentire l’accesso alla fonte, ma anche circa la sua risalente e perdurante inidoneità a tal fine (che aveva anche motivato l’affidamento ad altro soggetto), da un lato, e la ragionevolezza e proporzionalità di un intervento pubblico volto ad acquisire la possibilità di pubblico utilizzo della fonte, da ormai troppo tempo negato, e – quindi – della pertinenza contenente la infrastruttura edilizia a tal fine necessaria; non occorrendo alcuna espressa revoca dell’ennesimo provvedimento di proroga della sospensione di attività, in quanto ormai scaduto».

Infine, «L’esclusivo riferimento della vicenda in esame alla infrastruttura di superficie meramente strumentale all’uso della fonte termale, ampiamente motivato nei provvedimenti in esame, rendeva infine ragionevolmente non necessario, e comunque non decisivo, il non richiesto parere tecnico minerario, la cui mancata acquisizione sembra pertanto poter esser derubricata a mera irregolarità non incidente sulla legittimità dell’impugnato provvedimento».

Unica “consolazione” per il Pio Monte, se così si può definire, la compensazione delle spese di giudizio alla luce della «complessità e non univocità delle questioni controverse».

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